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Per chi non crede che la politica sia l'arte del compromesso, ma uno strumento utile per raggiungere il bene comune secondo quello che prevede la Legge Naturale scritta nel cuore di ogni uomo

  1. Aug 11

    Dr. Anthony e Mr. Fauci, la doppia verità del super-scienziato del Covid

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8637 DR. ANTHONY E MR. FAUCI, LA DOPPIA VERITA' DEL SUPER-SCIENZIATO DEL COVID di Stefano Magni   Anthony Fauci il 29 luglio si è avvalso della facoltà di non rispondere nell'audizione al Senato degli Usa. Il super consulente sanitario di Trump durante la prima crisi del Covid e poi figura chiave nell'amministrazione Biden, interrogato dal senatore Rand Paul, nella Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi, ha preferito appellarsi al Quinto Emendamento e rimanere in silenzio. Non ha voluto spiegare le numerose contraddizioni emerse dalle sue carte private, con tesi che sono spesso l'opposto di quelle espresse pubblicamente. La questione Fauci è ancora divisiva. In Italia, oggi come allora, una stampa prevalentemente simpatetica dipinge a tinte fosche la "caccia alle streghe" dell'amministrazione Trump e l'"ossessione" del senatore repubblicano Rand Paul, libertario del Kentucky, contro lo scienziato che fu il volto del lockdown. Eppure Rand Paul non sta lanciando un'accusa a caso, sta semplicemente affermando che gli appunti privati di Fauci, così come le email già declassificate, mostrano due persone completamente diverse: una pubblica e una privata. Il Fauci privato aveva molti dubbi sulla tesi pubblica del coronavirus quale patogeno naturale e aveva ancora più dubbi sui metodi cinesi di chiusura di un intero paese. Quel che emerge è anche una figura non esente da vanità, ricca di rapporti ben coltivati con la stampa e con il mondo dell'intrattenimento, con amici nello star system e una grande ambizione politica, in contrapposizione con il presidente repubblicano. "Due persone diverse", così esordisce Paul nella sua arringa, presentando il cosiddetto "diario segreto" di Fauci, una raccolta di annotazioni personali recuperata nel corso di otto mesi di indagine condotta dal Dipartimento della Sanità, per ordine di Robert Kennedy jr. nei server delle agenzie federali. CONTRADDIZIONI SU CONTRADDIZIONI Secondo il Fauci pubblico il Covid-19 era stato trasmesso da un animale all'uomo nel mercato "bagnato" di Wuhan, in Cina. Tuttavia, dopo una teleconferenza del 1 febbraio 2020 con scienziati di spicco, Fauci osservò che «non c'era un accordo totale sulla probabilità di un'introduzione deliberata». Solo due degli scienziati presenti alla teleconferenza ritenevano probabile un'origine naturale. Durante tutta la pandemia, Fauci ha liquidato le discussioni sulle fughe di laboratorio come teorie del complotto. Anche per quanto riguarda le misure antipandemiche, il Fauci privato, a gennaio, riteneva che il lockdown fosse una follia cinese. In un appunto del 25 gennaio 2020, metteva in discussione l'approccio della Cina: «Perché i cinesi reagiscono in modo così drastico, chiudendo di fatto l'intero Paese?». Ma meno di due mesi dopo, il 15 marzo, annotava "Un giorno importante!" a commento della chiusura delle scuole e di gran parte delle attività economiche in California e New York, tutte misure da lui suggerite. Pochi mesi dopo, sempre il Fauci pubblico avrebbe negato di aver sostenuto il lockdown. In particolare in un'intervista rilasciata alla Abc nel 2022, aveva dichiarato di non aver avuto niente a che fare con la chiusura delle scuole. Spicca la netta volontà di Fauci di cancellare le tracce delle sue conversazioni. In un momento concitato dell'audizione, il senatore Paul sostiene: «La commissione ha ricevuto da lei ripetute istruzioni, che intimavano ai funzionari federali di cancellare le comunicazioni». Per esempio: «Il 2 febbraio 2020, un giorno dopo [una teleconferenza sulle origini del Covid-19], lei ha detto a Francis Collins [allora direttore dei National Institutes of Health]: "Per favore, cancelli questa email dopo averla letta"». Collins e Fauci, per altro, sono stati i primi a voler screditare gli scienziati firmatari della Great Barrington Declaration, cioè quegli scienziati che sconsigliavano un lockdown totale, ma proponevano di limitare la protezione alle fasce più deboli della popolazione, fra cui anziani, immuno-depressi e persone con comorbidità pericolose. LA RISERVATEZZA E LA SEGRETEZZA La riservatezza e la segretezza del Fauci privato, fanno a pugni con il suo grande presenzialismo in pubblico. Un presenzialismo che, stando alle sue stesse "carte" private, era ben coltivato. I riferimenti al mondo dei media sono ben 1400 nei suoi appunti. Si legge, in uno di essi, «Sono stati scritti numerosi editoriali (su testate giornalistiche come il Washington Post, ecc.) e articoli di opinione (su Newsweek) su di me. Non riesco a stargli dietro, né a leggerli tutti. Il Paese ha bisogno di qualcuno a cui guardare con ammirazione di fronte alla presidenza Trump. Una dinamica psicologica interessante». A fianco dei rapporti maturati con membri di spicco dello star system, come Joan Baez, Julia Roberts e Barbra Streisand, ci sono quelli con i giornalisti di punta delle maggiori testate americane. E l'ambizione, che traspare, di diventare l'anti-Trump, la voce della "scienza" contro la "demagogia": è fortissimo il disprezzo per il presidente americano, che Fauci definisce anche con epiteti insultanti come "un adolescente odioso". Nascondere i dubbi, dunque, e pilotare la narrazione. Verso dove? Verso la versione cinese dei fatti: virus solo naturale, nessuna colpa umana, lockdown unica soluzione per contenere il contagio. E tutto nel nome della "scienza", contro il populismo, contro chi dubitava e che è stato liquidato come complottista. Quel che invece non emerge (e non lo sapremo finché non si apriranno anche gli archivi della Cina) è la vera origine del Covid e l'elenco degli eventuali responsabili, se dovesse essere confermata l'ipotesi di una fuga da laboratorio. Era davvero un virus ingegnerizzato? Era davvero fuggito a seguito di un esperimento di "guadagno di funzione" in cui un virus di origine animale viene deliberatamente manipolato per renderlo capace di infettare anche un umano? E i soldi dell'Nih americano, per tramite dell'associazione Eco Health, sono veramente finiti in Cina, per finanziare quegli esperimenti?

    Dr. Anthony e Mr. Fauci, la doppia verità del super-scienziato del Covid
  2. Jul 28

    Eva fa l'assessore, ma non esiste: è creata dall'intelligenza artificiale

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8609 EVA FA L'ASSESSORE, MA NON ESISTE: E' CREATA DALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE Ad Acqui Terme l'Assessore IA avrà la delega... all'Umanizzazione (paradosso nel paradosso: farsi spiegare l'umanizzazione da una macchina) di Federica di Vito   Eva Statiella nel giro di poche settimane ha assunto un nome, un volto e un seggio comunale. Il Comune di Acqui Terme in provincia di Alessandria ha introdotto una novità senza precedenti nell'ambito dell'intelligenza artificiale nominando Eva Statiella, un'assessore interamente generato dall'IA. Per quanto possa sembrare già di per sé strana come notizia, c'è da aggiungere che questa figura virtuale avrà l'incarico paradossale di occuparsi dell'umanizzazione, oltre a gestire i temi della transizione digitale e dell'innovazione tecnologica. E affidare a una figura virtuale un incarico legato all'umanizzazione contiene in sé un enorme paradosso.  L'iniziativa, voluta dal sindaco Danilo Rapetti, sarebbe un esperimento volto a esplorare l'integrazione delle nuove tecnologie nella pubblica amministrazione e testare concretamente l'efficacia dei sistemi algoritmici nei processi decisionali nella gestione pubblica. Annunciato il 9 giugno, il sindaco prevede di formalizzare il suo incarico entro la fine del mese. Il progetto prevede inoltre la futura creazione di un avatar del sindaco per interagire con i cittadini e l'automazione dei servizi burocratici per alleggerire il lavoro dei dipendenti. Questo progetto si inserisce in una visione più ampia del sindaco Rapetti, che prevede anche la creazione di un "sindaco avatar" per rispondere ai cittadini e l'automazione di uffici come l'anagrafe e l'urbanistica per sgravare i dipendenti da compiti ripetitivi. Attualmente, accanto al valutatore, Rapetti ha pianificato un secondo strumento: un assistente virtuale che interagirà con i cittadini attraverso i canali social della città. Questo agente di conversazione risponderà a richieste pratiche, dalla segnalazione di una buca in centro alle informazioni su come pagare una multa. ESPRIMERE OPINIONI? Ora, mentre un chatbot di servizio al cittadino è uno strumento già collaudato in molte amministrazioni (per esempio Roma Capitale), un valutatore con il potere di dare opinioni sul consiglio è qualcosa di molto diverso. Restano però da chiarire diversi aspetti pratici: non è ancora noto quali provvedimenti l'assessore virtuale potrà adottare nell'ambito delle sue competenze né in che modo prenderà parte al confronto con gli altri membri della giunta. Ciò che sappiamo è che in pratica dalla prossima riunione di consiglio apparirà un valutatore virtuale che avrà un posto tra gli amministratori e sarà in grado di parlare ed esprimere opinioni. Le conseguenze sono tutte da scoprire.  Anche il nome scelto non è casuale. Il nome "Eva" richiama la figura biblica progenitrice dell'umanità, mentre "Statiella" è un omaggio ai Liguri Statielli e all'insediamento romano Acquae Statiellae, da cui ha origine la città. È un dettaglio di comunicazione costruito con cura, e questo da solo dice qualcosa sulla natura dell'iniziativa. Lo stesso sindaco ha inquadrato la nomina come un esperimento, utile «per capire meglio cosa può accadere quando queste entità hanno concretamente un ruolo attivo e decisionale». Questo test dunque ci servirebbe per immaginare le conseguenze dell'introduzione dell'Intelligenza artificiale in politica. Basta dare uno sguardo al funzionamento di certe entità software per chiarire che quando si dice che Eva Statiella «esprimerà opinioni», in termini concreti significa che un modello linguistico, adeguatamente istruito con i documenti e le priorità dell'amministrazione, produrrà testi su un determinato argomento. Questi testi sono il risultato di un calcolo statistico raffinato, non di una coscienza o di una volontà personale. Un sistema come questo riflette i dati e le istruzioni con cui è stato configurato e può produrre risposte sbagliate, ma convincenti. Per questo è necessaria una supervisione umana e precisa che riconosca raccomandazioni errate che potrebbero influenzare le scelte pubbliche. MAGNIFICA HUMANITAS Inoltre, il riferimento che il sindaco ha fatto all'enciclica di papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, con il ruolo dell'assessore virtuale «all'umanizzazione», non si capisce se sia una provocazione o uno sconsiderato accostamento. Citare quel documento per giustificare l'assegnazione della responsabilità per l'umanizzazione a un'entità non umana è un cortocircuito e non un omaggio. L'enciclica, che porta il sottotitolo «sulla salvaguardia della persona umana nell'era dell'intelligenza artificiale», insiste infatti sull'idea che il progresso tecnologico deve essere umanizzato, impedendo alla persona di essere ridotta a un inganaggio in un sistema governato da macchine e mette in guardia dal delegare alla tecnologia ciò che è proprio dell'essere umano. In ultimo, ci preme puntualizzare che, sebbene attualmente la legge italiana ed europea (UE 2024/1689 - che impone per i sistema di IA utilizzati dalla pubblica amministrazione che incidono sui diritti dei cittadini, obblighi di vigilanza umana, tracciabilità, valutazione del rischio e chiara responsabilità) impediscano a un assessore virtuale di governare nel concreto una città - al limite Eva potrà fornire opinioni non vincolanti che rimarranno sotto la responsabilità degli amministratori -, un precedente come questo concretizza in qualche modo l'entrata in scena dell'IA in politica. Niente allarmismi, ma neanche superficialità. In un ipotetico scenario futuro un primo grosso rischio è aumentare la distanza - e la conseguente sfiducia - tra i cittadini e le istituzioni. I primi potrebbero potenzialmente ritrovarsi a votare per messaggi controllati da algoritmi con la conseguenza che sarebbe messa a rischio la democrazia. In questo contesto, urge ridare alla tecnologia il posto che gli spetta: quello di fungere da strumento a servizio di scelte che devono continuare a rimanere umane. Saremo in grado o aspetteremo il prossimo esperimento?

    Eva fa l'assessore, ma non esiste: è creata dall'intelligenza artificiale
  3. Jun 30

    Ungheria, iniziano le purghe e il golpe bianco Magyar

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8586 PANNELLA HA VINTO, MA NON AVEVA RAGIONE di Stefano Fontana   Marco Pannella è stato celebrato ieri, decimo anniversario della sua morte, come il vincitore, dato che quanto lui voleva è oggi realtà. Quando un personaggio politico riceve l'elogio di un Pontefice (Francesco nella storica telefonata del 25 aprile 2014 e poi in altre occasioni) e di un Presidente della Repubblica (Mattarella ieri su Repubblica e anche lui in varie altre occasioni), sia dell'autorità spirituale che di quella secolare, significa che è stato un Vincitore con la maiuscola. Ma il vincitore di fatto, colui che ha imposto la propria ragione, non automaticamente è anche il vincitore di diritto, colui che aveva ragione. Anche i Papi, talvolta, e anche i Presidenti, più spesso, danno medaglie a chi ha avuto la meglio, non a chi ha generato il meglio. Se i vincitori avessero solo perciò ragione, essere perdenti sarebbe sempre una sciagura, invece è spesso una provvidenza. Nei confronti di Marco Pannella ci collochiamo tra i perdenti, tra quelli che avevano ragione e la conservano gelosamente. Chi violenta la natura delle cose commette ingiustizia, chi fa della democrazia «l'organizzazione della disorganizzazione» (De Corte) dissolve l'ordine naturale su cui la società è costruita e la trasforma in una "dissocietà". Non c'è alcun dubbio che Pannella sia stato un grande protagonista in questo campo, il Migliore, ma dalla legge sul divorzio in poi è stata una progressiva discesa agli inferi. Non è il caso di ripetere qui la rassegna della dissoluzione prodotta, tanto è tristemente nota. Può essere più interessante, invece, esaminare meglio l'idea che Pannella sia stato un anticipatore dei tempi, colui che si pone controcorrente (come ha anche ricordato Mattarella ieri), che anticipa il futuro con rischio personale, un profeta capace di vedere quanto nessun altro ancora vedeva. IL REFERENDUM SUL DIVORZIO Nella seconda metà degli anni Sessanta e nel primo lustro dei Settanta del secolo scorso, la società italiana era già ampiamente secolarizzata. Il libro di Augusto Del Noce L'epoca della secolarizzazione è del 1970, ma l'analisi della situazione e del probabile futuro che ci attendeva era già stata scritta da lui nel 1964 ne "Il problema dell'ateismo". Nel 1970 è stata approvata la legge Fortuna-Baslini sul divorzio, ma col suo libro Del Noce mostra che le basi sociali e culturali erano già state poste prima. Nel 1974 Pannella e i Radicali guidarono il fronte del no al referendum sul divorzio. Ma in contemporanea anche Pedrazzi, Zizola, Scoppola, La Valle coalizzarono un fronte cattolico molto radicato e diffuso a favore del "no", segno che il terreno era già pronto e l'esito non fu prodotto solo dal pioniere Pannella. Quell'appello dei cattolici democratici per il no al referendum fu firmato da qualche migliaio di aderenti, con molti nomi di spicco che già occupavano posti di grande rilievo nella vita italiana, politica, sindacale e culturale. Va anche ricordato che dei nuovi diritti al divorzio e all'aborto parlavano proprio in quell'epoca grandi teologi cattolici progressisti. Si faccia attenzione alle date. Per esempio, nel 1971 Hans Küng pubblicava il suo Essere cristiani nel quale forniva il quadro teologico progressista per l'appoggio alle richieste, diciamo così, "pannelliane", dandovi, ovviamente, un substrato di pensiero non paragonabile a quello di Marco. Nel 1972, Karl Rahner parlava di liceità dell'aborto nel suo libro Trasformazione strutturale della Chiesa come compito e come chance, pur essendo a quell'epoca ancora lontani dall'approvazione della legge 194 del 1978 e dalle battaglie per l'aborto di Pannella e Bonino che conversero nel referendum del 1981. TEOLOGIA MODERNISTA In altre parole, Pannella era stato anticipato perfino dalla teologia modernista cattolica. Certo, ricordare che a Küng fu ritirata la missio canonica per insegnare all'università di Tubinga proprio per il suo libro Essere cristiani fa capire che i Pontefici di allora non erano ancora pronti ad elogiare un Pannella come vincitore, ma nel mondo cattolico molto si era mosso prima di lui e attorno a lui. La discesa agli inferi ebbe molti altri pionieri. Pannella è stato una guida alla secolarizzazione nichilista della società italiana, oppure è stato guidato? Possiamo dire che ha fiutato una situazione che era già in corso e che per molti versi lo aveva anche anticipato. I successi del Partito radicale non sarebbero stati possibili senza che il PCI diventasse quel "partito radicale di massa" previsto da Del Noce. E il gramscismo era già molto attivo anche prima che Del Noce ne parlasse nel 1978 nel libro il Suicidio della rivoluzione.  È importante non fare di Pannella il solitario profeta anticipatore del suo e del nostro tempo, in questo modo si possono comprendere meglio le ragioni del suo "successo" di cui si parlava all'inizio. In questo quadro è doveroso anche ricordare il suo essere sempre stato prima di tutto un "liberale". Questo ci porta a riprendere in mano il senso intimo del pensiero liberale e della sua profonda influenza sugli avvenimenti di cui Pannella è stato protagonista. Certamente abbiamo avuto molte versioni di questo pensiero, ma ciò non esclude un punto essenziale in comune: l'uomo visto come individualità emancipata e liberante se stessa e lo Stato come individualità chiamata a garantire questo diritto, anche allargandone progressivamente gli eventuali confini. Pannella ha lavorato per far coincidere le due istanze, ma non le ha inventate perché sono state esse ad inventare lui.

    Ungheria, iniziano le purghe e il golpe bianco Magyar
  4. Jun 9

    Il limite del consenso informato per i corsi gender

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8571 IL LIMITE DEL CONSENSO INFORMATO PER I CORSI GENDER di Daniele Trabucco   La nuova disciplina in materia di consenso informato per le attività scolastiche concernenti l'educazione affettiva e sessuale prevede che la partecipazione degli studenti a tali iniziative sia subordinata alla previa autorizzazione dei genitori, ovvero degli studenti medesimi qualora maggiorenni. La scuola è tenuta a rendere conoscibili, prima dello svolgimento dell'attività, le finalità, gli obiettivi educativi e formativi, i contenuti, gli argomenti trattati, le modalità operative, i materiali didattici utilizzati e l'eventuale intervento di esperti esterni. In caso di mancata adesione, lo studente non partecipa all'attività, beneficiando, ove previsto, di percorsi alternativi. La legge, inoltre, esclude lo svolgimento di simili attività nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria, salvo quanto previsto dalle Indicazioni nazionali, e introduce forme di vigilanza sugli interventi esterni attraverso il coinvolgimento degli organi collegiali dell'istituzione scolastica. A prima vista, tale impianto sembra rispondere a un'esigenza reale: impedire che la scuola, mediante progetti extracurricolari, laboratori, percorsi formativi o interventi di soggetti esterni, possa introdurre surrettiziamente contenuti incidenti sulla coscienza morale del minore e sull'ordine educativo familiare. Sotto questo profilo, la norma possiede indubbiamente una funzione arginante: rende visibile ciò che altrimenti potrebbe restare implicito, obbliga l'istituzione scolastica a dichiarare contenuti e finalità, restituisce ai genitori una posizione non meramente passiva rispetto a materie che toccano il nucleo più delicato della formazione personale. Tuttavia, proprio qui si manifesta il limite più profondo del provvedimento. Esso non assume la questione educativa nella sua radicalità ontologica e morale, ma la riconduce al piano procedurale dell'autorizzazione. Non domanda anzitutto che cosa sia vero dell'uomo, del corpo, della sessualità, dell'affettività, della famiglia e del bene del minore; domanda, piuttosto, chi debba prestare il consenso affinché determinati contenuti possano essere proposti. La questione, così, non è più collocata nell'ordine della verità, ma nell'ordine della volontà. Il consenso informato, in questa prospettiva, diventa il baricentro della disciplina. IL CRITERIO FONDATIVO DELL'EDUCAZIONE Ora, il consenso, per quanto possa costituire una garanzia contro l'arbitrio amministrativo o l'imposizione ideologica occulta, non può assurgere a criterio fondativo dell'educazione. Esso appartiene alla grammatica della scelta, non a quella del bene; alla logica dell'autorizzazione, non a quella della verità. Nessuna volontà, neppure se formalmente libera e previamente informata, può trasformare in educativo ciò che, per il suo contenuto intrinseco, contraddice la natura della persona e disordina l'intelligenza morale del minore. È questo il punto essenziale. Una visione antropologica falsa non diviene legittima perché comunicata preventivamente; un contenuto diseducativo non diviene conforme al bene perché approvato mediante modulo; una concezione della sessualità fondata sulla separazione tra corpo e identità, sulla riduzione del sesso a percezione soggettiva o sull'equiparazione indifferenziata di ogni forma relazionale non cessa di essere problematica solo perché la famiglia è stata posta nella condizione di conoscerla e, eventualmente, di accettarla. Il vizio della legge consiste, dunque, nell'adottare ancora il linguaggio tipico della modernità liberale: informazione, consenso, opzione, scelta, rifiuto. La famiglia viene sì richiamata, ma prevalentemente come soggetto chiamato ad autorizzare o a non autorizzare; non viene, invece, posta al centro come realtà naturale titolare di un compito educativo originario, anteriore allo Stato e non riducibile a una mera competenza partecipativa. La scuola, a sua volta, non viene ricondotta in modo pieno alla propria funzione sussidiaria, ma resta potenzialmente abilitata a proporre contenuti antropologicamente sensibili, purché essi siano sottoposti a una procedura di trasparenza e adesione. In tal modo, il problema educativo viene amministrativizzato. L'educazione affettiva e sessuale è trattata come un'offerta formativa facoltativa, quasi fosse un segmento opzionale del curricolo, da accettare o rifiutare secondo una dinamica consensuale. In realtà, essa non è un'attività neutra tra le altre. Essa riguarda il rapporto dell'uomo con sé stesso, con il proprio corpo, con l'altro, con la differenza sessuale, con la generazione, con la responsabilità e con il bene. In essa è implicata, sempre, una determinata concezione dell'umano. Per questa ragione, il consenso informato può impedire la clandestinità dell'ideologia, ma non può impedirne la legittimazione. Può rendere palese il contenuto, ma non giudicarne la verità. Può tutelare la famiglia dall'esclusione procedurale, ma non restituirle, da solo, il primato sostanziale che le compete nell'ordine educativo. Può, insomma, contenere l'abuso, ma non fondare il giusto. LA VERA SOLUZIONE Ciò che sarebbe stato necessario non era, dunque, una legge costruita principalmente sulla volontà autorizzante, quanto una disciplina fondata sull'ordine oggettivo dell'educazione. La norma avrebbe dovuto affermare, in principio, che l'educazione dei figli appartiene primariamente alla famiglia e che la scuola vi concorre soltanto in via sussidiaria, nei limiti di una formazione conforme alla dignità della persona, all'unità di corpo e anima, alla realtà sessuata dell'essere umano, alla differenza tra uomo e donna, al pudore, alla responsabilità morale e al bene integrale del minore. Sarebbe stato, inoltre, necessario distinguere con nettezza l'insegnamento biologico e scientifico della sessualità, proprio delle discipline curricolari e ordinato alla conoscenza del corpo umano, dall'educazione affettiva e morale, che non può essere sottratta al giudizio primario della famiglia né consegnata al pluralismo indifferenziato delle opzioni ideologiche. La biologia istruisce circa il dato naturale, mentre l'educazione morale forma il giudizio sul bene. Confondere i due piani significa consentire che, sotto l'apparenza della neutralità scientifica, vengano introdotte visioni dell'uomo tutt'altro che neutrali. La vera soluzione, pertanto, non consiste nel rendere consensuale qualunque contenuto, bensì nel dichiarare indisponibili alla volontà quei contenuti che contraddicono la verità della persona. Non basta dire che la scuola può proporre attività in materia affettiva e sessuale purché i genitori siano informati; occorre stabilire che la scuola non può proporre contenuti che dissolvano il legame tra corpo e identità, che riducano la sessualità ad autodeterminazione soggettiva, che oscurino la differenza sessuale o che relativizzino la funzione educativa e naturale della famiglia. Il consenso informato può, dunque, rimanere come presidio accessorio di trasparenza e garanzia, ma non può essere il fondamento dell'ordine educativo. Fondamento deve essere il primato della famiglia, la funzione sussidiaria della scuola, la tutela del minore e il riconoscimento che l'educazione non appartiene al dominio della pura scelta, bensì all'ordine della verità. La vera soluzione è questa: non autorizzare il possibile errore, semmai impedire che l'errore diventi educazione.

    Il limite del consenso informato per i corsi gender
  5. May 5

    Beatrice Venezi licenziata dalla Fenice per non essere di sinistra

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8526 BEATRICE VENEZI LICENZIATA DALLA FENICE PER NON ESSERE DI SINISTRA di Federica Di Vito   Siamo giunti all'atto finale del rapporto tra Beatrice Venezi e il Teatro La Fenice. O meglio, è arrivata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo da tempo. «La Fondazione Teatro La Fenice, per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi, comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi», si legge infatti in una nota diffusa dal teatro per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi. Decisione «maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenica e della sua orchestra», prosegue. Intanto, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, «prende atto della decisione di Nicola Colabianchi, assunta in autonomia e indipendenza, e conferma al sovrintendente de La Fenice la sua più completa fiducia». Le polemiche esplose i giorni scorsi riguardano l'intervista che il maestro d'orchestra Venezi aveva rilasciato al quotidiano argentino La Nacion il 23 aprile, nella quale aveva imputato all'orchestra di «tramandare le posizioni praticamente di padre in figlio». La Venezi, forte di collaborazioni estere, commentando la notizia del suo "licenziamento", ha spiegato che all'estero «si chiedono come sia possibile che una Fondazione finanziata con fondi pubblici possa essere in mano ai sindacati, gestito in un contesto totalmente anarchico». Già lo scorso ottobre il Telegraph aveva titolato le reazioni della sinistra alla nomina della Venezi: «Il contraccolpo di sinistra contro questo affascinante direttore d'orchestra italiano, puzza di sessismo». Definito nell'articolo «uno scandalo tutto italiano» rende l'idea di come la «cupola» dominante del nostro Paese, per dirla con le parole di Marcello Veneziani, ci tenga a epurare i suoi ambienti (artistici, editoriali, culturali) da qualsiasi estraneo che simpatizzi minimamente con l'area conservatrice. Idea che ha ben espresso Alfredo Antoniozzi, esponente di Fratelli d'Italia commentando la vicenda: «L'amara verità è che l'Italia ancora oggi è come quella che descrisse Montanelli cinquant'anni fa: regna il centrodestra ma governa la sinistra nei posti chiave della cultura». Già dall'esordio il rapporto tra La Fenice e Beatrice Venezi era apparso teso. Il 22 settembre scorso, appena resa pubblica la sua nomina a direttore musicale, tutti gli orchestrali del teatro La Fenice si erano ribellati, ritenendo le sue competenze inadeguate per un teatro prestigioso come quello di Venezia. Protesta che è durata ben sette mesi durante i quali abbiamo assistito a episodi quanto meno sconvenienti: durante la prima della Venezi prevista per il 17 ottobre le maestranze avevano scelto di incrociare le braccia e tenere un concerto gratuito in Campo Sant'Angelo. Poi è arrivata la minaccia di non rinnovo degli abbonati qualora fosse stata confermata la direzione della Venezi. Altre proteste al concerto di Capodanno fino ad arrivare alla festosa messinscena fuori dal teatro o agli applausi durante l'intervallo dell'opera di Wagner dopo l'annuncio della fine della collaborazione. A noi risulta troppo palese la colpa principale della Venezi, quella di essere troppo vicina al governo e di non averne mai fatto mistero. L'anno prima aveva partecipato a Sanremo chiedendo di essere chiamata «direttore» al maschile, l'invito ad Atreju e la nomina a consigliere musicale del ministero della Cultura. Una lunga lista di cose imperdonabili. Beatrice Venezi è stata rimossa per aver espresso un'opinione legittima (ma di un certo peso per il ruolo ricoperto) e perché è culturalmente di destra. A chi ancora sostiene la sua presunta inadeguatezza rammentiamo qualche altro ruolo pubblico. Che la giovanissima (23 anni) vicepresidente della Regione Toscana, Mia Diop, non abbia un curriculum all'altezza del ruolo (difficile da maturare anche solo per la giovane età) poco importa. Anzi, era stata applaudita come un segno di maturità e di speranza verso i giovani, peccato che gli stessi che esultavano svilivano l'età troppo giovane della Venezi - che comunque un curriculum di tutto rispetto con tanto di carriera internazionale per lo meno ce l'ha. Per non parlare dell'astro nascente progressista Silvia Salis che ieri sera ha compiuto il rito d'iniziazione catodica da Fabio Fazio. Da atletica, passando per qualche ruolo dirigenziale in ambito sportivo, è stata subito lanciata dalla politica a sindaco di una città capoluogo di regione. In fondo è proprio la sindaca che il 25 aprile l'ha detto a gran voce, «la Liberazione non è di tutti». Così anche ruoli come la direzione d'orchestra, e non c'è curriculum che tenga, non sono di tutti.

    Beatrice Venezi licenziata dalla Fenice per non essere di sinistra
  6. Mar 24

    Il lascito di Umberto Bossi e la promessa incompiuta del federalismo

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8490 IL LASCITO DI UMBERTO BOSSI E LA PROMESSA INCOMPIUTA DEL FEDERALISMO di Ruben Razzante   La morte di Umberto Bossi segna la fine di una stagione politica che ha inciso profondamente nella storia della Seconda Repubblica e lascia aperta una riflessione complessa sul suo lascito, fatto di intuizioni potenti, battaglie identitarie e scelte controverse. Bossi è stato, prima di tutto, un animale politico nel senso più pieno del termine, capace di intercettare un sentimento diffuso nelle regioni del Nord e di trasformarlo in una forza organizzata, identitaria e duratura. La nascita della Lega rappresentò una rottura radicale con i partiti tradizionali: non solo una protesta contro Roma e il centralismo, ma una narrazione alternativa del Paese, fondata sulla contrapposizione tra produttività settentrionale e inefficienza statale. Tuttavia, il percorso di Bossi non fu lineare e uno dei momenti più controversi resta il 1994, quando contribuì alla caduta del primo governo guidato da Silvio Berlusconi dopo appena sette mesi, finendo - secondo molti osservatori - nella trappola istituzionale del presidente Oscar Luigi Scalfaro. Quel ribaltone aprì la strada al governo tecnico di Lamberto Dini e successivamente alla vittoria del centrosinistra nel 1996, segnando una frattura profonda nei rapporti tra Lega e centrodestra. Eppure, proprio la capacità di ricucire strappi apparentemente insanabili rappresenta un altro tratto distintivo della leadership bossiana: dopo anni di tensioni e divisioni, la riappacificazione con Berlusconi portò alla nascita di una coalizione più solida, culminata nella vittoria del 2001 e in una legislatura che, fino al 2006, fu tra le più stabili della storia recente, caratterizzata da riforme e da un consolidamento dell'asse tra Lega e Forza Italia. IL FEDERALISMO NON SI È MAI REALIZZATO L'ictus che colpì Bossi nel 2004 segnò un punto di svolta personale e politico, riducendo progressivamente la presenza pubblica del leader della Lega, ma non cancellandone l'influenza simbolica, che rimase forte soprattutto tra gli iscritti e nella base militante. Il cuore del suo lascito risiede nella centralità attribuita agli interessi del Nord, un'intuizione che ha ridefinito il dibattito politico italiano per decenni: dalla secessione, inizialmente evocata come obiettivo radicale, al più pragmatico federalismo, Bossi seppe adattare la sua strategia alle condizioni reali del sistema, riconoscendo i limiti di un progetto indipendentista in un contesto istituzionale fortemente vincolato. Tuttavia, il federalismo spinto che immaginava non si è mai pienamente realizzato, rimanendo una promessa incompiuta della sua parabola politica. Negli ultimi anni, ormai figura più simbolica che operativa, Bossi non ha rinunciato a esprimere critiche anche dure nei confronti della trasformazione della Lega sotto la guida di Matteo Salvini, accusato di aver snaturato il partito, spostandone il baricentro verso una dimensione nazionale e verso il consenso nel Sud, a scapito della storica base settentrionale. La scelta di dichiarare il voto per Forza Italia e la nascita del Comitato per il Nord insieme a figure a lui vicine rappresentano il segnale di una frattura mai ricomposta, che riflette due visioni diverse del ruolo e dell'identità del Carroccio. LA DECADENZA E IL CALO DI CONSENSO In questo contesto, la morte di Bossi potrebbe riaprire un dibattito interno profondo: da un lato la tentazione di recuperare le radici padane e rilanciare una politica fortemente ancorata agli interessi economici e produttivi del Nord, dall'altro la prosecuzione della linea nazional-populista che ha garantito alla Lega successi significativi negli anni recenti ma che oggi mostra segni di affaticamento proprio nelle sue roccaforti storiche. Il calo di consenso nelle regioni settentrionali, a fronte di una maggiore attenzione a temi come il ponte sullo Stretto, evidenzia una tensione strategica non ancora risolta. La domanda che si apre è se il "culto padano", mai del tutto scomparso, possa tornare a essere un elemento mobilitante oppure se appartenga definitivamente a una fase storica irripetibile. In ogni caso, il lascito di Bossi resta quello di aver imposto una questione territoriale che continua a condizionare la politica italiana, costringendo alleanze e governi a confrontarsi con le istanze di autonomia, efficienza e rappresentanza provenienti dal Nord, anche quando queste non trovano piena traduzione istituzionale, come nel governo Meloni, fortemente sbilanciato in favore degli interessi del sud a scapito della valorizzazione delle eccellenze economiche e produttive settentrionali. Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Bossi, buone intuizioni ma senza una visione culturale" analizza l'azione politica dello storico segretario della Lega Nord. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 21 marzo 2026:  Ad uno sguardo retrospettivo sintetico sulla sua vita politica risulta che Umberto Bossi ha espresso intuizioni di potenziale interesse, ma né lui né la Lega sono riusciti a configurarle in una visione culturale chiara. Gli spunti legati alla situazione di un momento possono dare ossigeno immediato e fare da propulsore per uno sviluppo politico anche significativo, ma hanno bisogno di essere sostenuti da una coerenza di quadro che in questo caso non c'è stata. I bisogni e le richieste di un momento, fosse anche per una intera macroregione come il Nord d'Italia, sono fondamentali perché la gente si mobiliti all'inizio e per un periodo, ma non riescono a mobilitarla a lungo. Per questo servono principi chiaramente coagulati in una consistente cultura politica. Le intuizioni politiche di Bossi avevano una dimensione legata al suo tempo, ma contenevano anche valori solidi e potenzialmente duraturi, se coltivati con consapevolezza. Quelle del primo tipo riguardavano l'insoddisfazione e il fastidio delle categorie produttive del Settentrione davanti al centralismo statalista, alla burocrazia partitica e sindacale, ad una "casta", come si diceva allora, che si autoalimentava e che faceva pagare i costi del sistema alle regioni del Nord. Quelle del secondo tipo riguardavano la famiglia, la terra, la comunità locale, il popolo, la propria storia, le culture dei cento campanili, la dimensione reale della vita sotto le artificiosità della politica di professione. Questi principi e valori non erano solo legati alle insoddisfazioni espresse sinteticamente nello slogan "Roma ladrona", non esprimevano solo un fastidio per un fisco oppressivo o per politiche che facevano pagare ad una parte dell'Italia l'assistenzialismo dell'altra. Essi avevano una loro consistenza oltre la contingenza. Il punto è proprio questo: quanta chiarezza c'era nelle prospettive di Bossi e della sua Lega su questi valori? Nelle regioni del Nord, dove la Lega si sviluppò, era evidente il nesso tra i valori che abbiamo elencato sopra e lo stesso sviluppo economico. La centralità della famiglia e della religione cattolica come molle di questo sviluppo erano accertati. Ma fino a che punto Bossi e la Lega chiarirono questo rapporto? Puntare su imprese che volevano meno tasse, ipotizzare una qualche identità etnica propria della Padania, inventarsi il "dio Po", recuperare in Alberto da Giussano le proprie origini, rinverdire il giuramento di Pontida... non erano sufficienti, nella loro confusione strumentale, a supportare a lungo un partito che volesse essere anche un movimento culturale. Tornando ai valori citati sopra, essi richiamano un concetto di fondo che avrebbe potuto fare da collante, chiaro e propositivo, della cultura politica della Lega: la sussidiarietà. La famiglia, il municipio, la regione avrebbero potuto venire intese come "società naturali" che, giustamente erano pronte a lottare contro uno Stato accentratore e irrispettoso non delle autonomie in generale, ma delle autonomie delle società naturali appunto. La lotta avrebbe potuto essere tra natura e artificio e allora sì che avrebbe assunto un respiro lungimirante. Come è noto da quando Matteo Salvini ha spinto le cose per trasformare la Lega in un partito nazionale elettoralmente ci fu un momento nel quale l'idea ebbe successo. Da allora nella Lega si sono fronteggiate due linee, nonostante l'apparente unanimismo di convenienza. Ma la linea di chi contestava l'apertura nazionale rimaneva impigliata nei piccoli rapporti di potere locali e non pensava a valorizzare le grandi potenzialità della sussidiarietà correttamente intesa. Le intuizioni di Bossi avevano una potenzialità di cui Bossi non era a conoscenza. Si spiega così anche il difficile rapporto con Gianfranco Miglio, il politologo del federalismo, il quale cercò di rinforzare il quadro culturale della Lega senza riuscirci. Ripartire dal basso, questo era il grande messaggio rivoluzionario della Lega, la rivendicazione di una priorità politica delle società naturali rispetto allo Stato che dovevano riprendersi con la lotta la propria originaria autonomia. Non per fuggire dalle tasse, dalla burocrazia o dell'ipertrofia legislativa, ma per riordinare in modo naturale tutta la politica, liberandola dalle ideologie e riconducendola alla realtà. Una prova piuttosto evidente che questo tipo di chiarezza non c'era o era difettosa è che durante i governi leghisti delle regioni settentrionali quei valori non sono stati promossi. Chi scrive queste righe ha una conoscenza maggiore del Veneto e del Friuli Venezia Giulia più che di Lombardia o Piemonte. Ora, in quelle due regioni, non si riescono a individuare nel governo leghista

    Il lascito di Umberto Bossi e la promessa incompiuta del federalismo
  7. Mar 17

    La memoria di Charlie Kirk diventa scomoda

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8481 LA MEMORIA DI CHARLIE KIRK DIVENTA SCOMODA   Si può avere timore delle opinioni in difesa della vita e in difesa delle verità scientifiche? Si può avere paura di queste opinioni anche quando arrivano da chi, proprio per esse, ci ha rimesso la vita? Ebbene sì, ed è quanto sta accadendo in Valle d'Aosta, dove una semplice proposta di intitolare un'aula di un Ateneo alla memoria di Charlie Kirk è bastata a scatenare una tempesta ideologica. Nelle scorse settimane, infatti, Lega Vallée d'Aoste e Renaissance hanno avanzato l'idea di intitolare un'aula dell'Università della Valle d'Aosta a Charlie Kirk, attivista pro life ed esponente politico statunitense ucciso in un attentato il 10 settembre dello scorso anno. La mozione sarebbe dovuta approdare in Consiglio regionale nelle sedute del 28 e 29 gennaio scorsi, ma la decisione - anche a seguito delle polemiche che sono sorte - è slittata, come ha fatto sapere il consigliere regionale della Lega Andrea Manfrin, raggiunto telefonicamente da Pro Vita & Famiglia. La proposta è nata, come detto, per iniziativa dei gruppi Lega Vallée d'Aoste e Renaissance e prevede l'intitolazione di uno spazio dell'Università della Valle d'Aosta a Charlie Kirk, con l'obiettivo di ricordarne la figura e l'impegno politico e culturale. Il tema avrebbe dovuto essere discusso formalmente in aula a fine gennaio, ma il tutto si è trasformato in un vespaio di polemiche ideologiche, spostando l'attenzione da una scelta simbolica a un terreno di scontro politico. LE ACCUSE DI CGIL E ARCIGAY Le voci critiche sono state quelle di Cgil Valle d'Aosta e Arcigay: la prima ha parlato di una scelta «del tutto inopportuna» e «divisiva», sostenendo che sarebbe sbagliato dedicare uno spazio di un ateneo pubblico a una figura che avrebbe costruito la propria notorietà politica su «posizioni xenofobe e sessiste» e su un «sistematico attacco al mondo universitario». Secondo il sindacato, infatti, le posizioni di Kirk sarebbero state legate ai valori dell'«evangelismo reazionario», con attacchi ai diritti delle persone transgender. La Cgil ha inoltre denunciato una non meglio precisata «grave ingerenza della politica» nelle scelte che dovrebbero restare di competenza esclusiva dell'Ateneo. Ancora più fazioso il comunicato di Arcigay Queer Valle d'Aosta, che ha definito la proposta «una scelta ideologica che usa un'istituzione pubblica come palcoscenico politico» e ha sostenuto che «non è pluralismo: è un tentativo di legittimazione istituzionale di una cultura politica reazionaria, autoritaria e apertamente ostile ai diritti civili». Arcigay ha inoltre riportato - decontestualizzate - alcune frasi attribuite a Kirk per dipingerlo come una figura pericolosa, arrivando a sostenere che l'intitolazione di un'aula rappresenterebbe una minaccia per i valori di inclusione e rispetto. LA PAURA DELLE IDEE ALTRUI Queste polemiche, però, rivelano soprattutto la difficoltà di una certa parte politica nell'accettare un confronto democratico con idee diverse dalle proprie. Charlie Kirk viene infatti falsamente accusato, anche nella sua memoria, di violenza, omofobia e discriminazione, senza invece riconoscere che si trattava di un attivista che difendeva con coraggio le sue posizioni - innocue e in difesa dei valori - senza ricorrere alla censura. Al centro del suo impegno c'erano infatti la difesa della vita, la libertà educativa e il richiamo alle verità scientifiche e biologiche contro le imposizioni ideologiche del gender. E dunque proprio questo sembra essere il vero motivo degli attacchi alla mozione: non l'intitolazione di un'aula, ma la paura che quelle idee possano ancora parlare, essere ricordate e trovare spazio nel confronto pubblico e democratico. Una paura che porta a trasformare le idee diverse dal mainstream in opinioni "violente", "omofobe" e "discriminatorie". Praticamente chi a parole invoca continuamente il pluralismo e la democrazia finisce per negarle. Sulla vicenda abbiamo raggiunto telefonicamente uno dei sottoscrittori della mozione, il consigliere regionale della Lega Andrea Manfrin, anche firmatario del Manifesto valoriale di Pro Vita & Famiglia alle ultime elezioni regionali. «L'iniziativa dell'intitolazione di uno spazio a Charlie Kirk - spiega - persegue l'obiettivo di rendere omaggio a chi ha sacrificato la propria vita sull'altare della libertà di espressione. Nessuno ha promosso, più di lui, il dialogo tra idee diverse, antitetiche, sfidando chiunque a dimostrare che quello che sosteneva era sbagliato, in maniera libera, di fronte a tutti. Nessuno, più di lui, ha dimostrato, con la forza della parola e della Fede, che anche un ambiente apparentemente ostile, può cambiare radicalmente opinione». Secondo il consigliere Manfrin, dunque, «le tonnellate di fango e livore riversate sui social di fronte a questa proposta, i molteplici tentativi di infangare la sua memoria non possono offuscare il suo messaggio. Abbiamo aperto un dibattito sul tema, e questo è già un grande risultato».

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