Pillole di Nonsolosuoni.it

Radio Nonsolosuoni.it

Qui sono raccolte tutte le "Pillole di Nonsolosuoni", ovvero tutte le puntate della rubrica di Radio Nonsolosuoni.it nella quale ogni giorno parliamo di un artista o gruppo musicale che ha fatto la storia della musica. Su Radio Nonsolosuoni, la rubrica va in onda dal lunedì al sabato dopo i notiziari delle ore 7, 11, 18 e 23. Un viaggio che, giorno dopo giorno, racconta la storia della musica dagli anni 60 fino agli anni 2000.

  1. 1d ago

    Gli O’Jays: storia, soul e il viaggio mondiale di “Love Train”

    Nella puntata di oggi torniamo indietro di qualche decennio per raccontare una delle band più rappresentative dell’R&B e del soul statunitense: gli O’Jays, attivi fin dal 1958 e protagonisti di una carriera che ha attraversato generazioni, mode e trasformazioni della musica americana. Nati in Ohio inizialmente come The Triumphs e poi ribattezzati The Mascots, il gruppo trova la propria identità definitiva nel 1963 quando sceglie il nome The O’Jays, in omaggio al celebre disc jockey radiofonico Eddie O'Jay. Con brani come “Miracles” (inciso ancora come Mascots) e “Lonely Drifter” arrivano i primi successi nelle classifiche. A metà degli anni '60 consolidano la loro popolarità con hit soul e R&B del calibro di “Stand In For Love” e “Lipstick Traces”, prima che la svolta decisiva arrivi all'inizio degli anni '70 grazie alla firma con la Philadelphia International Records. Gli anni ’70 segnano infatti la loro consacrazione planetaria: nonostante l’uscita dal gruppo di Bill Isles e Bobby Massey, il trio rimasto — composto da Eddie Levert, Walter Williams e William Powell — pubblica una serie di brani entrati di diritto nella storia della Philly Soul, come “Backstabbers”, “For The Love Of Money”, “Put Your Hands Together”, “Give The People What They Want” e “Living For The Weekend”. Nel 1973 arriva il loro più grande successo: “Love Train”, primo e unico brano del gruppo a raggiungere la vetta della prestigiosa classifica Billboard Hot 100, oltre che della R&B Singles Chart, conquistando anche il disco d’oro. Considerata a tutti gli effetti una delle primissime hit della nascente disco music, la canzone diventa un inno universale di unione e speranza, citando nel testo un viaggio immaginario capace di unire Inghilterra, Russia, Cina, Egitto, Israele e l’intero continente africano.

    Gli O’Jays: storia, soul e il viaggio mondiale di “Love Train”
  2. 3d ago

    Gianluca Grignani: i 30 anni del rock irregolare di “La fabbrica di plastica”

    In questa puntata di Pillole di Nonsolosuoni celebriamo i 30 anni di “La fabbrica di plastica”, l’album del 1996 che più di ogni altro racconta il lato spigoloso, ambizioso e indipendente di Gianluca Grignani. Un disco che all’epoca disorientò pubblico e critica — troppo rock, troppo personale, troppo lontano dal successo immediato di “Destinazione Paradiso” — ma che col tempo è diventato un vero manifesto di libertà artistica. Un album di culto, capace di portare in Italia suoni rock internazionali in modo credibile e coraggioso. Riascoltarlo oggi significa riscoprire quanto Grignani fosse avanti nel suono, nella scrittura e nella volontà di non essere mai dove ci si aspetta. Una sensibilità che continua a parlare anche alla nuova scena: Blanco lo ha voluto accanto in “Peggio del Diavolo”, mentre Luchè lo ha riportato su “Falco a metà”, riconoscendo in lui una voce fragile, incendiaria e profondamente autentica. Grignani resta un artista che non si lascia addomesticare: ha attraversato il successo e le sue conseguenze senza mai smussarsi, rifiutando compromessi. Le sue canzoni — da “La mia storia tra le dita” a “Destinazione Paradiso” — sono rimaste anche quando lui sembrava allontanarsi. Oggi, dopo lo stop alla tournée per motivi di salute, il suo ritorno sui palchi è atteso con affetto e curiosità. E nel frattempo, tornare alle tracce di quel 1996 significa ritrovare l’anima più vera di un artista che continua a influenzare generazioni.

    Gianluca Grignani: i 30 anni del rock irregolare di “La fabbrica di plastica”
  3. 4d ago

    Lucio Battisti: le lettere alla madre e la nascita del mito

    In questa puntata torniamo indietro nel tempo, quando Lucio Battisti non era ancora l’icona della musica italiana che tutti conosciamo. Tra il 1963 e il 1965, il giovane Battisti scriveva alla madre Dea da Verona, Torino, Milano, Trani e persino L'Aia, raccontando la sua vita in tournée, le speranze e le difficoltà di chi cerca di farsi strada nel mondo della musica. Quel carteggio, composto da decine di lettere, è andato all’asta a Roma lo scorso giugno e rivela un Battisti autentico, affettuoso e determinato. Nelle sue parole si percepisce la voglia di rassicurare la famiglia e di inseguire il sogno musicale con coraggio: “Sto bene e faccio la vita che mi piace”, scriveva, mentre raccontava di mangiare tre volte al giorno e di affrontare la nostalgia per i tempi spensierati. La madre, consapevole del suo talento, lo incoraggiava con dolcezza e lucidità: “La cosa più importante adesso è quella di far ascoltare le tue canzoni”. Tra i consigli, anche quello di mantenere buoni rapporti con Roberto Matano, leader dei Campioni, la band con cui Battisti muoveva i primi passi. Nel 1965 arriva la svolta: Battisti firma il contratto con la Ricordi e annuncia di dover incidere due canzoni scritte insieme a Mogol, il sodalizio che cambierà per sempre la storia della musica italiana. In una lettera racconta anche di un altro brano, “Il giorno che”; sebbene l'intenzione fosse quella di farlo incidere a una ragazza della casa discografica Jolly, il pezzo non vedrà mai la luce nella sua forma originale, ma la sua melodia getterà le basi per il futuro successo "Mi ritorni in mente". Da quelle lettere emerge il ritratto di un ragazzo che stava diventando artista, e di un talento che, di lì a poco, avrebbe dato vita a capolavori epocali come “Balla Linda” o “Acqua azzurra, acqua chiara”, inaugurando un mito destinato a durare nel tempo.

    Lucio Battisti: le lettere alla madre e la nascita del mito
  4. 5d ago

    Renato Zero e “Si Può Impazzire – Don’t Make Me Over”: il tributo ai miti della grande musica

    Renato Zero torna a sorprendere con una nuova rilettura di un classico della musica internazionale: “Don’t Make Me Over”, brano con cui Dionne Warwick debuttò come solista nel 1962. La reinterpretazione, pubblicata sulle piattaforme digitali con il titolo “Si Può Impazzire – Don’t Make Me Over”, fa parte del progetto “Irriducibili Miti”, la raccolta dedicata agli artisti e alle canzoni che hanno rappresentato per Zero dei veri punti di riferimento. L’annuncio è arrivato attraverso i canali social del cantautore romano, che ha presentato il brano come un’inedita interpretazione costruita nel rispetto della musica originale ma con parole nuove in italiano, secondo la sua sensibilità. Un percorso che Zero porta avanti dal 2024, quando aveva iniziato a proporre dal vivo alcune di queste riletture durante le ultime date romane di “Autoritratto”. Da allora ha attraversato repertori e generazioni diverse, confrontandosi con brani resi celebri da Elton John, Bob Marley, Louis Armstrong, Whitney Houston, Etta James, Barry Ryan e Elvis Presley. La particolarità del progetto sta proprio nel suo approccio: Zero non traduce semplicemente i testi, ma li reinterpreta, conservando le musiche originali e costruendo nuove parole che rispettano il suo linguaggio artistico. Con “Si Può Impazzire – Don’t Make Me Over”, il tributo alla grande musica internazionale prosegue, riportando l’ascoltatore all’atmosfera del 1962 e alla magia della voce di Dionne Warwick, attraverso la sensibilità di uno dei cantautori più iconici della musica italiana.

    Renato Zero e “Si Può Impazzire – Don’t Make Me Over”: il tributo ai miti della grande musica
  5. 6d ago

    Riccardo Cocciante: “Ho vent’anni con te” e il ritorno di un maestro senza tempo

    Riccardo Cocciante ha compiuto 80 anni lo scorso febbraio, ma la sua voce e la sua intensità artistica sembrano non conoscere età. Con radici italiane, vietnamite e francesi, Cocciante è una figura unica del panorama musicale: autore, compositore, interprete e protagonista di grandi musical come “Notre-Dame de Paris”. A vent’anni dall’ultimo album di inediti, torna con “Ho vent’anni con te”, un disco che è insieme racconto, confessione e sintesi emotiva di una vita intera. Le nuove canzoni parlano di tempo, amore, maturità e memoria: ballate malinconiche, atmosfere suggestive e metafore che attraversano la sua storia artistica e personale. Un vero testamento musicale, dove il passato non viene rinnegato ma riletto con consapevolezza. Il presente si intreccia con il passato, e non si può non ricordare uno dei suoi brani più intensi: “Era già tutto previsto”. Una canzone che esplora la fine di un amore attraverso la rassegnazione e la lucidità di chi comprende che i segnali erano già lì, fin dall’inizio. Scritta nel 1975 con Marco Luberti e inclusa nell’album “L’Alba”, è tornata alla ribalta grazie alla colonna sonora del film “Parthenope” di Paolo Sorrentino e all’interpretazione di Leo Gassmann e Aiello nella serata cover di Sanremo 2026. Un brano che parla di ferite, destino e consapevolezza, e che continua a emozionare per la sua forza narrativa e la sua verità.

    Riccardo Cocciante: “Ho vent’anni con te” e il ritorno di un maestro senza tempo
  6. Aug 21

    Speciale Anni ’70 – Parte 2: icone, emozioni e rivoluzioni sonore

    Seconda parte dello speciale dedicato alle canzoni più indimenticabili degli anni ’70, un decennio che ha trasformato il modo di fare e ascoltare musica. Ogni brano che elenchiamo in questa playlist è un frammento di storia: melodie che sorprendono ancora, testi che parlano di sentimenti universali e arrangiamenti che restano impressi nella memoria. Si riparte con Stayin’ Alive dei Bee Gees, simbolo assoluto della disco music, capace di evocare immediatamente l’atmosfera dei club dell’epoca. Si passa poi alla spiritualità di Let It Be dei Beatles, brano che offre conforto e saggezza con una semplicità disarmante. Cambio di ritmo con Roxanne dei Police, fusione originale di reggae, rock e pop che ha segnato un nuovo modo di intendere la musica. Arriva poi Heroes di David Bowie, un inno alla forza e alla fragilità umana, costruito con Brian Eno in un crescendo emotivo travolgente. Non può mancare American Pie di Don McLean, epopea narrativa che racconta il cambiamento culturale dell’America. E poi September degli Earth, Wind & Fire, pura gioia musicale: fiati brillanti, ritmo incalzante, energia contagiosa. I Will Survive di Gloria Gaynor porta un messaggio di forza personale e libertà emotiva, diventando un simbolo di empowerment. Lean On Me di Bill Withers è un abbraccio musicale, sincero e rassicurante. Chiude la playlist Baba O’Riley degli Who, esplosione di energia e perfetto esempio del rock sperimentale degli anni ’70. Un viaggio nella musica che continua a influenzare generazioni di artisti e ascoltatori.

    Speciale Anni ’70 – Parte 2: icone, emozioni e rivoluzioni sonore

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