Il Punto della Settimana

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  1. 10h ago

    Più in basso di così... | Il Punto della Settimana

    Negli ultimi giorni, ci è pure toccato di dover assistere alla penosa messa in scena, allestita da Matteo Renzi e da Roberto Vannacci, in merito alle loro rispettive capacità di resistenza fisica: sia in quanto a maratone, che a nuotate in mare aperto. Forse, se dovessimo scommettere - naturalmente non più di un centesimo - punteremmo maggiormente sul “vitalismo” dannunziano dell’ex generale della Folgore, piuttosto che sull’incerta prontezza atletica del furbo senatore di Scandicci, al quale, tuttavia, qualche partitella tra politici e cantanti va, comunque, pur sempre riconosciuta... Ma non è certamente su una allegra disputa balneare che intendiamo oggi richiamare la vostra attenzione, quanto, invece, su questa nuova forma di contrapposizione dialettica – che gli addetti ai lavori definiscono “social dissing” – e che mira, essenzialmente, ad incrementare l’audience digitale e mediatica di entrambe le parti. Spiace davvero constatare come la via della derisione dell’avversario – per quanto deprimente - giovi mediaticamente sia all’uno, che all’altro: tanto è vero che la provocazione da parte di Renzi nei confronti di Vannacci ha già fruttato - sull’account Instagram dell’ex premier - ben 2.9 milioni di visualizzazioni e circa 94 mila like, mentre le due risposte pubblicate sui suoi social dal generale hanno, addirittura, superato il picco dei 4 milioni di visualizzazioni e dei 175 mila commenti. Va detto che, in Italia – almeno per ora - questo è, in assoluto, uno dei primi episodi di social dissing tra leader politici di livello nazionale: e non a caso, la novità ha pure finito per turbare la suscettibilità di quanti ancora si ostinano a pensare che, in fin dei conti, un sia pur minimo di dignità culturale la politica dovrebbe, comunque, cercare di conservarlo... Tuttavia, se guardiamo un pochino anche al di fuori di casa nostra, sarà praticamente impossibile ignorare il modo in cui l’esigenza di dare, ad ogni costo, risonanza ai messaggi rivolti al grande pubblico stia rivoluzionando, radicalmente, tutta la comunicazione: compresa quella politica. Pertanto, la polemica dissing è, essenzialmente, diretta verso un’utenza che, oltre ad essere in continua espansione, è purtroppo anche ormai del tutto impreparata a comprendere i messaggi espressi con il linguaggio della politica tradizionale. Di conseguenza, possiamo pure cominciare ad abituarci all’idea di dover dimenticare la complessità dei ragionamenti - fondati su dati, riflessioni e considerazioni ideologiche – per sostituirli, invece, con i sarcasmi e gli sberleffi agostani di Renzi e Vannacci. E così, mentre bruciano Ucraina e Medio Oriente, chissà se, sotto l’ombrellone, ci capiterà persino di dover ammirare anche le foto dei due giullari toscani che, alla faccia dei problemi reali del Paese, si tuffano e si sfidano, goliardicamente, tra le acque di Forte dei Marmi o tra quelle dell’Argentario.

  2. Jul 19

    Una situazione imbarazzante | Il Punto della Settimana

    Ad un mese esatto – lo è stato ieri - dall’accordo preliminare raggiunto tra Stati Uniti e Iran, si concretizza sempre di più il ritorno di uno scenario di guerra aperta. Un conto sono, infatti, gli attacchi - limitati nel tempo e nell’estensione - cui Americani ed Iraniani hanno fatto ricorso per consolidare, nelle ultime settimane, le loro rispettive posizioni negoziali. Un altro è, invece, riconoscere a chiare lettere il fallimento del Memorandum di intesa che le parti avevano, appunto, siglato lo scorso 18 giugno. Per la verità, ci era parso, fin da subito, che il suddetto Memorandum – frutto dell’ormai consueta diplomazia dell’improvvisazione statunitense - presentasse un vizio d’origine (difficilmente sanabile) in quell’articolo 5 che, sorprendentemente, ha riconosciuto all’Iran il diritto di “definire la futura amministrazione ed i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz”. E’ ovvio che Teheran, avendo ricevuto su un piatto d’argento un regalo così insperato, adesso si rifiuti assolutamente di restituirlo all’incauto mittente...L’Iran non ha, quindi, ormai alcuna intenzione di rinunciare al controllo dello Stretto, ben conscio del fatto che, per quanto Donald Trump minacci fuoco e fiamme, la situazione in cui è andato a cacciarsi è una di quelle che consentono poche vie d’uscita dignitose. Infatti, dei tre obbiettivi fondamentali che avevano dato lo start ai bombardamenti del 28 febbraio, neanche uno – almeno finora – è stato raggiunto: né lo stop al programma dei missili balistici iraniani, né la fine del sostegno alle milizie alleate nella Regione e tanto meno l’abbandono dell’arricchimento del combustibile nucleare. Anzi, l’attacco ha prodotto, al contrario, l’imbarazzante risultato di creare uno stato di cose addirittura più favorevole alla repubblica islamica, la quale, da un giorno all’altro, si è, infatti, accorta di poter disporre di un’arma di pressione formidabile e della quale, in passato, non era neanche mai stata consapevole. Tanto è vero che, fino a pochi mesi fa, a nessun iraniano era mai venuto in mente di interdire la libera navigazione nello Stretto. Di conseguenza, dopo mesi di morte e di distruzione -che, tra l’altro, hanno coinvolto non solo il territorio iraniano, ma anche i Paesi del Golfo e le stesse basi americane situate in quella tormentata area - per la Casa Bianca, a meno che non decida sul serio di rilanciare su larghissima scala i suoi bombardamenti, risulta adesso quasi impossibile costringere Teheran ad abbassare sue le pretese: anche perchè la fazione che, al momento, detiene il potere in Iran, è quella più cinica e radicale del regime. Una fazione pronta a tutto - anche ad affrontare una nuova guerra - pur di consolidare la propria leadership, confidando nel fatto che la soglia di sofferenza interna con cui deve fare i conti Washington sarà sempre molto più bassa rispetto a quella che una spietata dittatura è in grado di imporre alla sua sventurata popolazione.

  3. Jul 12

    Dire addio ad Anchorage? | Il Punto della Settimana

    Nel complesso, il vertice NATO, appena tenutosi ad Ankara, ha finito per soddisfare praticamente tutti: e, forse, in maniera particolare, proprio quell’Ucraina che pure non è nemmeno membro dell’Alleanza. Chi si aspettava (e sperava) di poter assistere ad un meeting caratterizzato da profonde incomprensioni, ha dovuto rifare i suoi calcoli ed accettare, invece, un esito dei colloqui che si sono persino conclusi in un clima di passabile chiarezza. Gli Stati Uniti, non da oggi, sentono l’esigenza di liberarsi del costo della nostra difesa ed i partner europei hanno, a loro volta, confermato l’onere di farsene carico direttamente, ottenendo in cambio la promessa vincolante che il parziale disimpegno di Washington dal Vecchio Continente non comporterà, comunque, la perdita del supporto logistico e di quelli relativi all’intelligence ed allo scudo nucleare. Ma a sorprenderci davvero positivamente è stata, soprattutto, la netta inversione di marcia impressa da Donald Trump sulla questione ucraina. Il fatto che il documento conclusivo del vertice atlantico parli della Russia come di una “minaccia a lungo termine” per i membri della NATO sembra, infatti, indicare un sensibile ridimensionamento di quell’asse Mosca-Washington che pure, soltanto undici mesi fa, ad Anchorage, era parso sancire ufficialmente la nascita di una proficua e duratura “corresponsione di amorosi sensi” tra l’ex colonnello sovietico ed il palazzinaro newyorkese. Siamo portati a pensare che a far cambiare idea all’inquilino della Casa Bianca non sia certamente stato un ripensamento indotto da considerazioni legate al rispetto del diritto internazionale, quanto piuttosto dalla presa d’atto che adesso, probabilmente, sia Zelensky ad “avere le carte” migliori in mano e che, quindi, valga la pena di scommettere qualche dollaro anche su di lui...E per chi come Trump è abituato a giocare solamente quando sa di poter “vincere facile”, un giro di valzer nei confronti di Putin - come quello che ha appena fatto mercoledì scorso - non deve poi essere risultato neanche troppo imbarazzante... E così, dai pesci in faccia tirati al leader di Kiev nel febbraio del 2025, siamo addirittura passati alla concessione della licenza per produrre autonomamente i missili Patriot in Ucraina ed al nulla osta rispetto ai bombardamenti delle infrastrutture energetiche russe, senza badare a che le stesse siano localizzate vicino a Mosca o a San Pietroburgo. Poi, è chiaro che, quando ci sono di mezzo gli sbalzi di umore di Trump, tutto è sempre possibile...Tuttavia, se il presidente americano si è convinto che le truppe di Putin siano sul serio impantanate sul campo e che l’economia russa stia realmente per toccare il fondo, allora è più che mai possibile che abbia deciso di rinunciare – sia pure a malincuore - anche alla prospettiva di poter contare su quell’accesso privilegiato alle immense risorse energetiche e minerarie che il Cremlino avrebbe messo a disposizione delle aziende americane... se solo gli eventi fossero evoluti secondo i piani della strategia che aveva ispirato il gatto e la volpe di Anchorage.

  4. Jul 5

    Il piccolo scisma | Il Punto della Settimana

    Non è la prima volta che la “Fraternità Sacerdotale San Pio X”, fondata da Marcel Lefebvre nel 1970, sfida l’autorità di un papa: lo aveva già fatto anche 38 anni fa, consacrando quattro vescovi, immediatamente scomunicati dal Vaticano. Tuttavia, in quella circostanza, diversamente da quanto era avvenuto in passato per altri scismi, l’atteggiamento dei vertici della Chiesa cattolica fu molto meno drastico, dando, in generale, la netta sensazione di non voler approfondire troppo il solco che la divideva dal nuovo movimento tradizionalista lefebvriano. Anzi, nel 2009, papa Ratzinger aveva addirittura revocato la scomunica. D’altra parte, si trattava di un tentativo di contestare certi principi del Concilio Vaticano II che, in fondo, aveva trovato ben pochi proseliti, restando, in definitiva, un fenomeno assolutamente marginale. E poi, in fin dei conti, la sua pretesa di continuare la celebrazione della messa in latino era già stata accolta dal pontefice tedesco, consentendo a tutti quei fedeli che avessero voluto praticare ancora quel tipo di liturgia - risalente al Messale Tridentino di Pio V del 1570 – di farlo tranquillamente. Insomma, nulla di neanche lontanamente paragonabile ai grandi scismi dei secoli andati. Viene, pertanto, adesso da domandarsi quali mai possano essere state le ragioni che hanno spinto la Fraternità a rimettere nuovamente in discussione l’autorità del pontefice romano. Tra l’altro, sul soglio di Pietro non c’è più nemmeno il determinato e coriaceo Mario Bergoglio, ma il prudente Robert Prevost che, infatti, non ha risposto subito con la scomunica per chi minacciava il primato pontificio, esortando, invece, gli insubordinati sacerdoti di Econe a considerare bene la gravità del loro atto, prima di portarlo incautamente a termine. Che significato attribuire a quello di voler consacrare altri quattro vescovi, in un momento in cui, oltre tutto, ai seguaci di Marcel Lefebvre non erano certo preclusi i loro rituali, le loro vesti talari e persino le critiche più aperte alle tesi del Concilio Vaticano II ? Forse a muovere questa sorta di quasi irrilevante ribellione è stata la stessa marginalità del movimento di Econe che ha, probabilmente, avvertito il bisogno di ritagliarsi un sia pur fuggente attimo di visibilità, come spesso capita a molte minoranze settarie. In conclusione, lo scisma lefebvriano con la sua sfida alla volontà della Chiesa cattolica di rimanere un aperto terreno di confronto sui problemi del nostro tempo, va ad inserirsi in quel confuso scenario ideologico con il quale, purtroppo, ci siamo ormai abituati a rapportarci quotidianamente. Uno scenario che, dalle dispute politiche a quelle scientifiche o religiose, pullula di minoranze che vogliono, ad ogni costo, imporre la propria “alterità”, la propria verità e la propria presunta superiorità culturale.

  5. Jun 28

    La NATO e i suoi vincoli | Il Punto della Settimana

    Le incaute (almeno così vogliamo sperare) parole di Mark Rutte hanno offerto alle opposizioni un assist degno del Gianni Rivera dei tempi migliori, per presentare la vicenda dei 500 voli partiti da Aviano e Sigonella come la prova di un coinvolgimento italiano nella guerra contro l’Iran. Cerchiamo allora di fare allora un minimo di chiarezza. Come è noto, sono numerose le basi militari - collocate sul nostro territorio - ad ospitare forze armate statunitensi (o anche di altri Paesi NATO), sia in pianta stabile, che in occasione di particolari manovre concordate in seno all’Alleanza Atlantica. E stiamo parlando non soltanto di forze terrestri, navali ed aeree, ma anche di svariate istallazioni tecniche destinate alle comunicazioni, al controllo dello spazio aereo o delle zone di frontiera. Di regola, tutto quanto avvenga in questi ambiti è - salvo casi davvero straordinari, se non addirittura inimmaginabili - controllato dallo Stato Italiano, attraverso le sue Forze Armate, le sue Forze dell’Ordine ed i suoi Servizi di Intelligence. Il loro impegno, come si può ben immaginare, è particolarmente intenso, dal momento che tutte le attività che si svolgono senza sosta in queste basi, sono, in definitiva, proprio quelle che contribuiscono ad assicurare la costante difesa di ogni Paese che aderisca all’Alleanza. Ed a questo proposito, può anche capitare che, in situazioni particolari – proprio come quella che ha appena visto un massiccio impiego di forze statunitensi nel Golfo - emergano esigenze specifiche a livello di logistica, di rifornimenti o di spostamenti rapidi di personale: esigenze che, ultimamente, hanno, appunto, richiesto una intensificazione delle attività americane nelle basi in questione. Il tutto però, avviene sempre sotto controllo italiano. In questi casi, vige, infatti, stabilmente una distinzione netta tra missioni di combattimento e missioni di altra natura tecnica. Pertanto, come del resto già successo in passato, l’Italia, sul conflitto iraniano, ha negato l’uso delle sue basi per missioni di combattimento, mentre ha consentito tutte quelle di carattere tecnico e logistico. In sostanza, nessun aereo statunitense è decollato da basi italiane per andare a bombardare l’Iran o altri obiettivi nell’area, mentre non pochi hanno, invece, fatto scalo in Italia prima di raggiungere altre postazioni situate nelle zone di guerra. Poi, ovviamente, come siano stati utilizzati una volta giunti in Medio Oriente, non può più essere un problema di competenza anche italiana. Dobbiamo, quindi, essere chiari ed evitare di nasconderci dietro ipocriti e poco credibili esercizi di ambiguità politica, poiché partecipare ad una alleanza militare come la Nato, comporta pure il dovere di contribuire sempre al mantenimento di un alto livello di capacità operativa delle forze militari: e non solo in Italia, ma ovunque queste stiano agendo. Di conseguenza, il solo pensare di potersi furbescamente sottrarre a determinati compiti, vorrebbe già dire che, in pratica, si è deciso di uscire dalla cooperazione militare. In altre parole, sebbene le distinzioni politiche all’interno della NATO restino – ed oggi in particolar modo – assolutamente legittime e giustificate, non debbono, comunque, mai spingersi fino al punto di mettere in discussione i vincoli di solidarietà tra alleati. Altrimenti, meglio illudersi di poter fare da soli e non lamentarsi quando poi si prova, sul serio, l’effetto che fa la zannata dell’orso sulla nostra pelle.

  6. Jun 21

    Per “vincere” così, meglio perdere

    Ci pare che i 14 punti di intesa, che sono stati sottoscritti dagli Iraniani e dai “trumpiani”, costituiscano una bizzarra (quanto assurda) dimostrazione di come una indiscutibile vittoria militare possa trasformarsi in una imbarazzante sconfitta e di come, invece, una sonora batosta sul campo di battaglia possa sorprendentemente prendere le forme di autentico successo sul piano politico e strategico. Non ci risulta, infatti, per niente facile capire cosa abbia mai indotto gli Stati Uniti a compromettere, in modo così autolesionistico, l’esito finale di un conflitto che, in realtà, avevano avuto in mano fin dalle primissime ore: quelle cioè, in cui tutta la leadership iraniana era stata, in un sol colpo, cancellata e spazzata via, unitamente alla sua marina, alla sua aviazione ed a una buona parte di quelle infrastrutture missilistiche (e, probabilmente, anche nucleari) che, alla repubblica islamica, erano costati decenni di sacrifici inauditi. Ammirevole, invece, la maestria scacchistica con la quale Teheran ha saputo rimodellare un’autentica catastrofe militare ed istituzionale, dandole abilmente i connotati di una trattativa diplomatica da condursi in condizioni di “pari dignità”. E’, infatti, pressoché innegabile che, chiudendo lo Stretto di Hormuz, l’Iran abbia costretto il mondo intero a riconoscergli una capacità di interdizione (o, se volete, di ricatto) che ha rivalutato enormemente il peso specifico di uno Stato che, fino a ieri, era certamente tra i più emarginati del Pianeta. Il Paese islamico si è, dunque, imposto, da un giorno all’altro, come il pericolosissimo ed imprescindibile “custode” di una via navigabile, attraverso la quale transita circa un quinto del petrolio mondiale. Così, se la sconfitta militare è stata praticamente totale, la solidità politica del regime è, al momento, tutt’altro che sul punto di crollare. Certo, la versione che la Casa Bianca ci dà di questa storia è di ben altra natura: e lo abbiamo sentito ripetere, fino allo sfinimento, per la durata di tutto il G7. Tuttavia, la verità è, invece, quella che gli Stati Uniti non si sono rivelati in grado di portare a termine le proprie azioni iniziali. Impossibile, ad esempio, negare che gli attacchi iraniani contro gli Stati del Golfo si siano, impunemente, verificati nonostante la presenza delle forze americane nella regione, dimostrando che la garanzia di sicurezza a stelle e strisce non era poi così efficace nel contrastarli. L’Iran ha, infatti, ripetutamente preso di mira tutte le sei monarchie del Golfo, senza farsi alcuno scrupolo nel coinvolgere infrastrutture energetiche, aeroporti civili e quartieri residenziali, persino durante il periodo in cui vigeva il cessate il fuoco. Valga a conferma della mancanza di affidabilità statunitense cui ci stiamo riferendo, anche il commento che lo stesso Donald Trump ha ritenuto di poter fare, definendo, lo scorso 3 giugno, “una cosa di poco conto” l’attacco missilistico che i pasdaran avevano appena sferrato sul principale aeroporto del Kuwait. Nessuna meraviglia, quindi, se gli stessi Stati del Golfo abbiano, a questo punto, tratto la conclusione che la protezione di Washington - su cui si fondavano le loro certezze – una volta messa seriamente alla prova, si sia purtroppo rivelata non pienamente all’altezza della situazione. E da questo genere di considerazioni, è, dunque, sorta anche la loro esigenza di diversificare le proprie fonti di assistenza bellica, che, non a caso, adesso hanno cominciato ad estendersi pure al Pakistan, alla Turchia, all’Egitto, se non addirittura alla Cina… Gli Stati del Golfo si stanno così preparando (e forse anche rassegnando) ad uno scenario in cui il controllo di Teheran sullo Stretto diventerà una sgraditissima regola permanente da accettare, piuttosto che una temporanea anomalia da correggere in tempi rapidi. Uno scenario in cui, rebus sic stantibus, Washington reciterà magari ancora una parte importante, ma che non sarà, comunque, più quella del protagonista assoluto. La guerra sembra, pertanto, avere prodotto l’esatto contrario rispetto a quelle che erano le aspettative americane prima del 28 febbraio: visto che il regime iraniano ne è uscito militarmente distrutto, ma politicamente addirittura potenziato, essendosi finalmente guadagnato quei galloni di potenza regionale universalmente riconosciuta, dopo 47 anni di fideistica attesa. Al contrario, gli Stati Uniti hanno, invece, ancora una volta confermato di poter vincere qualsiasi conflitto armato, ma di non sapere poi tradurre il successo militare in un qualche cosa di concretamente positivo per i propri interessi.

  7. Jun 14

    I Mondiali dell’era MAGA | Il Punto della Settimana

    E pensare che quando, otto anni fa, la FIFA aveva assegnato i Mondiali del 2026 a Stati Uniti, Messico e Canada, i tre Paesi ospitanti si erano impegnati a garantire “procedure di ingresso semplificate e non discriminatorie” per atleti, accompagnatori, arbitri e tifosi muniti di biglietto... Già, però, a quel tempo, difficilmente qualcuno avrebbe potuto immaginare che l’avvento, a Washington, di una nuova Amministrazione avrebbe finito per rimettere in discussione un po’ troppe cose: sino al punto di affermare che le sue normative sulla sicurezza nazionale e sull’immigrazione avrebbero avuto una priorità assoluta anche rispetto a qualsiasi richiesta fosse stata, eventualmente, avanzata dalla Federazione Internazionale del calcio. Di conseguenza, sono stati imposti divieti di ingresso (o restrizioni) a carico dei tifosi di ben 39 Paesi, mentre la sicurezza negli stadi è stata affidata a quella agenzia “ICE”, la cui inquietante notorietà, a livello globale, non è certo legata ad un uso abituale del “guanto di velluto”... C’è poi anche una lista di Stati, i cui cittadini, per ottenere un visto che consenta loro l’accesso ai campi da gioco, dovranno versare una cauzione che varia tra i 5mila ed i 15mila dollari. E con questo clima di accoglienza tutt’altro che caloroso, sono, fin da subito, venuti a contatto anche alcuni addetti ai lavori come l’arbitro somalo, Omar Artan, fermato all’aeroporto di Miami (e poi rispedito in patria) per un caso di omonimia, allegramente scambiato per un presunto “legame con organizzazioni terroristiche”... Oppure come l’ex pallone d’oro, Fabio Cannavaro – oggi commissario tecnico dell’Uzbekistan – che ha rischiato, tragicomicamente, di finire dentro per sospetto traffico di sostanze stupefacenti… E se “il buongiorno si vede dal mattino”, prepariamoci pure ad assistere ad un mese durante il quale lo spettacolo extra calcistico - in quanto a clamore - potrebbe persino superare quello più propriamente sportivo che invece, in condizioni di normalità, dovrebbe essere, di gran lunga, il più coinvolgente.

  8. Jun 7

    “Scherzi a parte” di cattivo gusto | Il Punto della Settimana

    Non abbiamo mai provato alcuna simpatia per la persona in questione, né per i personaggi che la coinvolsero nelle sue precedenti vicende giudiziarie: tuttavia riflettendo sul linciaggio mediatico al quale è stata, recentemente, sottoposta Nicole Minetti, non possiamo fare a meno di chiederci a quali infimi livelli sia scaduto il dibattito pubblico in questo nostro “travagliato” Paese, divenuto – ormai evidentemente - un luogo in cui chiunque può sparare la notizia più strampalata che gli venga in mente, contando sul “fatto” che tanto – prima che ne sia accertata l’infondatezza – ne risulteranno, comunque, ampiamente influenzate le opinioni pubbliche e magari anche sconvolte delle esistenze private. La Procura generale di Milano ha, infatti, appena chiarito che gli elementi di cronaca riportati da un quotidiano e da un paio di trasmissioni televisive “non corrispondono al vero e non non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito”. Ricordiamo, brevemente, che la Minetti aveva ottenuto la grazia il 18 febbraio 2026 - con il parere favorevole del Procuratore generale della Corte d’Appello e del ministro Nordio - per gravi motivi umanitari legati alle condizioni di salute del figlio minore adottato. Poco tempo dopo, era però arrivato il primo articolo di un quotidiano che, giorno dopo giorno, ha poi costruito, un castello di carte accusatorio, fondato sulle dichiarazioni di una estetista uruguaiana la quale - raccontando di festini alla “sesso, droga and rock and roll” che si sarebbero svolti abitualmente nella residenza sud americana dell’imprenditore veneziano, Giuseppe Cipriani (attuale compagno della Minetti) - avrebbe dimostrato che, in realtà, lo stile di vita della ex collaboratrice di Berlusconi non era affatto mutato, rispetto a quello che lei conduceva ai bei tempi allegri del “bunga bunga”. Logico, a questo punto, l’allarme squillato al Quirinale, dove si è giustamente temuto di essere caduti in una trappola (o, comunque, in un errore istituzionalmente imperdonabile) e da dove, di conseguenza, è partita un’immediata richiesta al povero (ed incolpevole) Nordio, affinché acquisisse “con urgenza” informazioni sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”. Bene, adesso l’esito delle verifiche supplementari – che hanno coinvolto persino l’Interpol e le magistrature di Uruguay e Spagna – è finalmente arrivato per smentire tutte le affermazioni sui festini e per confermare la piena regolarità nell’adozione del bambino, nonché l’assenza di una qualsiasi pendenza giudiziaria a carico della Minetti all’estero. Quindi, una bolla di sapone, una brutta puntata di “scherzi a parte”, che però ha rischiato di nuocere seriamente non solo alla dignità di alcune persone, ma anche alla credibilità delle massime istituzioni dello Stato. Purtroppo, anche se il meccanismo è antico e quindi ben conosciuto, continua a funzionare piuttosto bene: si pubblica un’accusa, la politica entra in subbuglio e poi la smentita arriva quando il danno ormai è già stato fatto… Pertanto, non illudiamoci: ci sarà ancora una prossima volta, con le sue ennesime presunzioni di verità, cui seguiranno - con il solito colpevole ritardo - le relative e neanche troppo imbarazzate smentite.

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