Nei giorni del Coronavirus, si è parlato di cinema e letteratura del contagio, quasi si dovesse cercare un vincitore fra chi (scrittori o registi di turno) era andato più vicino a prevedere lo scenario che stiamo vivendo oggi. Le città improvvisamente svuotate, le persone chiuse in casa per un vitale senso di autodifesa, un governo centrale da cui ci si aspettano regole chiare e precise, il terrore della trasmissione di un virus che potrebbe essere letale. La distopia è diventata realtà. La prima parte di “Cecità” è il racconto di una quarantena. Gruppi di ciechi vivono in un enorme ex manicomio dismesso, tenuti a bada da soldati vedenti che hanno il compito di sparare a chiunque osi anche solo avvicinarsi a loro o scappare. In realtà quello che i ciechi vivono dal primo giorno è un isolamento votato all’ annientamento. Una vera e propria discesa agli inferi, in cui si combatte per puro attaccamento alla vita: prima contro i soldati, che non hanno problemi a uccidere diversi ciechi, poi contro un gruppo di ciechi usurpatori, che vogliono cibo e potere tutto per sé. Nella lotta tremenda contro questi ultimi vengono descritti tutti i peggiori istinti dell’uomo, in una sorta di dizionario della bestialità. In tutto questo c’è una persona che incredibilmente vede. Si tratta della moglie del medico, donna che non ha un nome, perché tutti i personaggi di Saramago si chiamano così: il medico, l’uomo dalla benda nera, la ragazza dagli occhiali scuri, il primo cieco (che sa tanto di paziente 1), il ragazzino strabico, addirittura il cane delle lacrime. Lo scrittore, personaggio che compare nell’ultimo capitolo in una sorta di cameo dell’autore stesso, svela che ai ciechi non serve un nome proprio, perché insieme alla vista hanno perso gran parte della loro umanità. La seconda parte del romanzo sembra un ritorno alla vita e alla libertà: la moglie del medico rivela a tutti che ci vede, quindi diventa la guida di questo strano gruppo di ciechi attraverso una città sconvolta. Nelle case e per le strade mancano i beni primari, o meglio quelli che diamo per scontati nelle nostre vite di tutti i giorni. L’acqua potabile, il cibo, una doccia calda, il fuoco con cui riscaldare le vivande: nel mondo non c’è più nulla di tutto questo. Per non parlare poi delle normali attività umane: troppo davvero per paragonarlo a quello che viviamo oggi, si potrebbe pensare. Forse è davvero materia da romanzi pensare a questo tutto insieme, ma nei giorni del Coronavirus non stiamo forse vivendo anche noi un senso di perdita rispetto a quello che diamo per scontato?