LARMANDILLO

RSI - Radiotelevisione svizzera

Armando Ceroni si lancia nelle produzioni digitali e ripercorre le fasi salienti della propria carriera giornalistica in compagnia di Nicolò Casolini e di ospiti di spessore. Mezz’ora da passare con il sorriso e in leggerezza, rivivendo con i protagonisti le emozioni, le gioie e i dolori sportivi degli anni andati con aneddoti inediti, mai divulgati. Un’esclusiva che vi accompagnerà per otto puntate, pubblicate ogni lunedì.

  1. Fabio Capello - I leggendari Mondiali 1998-2022

    Jun 8

    Fabio Capello - I leggendari Mondiali 1998-2022

    Fabio Capello ha vissuto i Mondiali da protagonista solo nel 2010 in Sudafrica, una rassegna negativa per la sua Inghilterra ma condizionata da un grande “What If”: il (non)gol di Lampard visto da mezzo mondo meno che dall’arbitro e dagli assistenti. ”Mi è rimasto ancora sul groppone, quella rete avrebbe cambiato sicuramente l’esito finale perché la Germania era inesperta e una rimonta dal 2-0 al 2-2 nel primo tempo li avrebbe impauriti”, ha dichiarato il mister a LARMANDILLO. Nella seconda puntata a lui dedicata, il 79enne ha passato in rassegna tutte le edizioni dal 1998 al 2022. Capello non è un tipo alla Jacquet: “Penso che le riunioni con i giocatori siano una cosa sacra, un’intromissione dei giornalisti nello spogliatoio l’avrei vista con pessimo occhio”. Tecnologia-video che invece approva per evitare situazioni spiacevoli come l’arbitraggio di Italia-Corea del Sud nel 2002. Per lui “non era un match credibile, partite del genere mi portano a essere a favore del VAR”. Nel 2006 invece si soprese della testata di Zidane: “Più la rivedo, più non riesco a interpretarla. Da un giocatore del genere poi, con quella classe. Zizou faceva gol con qualsiasi parte del corpo. Ancora più difficile da comprendere fu il Mineirazo del Brasile contro la Germania (2014) invece: “Un evento impensabile: la pressione li ha schiacciati e non sono riusciti nemmeno a fare le cose elementari”. A rubargli l’occhio nel 2018 e nel 2022 è stato Mbappé: “È quel classico giocatore che non ti permette mai durante i 90’ minuti di rilassarti”.

    43 min
  2. Yann Sommer: le parate leggendarie e l’addio alla Nazionale

    May 18

    Yann Sommer: le parate leggendarie e l’addio alla Nazionale

    “Io non ho mai vissuto un compleanno di mia figlia insieme a lei”. Yann Sommer, parlando della sua secondogenita nata durante l’Europeo 2020, racconta uno dei sacrifici più grandi della sua carriera in Nazionale, ovvero la lontananza dalla famiglia. Una condizione che ha pesato nella decisione di dire addio alla maglia rossocrociata dopo dodici anni e 94 partite. Il portiere dell’Inter si racconta ad Armando Ceroni, rivivendo le parate che hanno fatto la storia. Come quella su Mbappé agli ottavi dell’Europeo 2020: “Non ero sicuro che il mio piede fosse ancora sulla linea. Per fortuna sì”. Una parata che ancora oggi fa emozionare i tifosi svizzeri, in una partita incredibile contro la Francia, vinta ai rigori dopo essere stati sotto 3-1. Sommer ripercorre anche i momenti più difficili, come la sconfitta contro il Portogallo al Mondiale 2022, quando giocò nonostante una settimana di febbre alta. “Murat Yakin ha detto che se potesse tornare indietro non mi avrebbe fatto giocare. Ma abbiamo deciso insieme. Mi sentivo bene…ma non al 100%”, ammette con un sorriso amaro. Il portiere svela anche retroscena inediti, come gli allenamenti “strani” con Patrick Foletti, che gli mandava video motivazionali prima di ogni partita e faceva tuffi sul letto durante le videochiamate per spiegargli gli esercizi. “Lui è una parte incredibile della mia carriera. Con lui possiamo parlare anche di altre cose, non solo di calcio”. E poi c’è la musica, altra grande passione: “Preferisco Bruce Springsteen, mi piace il rock. I Rolling Stones meno”. Quanto all’altezza (1,83m) che gli è valsa il soprannome di “portiere bonsai” in Germania, Sommer conferma di non ricordare di avere preso un gol perché troppo basso.

    36 min
  3. Mauro Lustrinelli e Gianluca Zambrotta: il Mondiale 2006 tra rimpianti e gloria

    May 4

    Mauro Lustrinelli e Gianluca Zambrotta: il Mondiale 2006 tra rimpianti e gloria

    Il fischio d’inizio di una partita ai Mondiali, l’adrenalina che scorre nelle vene, il peso di un’intera nazione sulle spalle. Cosa si prova in quei momenti? Mauro Lustrinelli, attaccante della Svizzera in quel torneo, e Gianluca Zambrotta, campione del mondo con l’Italia proprio quell’anno, ripercorrono le emozioni, le gioie e le delusioni di un’esperienza indimenticabile. Il Mondiale 2006, per Mauro Lustrinelli, rappresenta un ricordo agrodolce. La Svizzera esce da quel Mondiale senza aver subito nemmeno un gol nei tempi regolamentari, eliminata ai rigori dall’Ucraina. Un rimpianto ancora vivo per l’attaccante: “Peccato perché c’era un bel quarto di finale contro l’Italia. Avrei voluto giocarlo”. Un’eliminazione che ha lasciato l’amaro in bocca, anche per la gestione dei rigori. Lustrinelli confessa: “Col senno di poi l’avrei dovuto battere io come primo”, sottolineando quanto sia importante che il primo rigorista sia “quello più sicuro”. “Da allenatore, quando capita una situazione simile e ti accorgi che diversi nel gruppo non se la sentono, diventa dura”. Per Zambrotta, invece, il Mondiale 2006 non è stato solo una vittoria, ma la dimostrazione che “non è vero che la squadra più forte vince. È quella che dà l’anima”. C’era un Brasile che aveva davanti Adriano, Kakà, Ronaldinho, Ronaldo... di cosa stiamo parlando?” L’Italia ha dato tutto e dava l’anima”. Un “fuoco dentro” che, come sottolinea Lustrinelli, “è cresciuto” durante il torneo, soprattutto dopo la vittoria contro la Germania.

    43 min

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