Il Punto della Settimana

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  1. 4d ago

    “Scherzi a parte” di cattivo gusto | Il Punto della Settimana

    Non abbiamo mai provato alcuna simpatia per la persona in questione, né per i personaggi che la coinvolsero nelle sue precedenti vicende giudiziarie: tuttavia riflettendo sul linciaggio mediatico al quale è stata, recentemente, sottoposta Nicole Minetti, non possiamo fare a meno di chiederci a quali infimi livelli sia scaduto il dibattito pubblico in questo nostro “travagliato” Paese, divenuto – ormai evidentemente - un luogo in cui chiunque può sparare la notizia più strampalata che gli venga in mente, contando sul “fatto” che tanto – prima che ne sia accertata l’infondatezza – ne risulteranno, comunque, ampiamente influenzate le opinioni pubbliche e magari anche sconvolte delle esistenze private. La Procura generale di Milano ha, infatti, appena chiarito che gli elementi di cronaca riportati da un quotidiano e da un paio di trasmissioni televisive “non corrispondono al vero e non non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito”. Ricordiamo, brevemente, che la Minetti aveva ottenuto la grazia il 18 febbraio 2026 - con il parere favorevole del Procuratore generale della Corte d’Appello e del ministro Nordio - per gravi motivi umanitari legati alle condizioni di salute del figlio minore adottato. Poco tempo dopo, era però arrivato il primo articolo di un quotidiano che, giorno dopo giorno, ha poi costruito, un castello di carte accusatorio, fondato sulle dichiarazioni di una estetista uruguaiana la quale - raccontando di festini alla “sesso, droga and rock and roll” che si sarebbero svolti abitualmente nella residenza sud americana dell’imprenditore veneziano, Giuseppe Cipriani (attuale compagno della Minetti) - avrebbe dimostrato che, in realtà, lo stile di vita della ex collaboratrice di Berlusconi non era affatto mutato, rispetto a quello che lei conduceva ai bei tempi allegri del “bunga bunga”. Logico, a questo punto, l’allarme squillato al Quirinale, dove si è giustamente temuto di essere caduti in una trappola (o, comunque, in un errore istituzionalmente imperdonabile) e da dove, di conseguenza, è partita un’immediata richiesta al povero (ed incolpevole) Nordio, affinché acquisisse “con urgenza” informazioni sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”. Bene, adesso l’esito delle verifiche supplementari – che hanno coinvolto persino l’Interpol e le magistrature di Uruguay e Spagna – è finalmente arrivato per smentire tutte le affermazioni sui festini e per confermare la piena regolarità nell’adozione del bambino, nonché l’assenza di una qualsiasi pendenza giudiziaria a carico della Minetti all’estero. Quindi, una bolla di sapone, una brutta puntata di “scherzi a parte”, che però ha rischiato di nuocere seriamente non solo alla dignità di alcune persone, ma anche alla credibilità delle massime istituzioni dello Stato. Purtroppo, anche se il meccanismo è antico e quindi ben conosciuto, continua a funzionare piuttosto bene: si pubblica un’accusa, la politica entra in subbuglio e poi la smentita arriva quando il danno ormai è già stato fatto… Pertanto, non illudiamoci: ci sarà ancora una prossima volta, con le sue ennesime presunzioni di verità, cui seguiranno - con il solito colpevole ritardo - le relative e neanche troppo imbarazzate smentite.

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  2. May 31

    Niente Roma Pride | Il Punto della Settimana

    Niente Pride, quindi, per le associazioni che rappresentano le comunità Lgbtqia ebraiche italiane ed europee. Il prossimo 20 giugno, la tradizionale sfilata romana dei carri che festeggiano l’inclusività sessuale, risulterà, infatti, un po’ meno inclusiva, almeno riguardo alla partecipazione del Keshet Italia: gruppo che si compone, appunto, di elementi di religione o, comunque, di cultura israelita, rei – secondo gli organizzatori del Roma Pride – di non “avere preso e non intendere prendere le distanze dal genocidio a Gaza”. A questa argomentazione, i membri del Keshet controbattono, sostenendo che, in realtà, l’unica vera loro colpa sarebbe quella di essere ebrei e parlano di un antisemitismo “mascherato da posizionamento politico che rimane, comunque, antisemitismo”. Sulla questione è prontamente intervenuta l’ex parlamentare del PD, Anna Paola Concia, da sempre paladina dei diritti delle minoranze sessuali, la quale si è detta contrariata dinanzi a questo tipo di discriminazione, poiché – ha ricordato - “Il Roma Pride non è di proprietà di nessuno” ed era anzi “una manifestazione inclusiva che oggi discrimina perdendo la sua natura”. Ed in effetti, questa sorta di “esame di ammissione”, di controllo della correttezza politica o della verginità culturale che viene ormai, sempre più frequentemente, richiesto ai nostri connazionali ebrei ogni volta che desiderano fare o dire qualcosa, infastidisce notevolmente pure noi. Anche perché, francamente, ci pare che questa pratica non venga applicata a nessun’altra categoria di cittadini italiani o stranieri presenti nel nostro Paese, ai quali non si chiede, infatti, mai di rendere conto di eventuali nefandezze commesse dai loro governi. Tra l’altro - a voler anche essere minimamente obbiettivi - chi si occupa di Roma Pride dovrebbe ben sapere che è proprio Israele l’unico Stato mediorientale in cui essere gay non è reato... Insomma, se chi – come noi – è nato a Genova ed è stato regolarmente battezzato, decide di salire sul carro che rappresenta la Liguria, lo farà liberamente senza che a nessuno, prima di lasciarlo accomodare, venga in mente di domandargli cosa ne pensi di Gaza, di Flottiglia o di Hamas. Invece, dagli ebrei italiani – percepiti ancora, evidentemente, come un corpo estraneo al resto della società – si continuano a pretendere abiure e prove di lealtà, esattamente come succedeva ai tempi bui della caccia all’untore.

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  3. May 24

    Un Paese irriconoscibile | Il Punto della Settimana

    Secondo i sondaggi israeliani più recenti, il partito di Ben Gvir, alle prossime elezioni politiche, dovrebbe raccogliere da sei agli otto seggi che, per la sopravvivenza politica (ma anche giudiziaria) di Benjamin Netanyahu, assumono un’importanza potenzialmente decisiva. Al momento, infatti, secondo le indagini demoscopiche, l’attuale maggioranza di governo viene accreditata di 51 seggi, rispetto ai 56 delle varie opposizioni, la cui coesione andrebbe, comunque, assolutamente verificata. Questo significa che nessuno dei due eventuali schieramenti contrapposti potrebbe, oggi, ottenere quei 61 seggi che, da sempre, sono necessari per formare una sia pur risicata maggioranza in un parlamento come la Knesset che si compone, appunto, di 120 membri. Ecco perché anche i voti della destra messianico/religiosa – per quanto impresentabili o imbarazzanti possano essere – diventano ossigeno indispensabile per l’uomo che, sebbene a fasi alterne, governa Israele addirittura dal 1996. Naturalmente, non possiamo entrare nella testa di Netanyahu, ma considerato il pragmatismo – spesso magari anche duro o spietato – che ha sempre caratterizzato la su azione di governo, ci viene da immaginare un suo ovviamente oggi inesprimibile, ma, comunque, profondo fastidio nei confronti di certe sparate di alcuni suoi ministri che, probabilmente, se potesse, chiuderebbe in una gabbia, gettando via la chiave. Però, come si è detto, non può e deve, quindi, barcamenarsi tra una timida presa di distanza dalla vergognosa esibizione di Ben Gvir dell’altro giorno ed una sostanziale adesione ad ogni istanza portata avanti dalle componenti più intolleranti ed integraliste presenti in un Paese che, almeno fino a ieri, noi eravamo soliti definire come “l’unico faro di democrazia in Medio Oriente”. Ed a questo proposito, ben si comprende il netto dissenso, espresso dalle comunità ebraiche europee, in merito alle irresponsabili provocazioni di Ben-Gvir, nel più che fondato timore che queste possano contribuire, in maniera determinante, al superamento definitivo di quell’ormai sottilissimo confine che dovrebbe ancora separare la critica legittima alla politica di Gerusalemme dal vero e proprio antisemitismo. Un fenomeno che ormai sta dilagando - senza freni, senza ritegno e senza memoria - in ogni ambito delle società europee, rendendo sempre più difficile distinguere tra quello che è il conflitto politico e quello che è l’odio razziale. E pensare che Israele aveva, almeno formalmente, raccolto un vasto – quanto da noi inaspettato – patrimonio di solidarietà internazionale dopo la tragedia del 7 ottobre. Purtroppo, lo ha gradualmente sprecato: sia con l’incontrollata violenza esercitata su Gaza, che con alcune svolte politiche che ci portano adesso a domandarci dove sia finito il Paese che - prima a Camp David nel 2000 e poi ancora nel 2008 – offrì, rispettivamente ad Arafat e ad Abu Mazen, praticamente tutto quello che i due rais potessero desiderare, in cambio della sola pace. Naturalmente, sul mai chiarito rifiuto opposto dai due leadres arabi in entrambe le circostanze, l’interesse di politici, storici e commentatori continua ad essere pressochè pari a zero...ma di questo è inutile parlare.

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  4. May 17

    Perplessità su Bruxelles | Il Punto della Settimana

    Non osiamo quasi immaginare gli ulteriori danni energetici che imprese e famiglie subirebbero se la crisi del Golfo dovesse protrarsi ancora a lungo. Infatti, al di là di ogni velleitaria narrazione green, il petrolio ed il gas continuano ad essere risorse indispensabili per il funzionamento delle economie globali e, pertanto, una riduzione dei loro volumi disponibili non potrebbe che incidere pesantemente sui nostri costi di produzione e poi, di conseguenza, anche sui prezzi al consumo. E purtroppo - come ci hanno ormai spiegato, fin troppo bene, analisti ed esperti di ogni continente - tra il 15 ed il 20% del petrolio mondiale consumato transitava normalmente da Hormuz. Per il gas poi, il disagio si è fatto persino più opprimente, poiché una quota (oscillante tra il 20 e il 25%) del gas naturale liquefatto che si consumava a livello planetario, proveniva proprio dal Qatar. Inoltre, se anche, improvvisamente, i pasdaran si trasformassero in miti fraticelli di Assisi e Donald Trump assumesse le fattezze del Mahtma Gandhi, la crisi sarebbe, comunque, destinata a perdurare ancora per molto tempo, dal momento che quella di ripristinare l’ordinario funzionamento delle catene logistiche e degli impianti rimasti danneggiati dai missili iraniani non sarà certo una faccenda che si risolve in pochi minuti. Ed a questo proposito, basta considerare che le stime per il recupero della più importante struttura mondiale di liquefazione – e cioè, quella di Ras Laffan – ci parlano di interventi che potrebbero richiedere dai 4 ai 5 anni di lavoro... E il gas – inutile ricordarlo – se rappresenta una risorsa strategica per l’Europa intera, lo è poi, in maniera particolare, per l’Italia, visto che, nel nostro Paese, una parte consistente dell’elettricità proviene proprio da centrali termoelettriche a gas. Centrali i cui costi sono, tra l’altro, anche aggravati - nell’Unione Europea - dal pagamento delle quote di CO2 che, attualmente, incidono per quasi 30 Euro a megawattora. Per questo motivo, ci sorprende non poco il fatto che, nonostante il momento che le economie comunitarie stanno vivendo, la Commissione UE – almeno fino ad oggi – si sia opposta all’idea di sospendere, sia pure per qualche mese, questa forma di tassa carbonica, così onerosa rispetto al costo dell’elettricità. Bruxelles sta, invece, dando l’impressione di muoversi come se quella che è un’autentica emergenza energetica fosse, in realtà, solo il frutto della fantasia di qualche ossessionato menagramo. Solo così, riusciamo, infatti, a spiegarci il suo rifiuto di consentire agli Stati membri di derogare – come, ad esempio, proposto anche dall’Italia - al patto di stabilità per poter meglio sostenere, in questa fase, sia le famiglie, che le imprese europee. Pertanto, di fronte a tali rigidità (per non dire ottusità), gli spazi a disposizione dei governi – specialmente quelli maggiormente indebitati - non possono che ridursi a ben poca cosa: come, del resto, dimostrano gli interventi temporanei sulle accise di benzina e gasolio che, in definitiva - oltre a servire come una mentina contro una polmonite - non distinguono nemmeno tra chi viaggia per necessità di lavoro o di salute e chi, invece, lo fa per divertirsi al volante della sua potentissima Ferrari...

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  5. May 10

    Garlasco | Il Punto della Settimana

    E se Alberto Stasi, il giovane bocconiano che in tanti, - basandosi sbrigativamente su alcune immagini non propriamente “castigate” che erano state trovate sul suo computer – avevano considerato, fin da subito, come un individuo capace di commettere anche i più efferati delitti, stesse albergando nelle nostre patrie galere da oltre undici anni per un crimine che non ha commesso? E se quel biondino dagli occhi – ahilui - di ghiaccio e dallo sguardo impenetrabile fosse magari finito nel vortice di uno di quei neanche tanto rari casi di giustizia approssimativa che mettono in cattiva luce i tribunali italiani? Adesso, vista la piega che sembrano prendere le indagini a Garlasco, aspettiamoci pure che, da un momento all’altro, lo spietato assassino torni ad essere un “bravo e sfortunato ragazzo”, rimasto vittima della superficialità o dell’incompetenza di chi, a suo tempo, decise del suo destino. D’altra parte, nel processo a carico di Stasi, non sono mai state raccolte prove ritenute sufficienti per superare la soglia dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio”: tanto è vero che, nei primi due gradi di giudizio, fu sempre assolto, poiché le accuse nei suoi confronti si fondavano su ricostruzioni essenzialmente indiziarie, mancando, infatti, una vera e propria “prova regina”. Viene dunque, a questo punto, da chiedersi quante volte a prevalere, nei giudizi penali, non sia tanto la ricerca della verità, quanto invece l’ansia di fornire - comunque ed anche a rischio di commettere errori imperdonabili - una qualche risposta alla sete di giustizia (o talvolta di vendetta) dell’opinione pubblica. Tanto, in Italia, la responsabilità per errore giudiziario ricade, normalmente, sempre sullo Stato. È lo Stato, infatti, a risarcire il danno e non chi ha concretamente preso decisioni che possono avere distrutto, in maniera spesso definitiva, l’esistenza di un essere umano. Questo perchè una rivalsa nei confronti del giudice è prevista limitatamente alle fattispecie nelle quali egli abbia agito con dolo o colpa grave. Quindi, praticamente mai... Ne discende, pertanto, un sistema in cui la magistratura esercita un potere enorme – ossia, quello di incidere sulla libertà e sull’esistenza delle persone - senza che a questa condizione di sostanziale dominio corrisponda una forma di responsabilità che sia adeguatamente conseguenziale e proporzionata. E francamente, noi non possiamo che rabbrividire in presenza di un meccanismo accusatorio che i colpevoli pare più interessato a crearli, che a cercarli.

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  6. Apr 26

    25 Aprile | Il Punto della Settimana

    Anche quest’anno, con l’avvicinarsi del 25 Aprile, il presidente del Senato, Ignazio la Russa, ha rilanciato l’idea di ricordare, contestualmente, sia i caduti della Resistenza, che quelli di Salò, come gesto di riconciliazione nazionale. Chi sostiene l’opportunità di rivedere l’impianto celebrativo che, da sempre, caratterizza la Giornata della Liberazione, di solito lo fa argomentando che, in fondo, anche quelli che sono morti in camicia nera combattevano in “buona fede”. E su questo aspetto, non ci sentiamo certamente di negare che, un po’ perché costretti dalla leva obbligatoria e dalla paura di finire al muro in caso di diserzione e un po’ perché suggestionati da almeno vent’anni di propaganda fascista, chissà quanti giovani avranno imbracciato il moschetto senza avere pienamente contezza di quello che stessero facendo...D’altra parte, la storia del nostro secondo Novecento è piuttosto ricca di individui che, finita la guerra, hanno cancellato, più o meno spontaneamente, ogni legame con il proprio trascorso “repubblichino” per abbracciare nuovi orientamenti politici e culturali. Giusto così, poiché una prova d’appello non si nega mai a nessuno. Tra l’altro, c’è stato persino chi, archiviando un passato per lui alquanto imbarazzante e facendo dell’antifascismo un proprio marchio di fabbrica, è arrivato persino a vincere il premio Nobel per la Letteratura… Tuttavia, resta il fatto che un conto è indulgere sugli sbagli e sulle ingenuità che si possono commettere in gioventù ed un altro è, invece, quello di applicare concetti come “buona fede” o “patriottismo” ad eventi che, trascendendo la sfera dell’individuale, vanno, essenzialmente, ad inquadrarsi in una prospettiva che è storica e, quindi, anche inevitabilmente collettiva. E purtroppo, nel nostro Paese, in quel tragico biennio 1943 – 45, si ammazzarono tra di loro cittadini italiani che (consapevolmente o meno) stavano dalla parte di Hitler ed altri che, invece, lo combattevano. Di conseguenza, pensiamo che sia quasi inutile soffermarsi ad immaginare come sarebbe ancora oggi il mondo se, per disgrazia, avessero vinto i primi... Ci pare, pertanto, opportuno evitare di commemorare insieme i caduti dell’una e dell’altra parte: se, infatti, sarà pure vero che tutti i morti (o quasi) meritano rispetto, altrettanto fondata è però anche l’obiezione di chi ritiene che l’ accomunare le sorti di partigiani e brigate nere, più che a promuovere un lodevole gesto di pietà umana, servirebbe, in realtà, solamente ad alimentare un pericoloso fenomeno di confusione interpretativa della nostra Storia.

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  7. Apr 19

    Non tutto il male viene per nuocere | Il Punto della Settimana

    Ci sembra che, per quanto riguarda le vicende della politica italiana, il fatto più rilevante di questa settimana sia stato il sostanziale “ben servito” che il bizzoso presidente americano, Donald Trump, ha dato alla nostra premier Giorgia Meloni, la quale si era forse un po’ troppo a lungo, incautamente, cullata nell’illusione di poter contare su un rapporto se non di amicizia, almeno di vicinanza politica con un signore che, invece, ha già ampiamente dimostrato di saper essere solidale solamente con se stesso. Il famoso “ponte” tra Unione Europea e Stati Uniti è, dunque, rapidamente crollato alla prima folata di vento, anche perché - come del resto apparve evidente fin dal suo secondo insediamento alla Casa Bianca - l’improbabile interlocutore d’Oltreoceano non era affatto interessato a consolidarlo. D’altra parte, dopo l’indecisa presa di distanza sulla guerra in Iran (“non condivido, né condanno”), ma soprattutto dopo aver osato definire “inaccettabile” l’attacco di Trump al Papa, ci sarebbe stato veramente da meravigliarsi se sulla testa della Meloni non fossero piovute tutte quelle espressioni di delusione e di disistima che il Tycoon ha voluto riversarle. In ogni caso, per quanto si sia trattato di una reazione più che prevedibile, quella che da Washington ha investito la guida del nostro Governo resta, indubbiamente, una sfuriata destinata ad avere un effetto tutt’altro che marginale, sia livello di politica estera, che di immagine per la stessa Meloni. Meloni che aveva, inutilmente, cercato in tutti i modi di tenere uniti Trump e l’Occidente europeo, per poi dovere amaramente prendere atto di quanto l’impresa fosse titanica… Tuttavia, non è neppure detto che da questo suo insuccesso strategico, l’inquilina di Palazzo Chigi non possa trarre anche dei vantaggi: anzi, considerata l’aria che tira in questo momento, diremmo più vantaggi che altro, visto che, nel giro di 48 ore, Giorgia è, improvvisamente, riuscita a svincolarsi da una situazione “tossica” e fastidiosa, che la vedeva ancora legata allo sconfitto Orban ed all’ormai universalmente mal sopportato Donald Trump. E se alla fine, la scomunica arrivata dalla Casa Bianca si rivelasse come una sorta di valido ricostituente, utile per ridare un po’ di tono alla sua immagine elettorale, ultimamente abbastanza impallidita? E se alla fine, tutte le espressioni di rancorosa sfiducia che l’hanno colpita in queste giornate, si traducessero in un autentico ed insperato colpo di fortuna, in grado di salvare sia lei, che il suo Governo da una deriva di imbarazzante isolamento politico non solo interno, ma anche internazionale? Resta il fatto che, in ogni caso, questa polemica con gli Usa segna la fine ed anche il parziale fallimento della strategia estera che Giorgia Meloni aveva seguito fino ad oggi. Per parte nostra, siamo però certi che l’Italia, pur magari rivendicando – speriamo soprattutto sul piano commerciale - una maggiore autonomia rispetto all’alleato americano, ben difficilmente defletterà da quella ininterrotta tradizione di rapporti di ragionevole convenienza che, da oltre ottant’anni, la affiancano agli Stati Uniti. Anche perché delle cosiddette “terze vie”, quello che resta sono ormai soltanto delle sbiadite memorie che ora intristiscono negli archivi del passato, mentre – piaccia o non piaccia – dell’America, al momento, non possiamo ancora permetterci di farne a meno. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it

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  8. Apr 12

    Oggi si vota in Ungheria | Il Punto della Settimana

    Oggi, domenica 12 aprile, gli elettori ungheresi sono chiamati a votare per definire il futuro politico del loro Paese. Apparentemente, dovrebbe trattarsi di un avvenimento di scarsa rilevanza internazionale, dal momento che stiamo, pur sempre, parlando di una Nazione che, con i suoi neanche dieci milioni di abitanti, rappresenta all’incirca soltanto il 2% dell’intera popolazione europea. Tuttavia, quella che sta per concludersi sarà, invece, una sfida di assoluta importanza, dal momento che l’Ungheria - per tutta la durata dell’era Orban - ha agito, consapevolmente, da strumento utilizzato da Russia, Cina e Stati Uniti, al fine di rallentare - se non apertamente boicottare - la già di per sé complessa ed incerta costruzione europea. Orban si è, ad esempio, progressivamente sempre più appiattito sulla politica del Cremlino, condividendone la crescente diffidenza nei confronti dell’Unione Europea, fino ad arrivare a nutrire anche una malcelata ostilità nei riguardi dell’Ucraina. Basti pensare che, ultimamente, avvalendosi del diritto di veto – di cui Bruxelles non è ancora riuscita a liberarsi - è riuscito persino a bloccare il prestito comunitario di 90 miliardi di euro a Kiev… Quanto agli Stati Uniti, possiamo dire che, in queste ultime giornate, si siano davvero giocati una bella partita con Putin per stabilire a chi spetti il titolo di “più impegnato sostenitore della campagna elettorale di Victor Orban”. Non ci pare, infatti, di ricordare precedenti nei quali, per ribadire l’appoggio ad un determinato candidato europeo, si sia mosso addirittura un vice – presidente americano...Eppure, sono soltanto di martedì scorso le immagini di J.D. Vance che - intervenuto a Budapest proprio per dare una mano all’amico Orban in difficoltà con i sondaggi pre elettorali - non ha esitato a parlare di “burocrati di Bruxelles che hanno cercato di distruggere l’economia dell'Ungheria”, rendendola “meno indipendente dal punto di vista energetico” e cercando “di aumentare i costi per i consumatori ungheresi”. D’altra parte, quella che lo stesso Premier ungherese ha definito come una “democrazia illiberale”, riflette, su alcuni temi chiave, proprio le impostazioni dell’America di Trump: dalle dure politiche anti-immigrazione al non sempre limpido rispetto per le norme liberali, dalla diffidenza verso le istituzioni globali all’intolleranza nei riguardi dei media meno acquiescenti dinanzi al volere di chi governa. Washington, Mosca e Pechino sono, quindi – ciascuna a modo suo – protagoniste attive delle elezioni ungheresi ed il loro obbiettivo è anche piuttosto chiaro: impedire che, dalle urne, possa scaturire qualche intoppo fastidioso e destinato a turbare il regolare funzionamento di quel piccolo (ma efficace) meccanismo sovranista, già sperimentato con successo, ogni volta che si è trattato di impedire al puledro europeo di diventare realmente quel cavallo di razza che, se lasciato libero di gareggiare, avrebbe potuto cominciare a vincere un po’ troppe corse... A noi non resta che attendere: a breve, conosceremo, comunque, il risultato di una consultazione da cui dipenderà non poco anche il futuro della libertà e della democrazia nel nostro Vecchio Continente.

    3 min

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