Islam - BastaBugie.it

BastaBugie

Gli islamici applicano il Corano sull'esempio del loro fondatore Maometto... perché stupirsi delle conseguenze?

  1. L'errore dell'occidente, cieco di fronte alla crescita di un califfato virtuale

    5d ago

    L'errore dell'occidente, cieco di fronte alla crescita di un califfato virtuale

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8566 L'ERRORE DELL'OCCIDENTE, CIECO DI FRONTE ALLA CRESCITA DI UN CALIFFATO VIRTUALE di Souad Sbai   L'Occidente ha commesso un errore fatale continuando a guardare il terrorismo islamista come un fenomeno strettamente militare, mentre il jihadismo evolveva in una minaccia culturale, digitale e identitaria. Oggi il cosiddetto Stato Islamico non ha più bisogno soltanto di territori da conquistare, perché gli basta occupare gli schermi dei nostri figli. È questa la drammatica denuncia contenuta nel recente studio dell'International Centre for Counter-Terrorism (ICCT), che descrive la nascita di un vero e proprio "califfato virtuale" costruito su misura per l'universo Gen Z. Lo studio mostra come l'estremismo si sia perfettamente adattato ai linguaggi delle nuove generazioni, colonizzando videogiochi, TikTok, meme, musica trap, estetica goth, chat criptate e ironia social. Non siamo più davanti alla propaganda rozza dei video nel deserto. Oggi il radicalismo si presenta sotto forma di contenuti apparentemente innocui, mimetizzati nell'universo digitale frequentato dagli adolescenti europei. Secondo il rapporto, gruppi vicini all'Isis utilizzano piattaforme come Roblox, Minecraft, Discord e TikTok per creare ambienti di indottrinamento graduale. Ragazzi giovanissimi vengono agganciati attraverso dinamiche di appartenenza, sfida e ribellione. La propaganda eversiva non parla più soltanto di religione, ma fa leva su mascolinità, esclusione sociale, riscatto, odio verso l'Occidente e ricerca di senso. Da anni denuncio che il fondamentalismo non può essere affrontato con il multiculturalismo ingenuo e con il relativismo culturale. Abbiamo lasciato crescere intere generazioni nel vuoto esistenziale, mentre nelle periferie avanzavano predicatori radicali, influencer pseudo-religiosi e reti digitali capaci di manipolare i soggetti più fragili. Oggi paghiamo il prezzo di quella cecità politica. Il caso di Modena rappresenta un campanello d'allarme che nessuno può permettersi di ignorare. Salim El Koudri, cittadino italiano di origine marocchina, ha travolto con un'auto diversi passanti nel centro cittadino, ferendo gravemente numerose persone. Le indagini parlano di disagio psichico e marginalità, eppure emergono anche messaggi di odio contro i cristiani e un profondo rancore identitario. È fondamentale essere chiari: non ogni musulmano è un estremista e non ogni disagio sociale produce fenomeni eversivi. Sarebbe però irresponsabile negare che esista oggi una saldatura pericolosa tra fanatismo online, vittimismo esasperato e cultura islamista diffusa nelle reti digitali. È proprio questo lo scenario descritto dall'Icct, con giovani occidentali che assorbono simboli jihadisti come fossero elementi estetici o linguaggi di appartenenza. La sinistra europea continua tuttavia a rifiutare il problema. Chi denuncia il fondamentalismo finisce sotto accusa, mentre si tace davanti alla diffusione di contenuti estremisti nelle piattaforme frequentate da minori. Un atteggiamento suicida. Per anni si è preferito parlare soltanto di inclusione, senza mai pretendere integrazione reale, rispetto dei principi democratici e difesa dell'identità europea. L'Isis ha compreso ciò che molte cancellerie europee non hanno ancora capito, ovvero che la battaglia decisiva si combatte nell'immaginario collettivo. Il jihadismo contemporaneo non si limita a reclutare combattenti, ma costruisce comunità emotive, modelli di appartenenza e codici simbolici capaci di sedurre adolescenti disorientati. Quando un giovane europeo cresce senza radici forti, immerso in una collettività che rinnega se stessa e delega l'educazione agli algoritmi, diventa vulnerabile a qualsiasi narrativa radicale. Il fondamentalismo offre una risposta semplice, totalizzante e aggressiva, contrapponendo un'identità assoluta a una società che considera decadente. Il "califfato virtuale" non nasce nel vuoto. Cresce dentro l'Europa fragile, auto-accusatoria e disarmata che abbiamo costruito negli ultimi anni. E continuerà a espandersi finché la politica non ritroverà il coraggio di difendersi senza complessi ideologici. Liquidare i responsabili di tali atrocità definendoli semplicemente come "pazzi" impedisce alla popolazione di comprendere i processi effettivi di radicalizzazione. Il terrorismo non è follia estemporanea, bensì un processo razionale e deliberato per le persone che lo eseguono. Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo seguente dal titolo "La Svezia mette al bando il termine "islamofobia" per autodifesa" parla del ministro degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, che ha annunciato che il governo intende abbandonare non soltanto la parola «islamofobia», ma l'intero concetto che la sottende. È una forma di autodifesa dall'islamizzazione. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 20 maggio 2026: Il ministro degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, ha annunciato che il governo intende abbandonare non soltanto la parola «islamofobia», ma l'intero concetto che la sottende, in nome della difesa della libertà di espressione. Al suo posto, ha spiegato, Stoccolma spingerà per l'uso di espressioni più precise come «odio anti-musulmano». Una decisione che segna una frattura netta con il linguaggio dominante degli ultimi decenni e che rischia di rimescolare il dibattito pubblico ben oltre i confini scandinavi. D'altronde si sa, le accuse di islamofobia vengono utilizzate in tutto il mondo per silenziare chi osa mettere in discussione le dottrine islamiste.  Classe 1979, giurista di formazione, la Stenergard è da tempo considerata la «principessa ereditaria» del premier Ulf Kristersson. Volto noto del Partito Moderato, ex promessa del tennis giovanile, abile comunicatrice, prima che il rimpasto di Governo la spostasse agli Esteri, era ministro dell'Immigrazione. Il Paese, infatti, l'ha conosciuta per la linea inflessibile nell'applicazione dell'Accordo di Tidö - l'accordo di coalizione di Governo: ridurre drasticamente gli ingressi irregolari e facilitare il rimpatrio nei Paesi di origine. Ora, da ministro degli Esteri, porta la stessa coerenza sul piano internazionale: la Svezia non si limiterà a cambiare vocabolario in casa propria, ma intende fare pressione affinché Unione Europea e Nazioni Unite seguano l'esempio. Sia l'Ue che l'Onu hanno fatto proprio il concetto di islamofobia. Le Nazioni Unite hanno istituito nel 2022 una Giornata internazionale per combatterla e hanno nominato un inviato speciale dedicato; l'Unione Europea ha finanziato progetti, nominato coordinatori e prodotto rapporti che trattano il fenomeno come categoria a sé, ma soprattutto come un'emergenza di primaria importanza per tutto il Continente. A dare peso a questa battaglia lessicale è anche il panorama internazionale: l'Organizzazione della Cooperazione Islamica (Oci), con sede in Arabia Saudita, e riunisce 57 Stati a maggioranza musulmana, gestisce da anni un Osservatorio sull'islamofobia che ha prodotto almeno diciassette rapporti sull'argomento negli ultimi due decenni. Nel 2022, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata Internazionale per la Lotta all'islamofobia, celebrata ogni 15 marzo. Nel Regno Unito, novembre è diventato il "Mese della Consapevolezza sull'islamofobia", iniziativa particolarmente estesa agli atenei inglesi. Nessuna giornata equivalente esiste invece per contrastare l'odio contro cristiani o ebrei. Quella svedese è una decisione che arriva in risposta alle insistenti sollecitazioni dei Democratici Svedesi, culminate nell'interrogazione parlamentare del deputato Richard Jomshof. Il quale ha accusato colleghi e giornalisti di aver «abboccato all'esca islamista», sottolineando come il termine venga spesso brandito anche contro musulmani che si battono per i diritti delle donne. Del resto, da tempo gli analisti sostengono che il termine «islamofobia» sia stato sapientemente promosso dalle reti islamiste proprio per assimilare la contestazione della dottrina islamista, delle prescrizioni della shari'a o delle aspirazioni politiche all'odio razziale, azzittendo, in un colpo solo, ogni voce dissenziente.  In particolare, il concetto viene ricondotto al repertorio ideologico dei Fratelli Musulmani, l'organizzazione islamista sunnita transnazionale nata in Egitto nel 1928. Il gruppo è stato designato ufficialmente come entità terroristica in diversi Paesi a maggioranza musulmana. L'Egitto, sua terra d'origine, lo ha messo al bando e dichiarato organizzazione terroristica già nel 2013. Nel 2014, lo hanno seguito Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. E la Fratellanza Musulmana e le sue ramificate reti hanno saputo indirizzare perfettamente il potenziale di questo termine per trasformarlo in un'arma retorica di straordinario successo: porre l'ideologia politica islamista al di sopra di ogni critica. L'iniziativa di Stoccolma si inserisce così in un tentativo più ampio, e storico, di contrastare l'infiltrazione islamista nella società svedese. Ricordiamo che, nel maggio 2025, un rapporto del Ministero dell'Interno francese intitolato "Fratellanza Musulmana e islamismo politico in Francia" ha evidenziato la «presenza attiva» dell'organizzazione anche in Svezia. Secondo Le Monde, il documento sottolinea che la sezione svedese dei Fratelli Musulmani, «pur di dimensioni ridotte, si distingue per la sua influenza sulle strutture europee del movimento». Un'influenza dovuta, secondo il rapporto, ai finanziamenti provenienti dal Qatar,

    12 min
  2. La tentata strage di Modena, troppa fretta nello scartare la pista islamista

    May 19

    La tentata strage di Modena, troppa fretta nello scartare la pista islamista

    VIDEO: Modena è molto peggio ➜ https://www.youtube.com/watch?v=q33P-WT_1Xw TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8550 LA TENTATA STRAGE DI MODENA, TROPPA FRETTA NELLO SCARTARE LA PISTA ISLAMISTA di Stefano Magni   La città di Modena, Emilia Romagna, non si è ancora risvegliata dal trauma di sabato 16 maggio, a metà pomeriggio. Un episodio di violenza del genere, in Italia, non lo si era ancora mai visto. Un giovane figlio di immigrati marocchini, Salim El Koudri, alla guida di una Citroen C3, passa un incrocio a 100 all'ora, mira con precisione al marciapiede più affollato e falcia tutti quelli che incontra. Non soddisfatto, sterza e falcia anche tutti quelli che camminano sul marciapiede opposto. Infine, si schianta contro una vetrina, provocando le ferite peggiori a una malcapitata turista tedesca di 69 anni: ha entrambe le gambe amputate di netto dall'urto. L'aspirante stragista scappa, a farlo uscire dall'auto è Luca Signorelli, un cittadino di passaggio che aiutava la turista tedesca. Lo insegue, lo raggiunge e lo atterra, si becca due coltellate, una delle quali rischiava di essere letale. Altre persone, fra cui due egiziani, si uniscono spontaneamente all'azione di placcaggio. L'aggressore viene definitivamente immobilizzato, pronto per il primo interrogatorio di polizia. Agli inquirenti, domenica, non dirà nulla. Non ci sono morti, mentre questo articolo va online. La turista tedesca che ha perso le gambe nello schianto finale è la più grave di otto feriti. In gravi condizioni, in rianimazione all'Ospedale Maggiore di Bologna, ci sono altre due persone, marito e moglie, entrambi 55enni. Lei è ancora in pericolo di vita, lui è stato dichiarato "stabile" nel briefing medico di ieri sera, 17 maggio. Una donna di 53 anni, ricoverata all'Ospedale Civile di Baggiovara, provincia di Modena, è stata sottoposta a più di un intervento chirurgico, resta in prognosi riservata. Nello stesso ospedale, un altro paziente, 59 anni, riporta un trauma facciale e ha una diagnosi di 30 giorni. Fra i feriti più lievi c'è Luca Signorelli, che ha incassato una coltellata in testa ed è riuscito a fermare un fendente al cuore. Ieri pomeriggio i feriti sono stati visitati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dalla premier Giorgia Meloni. NIZZA, BERLINO, LONDRA E BARCELLONA Ma cosa è successo? Scene simili le abbiamo viste a Nizza, Berlino, nelle città israeliane, a Londra e a Barcellona: tutti attentati islamici, rivendicati dallo Stato Islamico, nel caso degli attacchi in Europa o anche da sigle terroristiche jihadiste come Hamas e la Jihad palestinese nel caso degli attentati in Israele. Qui, ad ora, manca una rivendicazione. L'uomo che ha cercato la strage è incensurato. Per ora prevale la tesi del gesto di un folle. Salim El Koudri, nato in provincia di Bergamo, è residente a Ravarino nel Modenese dal 2000. La sindaca della cittadina, Maurizia Rebecchi, in una nota in cui esprime vicinanza ai feriti e alle loro famiglie, spiega: «Sappiamo che è stato seguito da un Centro di salute mentale e che, successivamente, ha interrotto quel percorso. Sarà compito esclusivo dell'indagine ricostruire l'intero quadro. È un atto gravissimo e come tale va trattato». «Se emergeranno correlazioni con la salute mentale della persona che ha compiuto questo gesto, sarà necessario interrogarci ancora di più su come potenziare i servizi e proteggere le persone», ha commentato il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi è estremamente prudente nei suoi commenti: «al momento, ma chiaramente gli inquirenti faranno ulteriori accertamenti, il fatto sembra collocabile soprattutto con una situazione di disagio psichiatrico che, tuttavia, non cambia la tragicità degli effetti». La giunta di sinistra di Modena ha cercato di esorcizzare il trauma con un grande raduno della cittadinanza. Piazza Grande, domenica 17 maggio pomeriggio, si è riempita in pochi minuti di persone, almeno 5mila stando alle prime stime. Sul palco si sono alternati sindaci, il presidente della Regione Michele de Pascale, il presidente della Provincia Fabio Braglia. «La nostra comunità è unita, non c'è spazio per l'odio. Generalizzare che tutti gli stranieri sono da mandare a casa è una castroneria degna di sciacalli». È uno dei passaggi più applauditi del discorso del sindaco di Modena Massimo Mezzetti. LE REAZIONI DELLA POLITICA Più che il trauma subito e la dimostrazione di coraggio di una cittadinanza che non si chiude in casa, stando alle prime interviste, chi era presente in piazza se la prendeva soprattutto con il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini e chi, a destra, "strumentalizza". Salvini ha fatto notare il cognome arabo dell'attentatore (perché di attentato si tratta, comunque, a prescindere dalla matrice) e ha ribadito il suo programma di remigrazione: la cittadinanza va meritata. Anche se, in questo caso, Salim El Koudri è cittadino italiano nato in Italia ed è legalmente difficile, se non impossibile, revocare la cittadinanza ad uno che l'ha dalla nascita. Giorgia Meloni, sottolinea invece un aspetto che può e deve piacere a tutti: l'eroismo di chi ha fermato l'aggressore, con un coraggio da personaggio di Clint Eastwood. «Ciò che rende eroica una persona normale è l'istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca». Rivolgendosi, in un tweet, a Luca Signorelli. La sinistra istituzionale non fa a meno di notare anche la presenza dei due immigrati egiziani, Osama e Mohammed Shalaby, padre e figlio, fra chi è accorso per primo a placcare l'aggressore. Quindi, con una rapidità incredibile, è stata archiviata la pista islamica fra i possibili moventi dell'attentato e semmai si dice che il problema peggiore è chi, come Salvini, "strumentalizza". Però il ministro Piantedosi ha dichiarato che gli inquirenti "faranno ulteriori accertamenti". Fra questi ci sarà anche l'ispezione dei contenuti dei messaggi online del futuro stragista. Meta, prima dell'attentato, aveva chiuso tutti i suoi profili. Un provvedimento molto grave che viene preso dagli amministratori in occasione di violazioni particolarmente pesanti delle regole della comunità. Che messaggi aveva scritto El Koudri prima di lanciarsi nella sua folle corsa omicida? La dinamica dell'attentato ricalca per filo e per segno numerosi precedenti. Sono pochissimi i casi di emulazione ad opera di non musulmani. El Koudri era armato di coltello, non si è arreso, non era sotto shock quando è stato fermato: l'abbinamento auto e coltello è un'altra costante degli attentati di questo tipo. LA PISTA DEL TERRORISMO ISLAMICO Il periodo è fra i più pericolosi: con la guerra in Iran ancora praticamente in corso, l'allerta attentati è cresciuta. Il regime iraniano è l'ultimo, in ordine di tempo, di una serie di organizzazioni e movimenti jihadisti che reclutano nella comunità islamica europea per compiere attentati. Non reclutano in modo tradizionale, ma usando i social network, puntando sulla radicalizzazione fai-da-te di menti fragili. Un giovane immigrato di seconda generazione, 31 anni, laureato in Economia ma disoccupato, isolato, sempre più "strano", secondo i suoi vicini faceva lunghe urlate al telefono (con chi?) è un profilo ancora molto sospetto. La pista del terrorismo islamico, solitario o su commissione, non è affatto esclusa. È semmai la politica di sinistra e il suo intero ecosistema mediatico che hanno cercato di tacitare questa voce: sbattendo una diagnosi psichiatrica in prima pagina, cambiando il soggetto dell'attentato dall'uomo al suo mezzo ("auto impazzita sulla folla"), evitando accuratamente quelle stesse generalizzazioni a cui ricorre in altre circostanze. Se un bracciante immigrato del Mali viene assassinato a Taranto, è un omicidio razzista "che interroga la coscienza di tutti gli italiani". Se un immigrato di seconda generazione cerca deliberatamente la strage, è solo lui che ha problemi, la comunità musulmana non c'entra, l'islam non c'entra, la mancata integrazione è un "fuori tema" e non si può parlare di terrorismo. Come sempre l'ambiente mediatico mainstream pare non cercare neppure la verità, di fronte a un evento scomodo per la sua ideologia, transenna la scena e dice ai suoi utenti "non c'è niente da vedere". Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo seguente dal titolo "Una lunga serie di attentati jihadisti con auto e camion sulla folla" parla di come a Modena si sia replicato un copione visto tante volte sin dai primi anni 2000. Attentati con mezzi semplici: un'auto lanciata sulla folla. I gruppi jihadisti lo hanno praticato e anche predicato a lungo contro i nemici di Allah. Sarà questo un altro caso? Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 18 maggio 2026: Anche l'Italia ha il suo attentato. Sebbene non si conosca ancora la matrice. Via Emilia, cuore di Modena. Famiglie a passeggio, la normalità di un sabato italiano. Poi, una Citroën C3 piomba sulla folla come un proiettile impazzito: oltre cento all'ora, marciapiede trasformato in trappola. Scarpe che volano, corpi falciati, sangue e distruzione. Quindici feriti, una donna alla quale sono state tranciate entrambe le gambe e c'è chi lotta tra la vita e la morte. Nizza, Berlino, Barcellona, Londra. Ora Modena. Il copione è sempre lo stesso, tragicamente immutabile.

    21 min
  3. Allah in Comune, l'islamo-sinistra prepara le amministrative

    May 5

    Allah in Comune, l'islamo-sinistra prepara le amministrative

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8528 ALLAH IN COMUNE, L'ISLAMO-SINISTRA PREPARA LE AMMINISTRATIVE di Lorenza Formicola   L'ombra di un'onda verde si allunga sulle istituzioni italiane, e non ha nulla a che fare con l'ecologia, ma con l'islam. Non è più un'ipotesi da politologi visionari. Parlano le urne e con esse le liste di candidati in tutto lo Stivale. Per anni, da queste colonne, vi abbiamo raccontato il caso Francia preannunciando il destino italiano. Oggi, l'islamo-gauchisme, quel patto d'acciaio tra la sinistra estrema, ma non solo, e l'islam politico, è sbarcato ufficialmente nel Belpaese. A sinistra il sogno di una società multiculturale ha mostrato fin da subito la strategia di trasformare i "nuovi italiani" in un cavallo di Troia per occupare lo spazio politico: il contributo dei voti delle comunità musulmane, un'operazione che si nasconde dietro lo slogan dell'integrazione ma che punta a vincere le elezioni prendendo il voto di chi vuole imporre un'altra cultura tra invocazioni ad Allah e manifesti in arabo. Al momento, il laboratorio più avanzato di questa strategia risulta Venezia, dove il Partito Democratico ha candidato in blocco sette esponenti della comunità bengalese. Parliamo di una compagine fortissima nel veneziano: a Mestre è in ballo un'operazione che potrebbe a breve trasformare un'ex segheria - oggi ritrovo di tossicodipendenti - in una moschea da circa 8000 metri quadrati. I lavori di sgombero e pulizia sono iniziati pochi mesi fa e sono stati finanziati proprio dalla comunità bengalese, in attesa che possa arrivare l'attesa variante di destinazione d'uso da commerciale a luogo di culto. Occorrerà anche il parere favorevole delle Ferrovie dello Stato per la vicinanza alla linea ferroviaria, ma la cosa non li preoccupa minimamente. L'anno scorso la fondazione di riferimento ha firmato il preliminare d'acquisto per l'ex segheria, versando un anticipo di 150.000 euro su un totale di 1,5 milioni. Oggi, aspettano solo una nuova amministrazione compiacente. ALLA CONQUISTA DELLA LAGUNA VENEZIANA A febbraio, Prince Howlader, presidente dell'associazione "Giovani per l'umanità" e promotore del progetto per i connazionali musulmani di Mestre e Marghera, dichiarava al Gazzettino: «Faremo tutti i passi con calma, rispettando le normative. Ora ci sono le elezioni e non ha senso presentare nulla, ma con la prossima amministrazione andremo avanti». Ed eccola, puntuale, la lista che in nome di Allah chiede di sostenere i sette candidati per le comunali del prossimo 23 e 24 maggio: volantini in lingua, il sogno della nuova moschea e le invocazioni ad Allah per l'ascesa al consiglio comunale di Venezia. Nell'ultimo decennio i bangla arrivati in Veneto hanno comprato case, riaperto centinaia di vetrine chiuse: Via Piave, via Cappuccina e Corso del Popolo a Mestre si sono popolati dei loro negozi di frutta e verdura; vivono a ridosso della Fincantieri, dove molti lavorano. Una comunità che conta quasi 20mila persone e che, per la prima volta, vuole dire la sua alle urne. Essendo la realtà straniera più numerosa in laguna, con 3500 aventi diritto al voto, la loro influenza è tangibile. Ma la laguna veneziana è solo la punta di diamante di un mosaico che si va componendo, tessera dopo tessera, su tutto il territorio nazionale. Se a Mestre la strategia si gioca sulla solidità economica e sulle grandi strutture, altrove il baricentro si sposta sulla simbologia e sull'identità islamica. È il caso di Agrigento, dove si sono candidati Khezar Adnane, imprenditore marocchino noto in città, e Carmela Lombardi, cittadina italiana convertita all'islam, che ha scelto di farsi ritrarre con lo hijab e una scritta in arabo: «Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano, ma sempre lo stesso unico creatore». Risalendo la penisola fino a Lecco, troviamo già dieci candidati musulmani pronti alla sfida delle comunali, tra cui spicca Hicham Bouraghba, figura di riferimento legata al Centro Islamico Culturale cittadino e schierato nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra. Questa proliferazione di candidati sotto l'egida di sigle progressiste non è però un fenomeno spontaneo o disorganizzato. Ha un teorico e un obiettivo temporale chiarissimo. Francesco Tieri, detto Abd al-Haqq - figura centrale del neonato partito islamico "Musulmani per Roma" e con un passato nelle file di Demos a sostegno di Gualtieri nella Capitale - ha tracciato la rotta in una lettera che è un vero e proprio manifesto politico. Tieri, osservando con attenzione proprio il laboratorio di Lecco, ha lanciato una sfida aperta a tutti i musulmani d'Italia attraverso una lettera sui social. Il calcolo è ambizioso quanto preciso: assicurando almeno dieci candidati per ognuno dei 2000 comuni che tra 2026 e 2027 torneranno alle urne, «potremo vedere 20mila musulmani trasformarsi in soggetti politici in tutta Italia». IL VERO TRAGUARDO Il vero traguardo è dunque fissato per quella data, con un progetto che punta alla capillarità assoluta. Una mobilitazione di massa capace di portare una legione di esponenti dell'islam politico a sedere contemporaneamente nelle istituzioni locali, mutando definitivamente gli equilibri e trasformandoli nell'ago della bilancia politica in ogni angolo del Paese. Il primo vero segnale di questa forza d'urto si è palesato con l'esito del referendum sulla giustizia. Quel 'No' che ha sbarrato la strada alla riforma della Giustizia non è stato un semplice atto politico, ma il battesimo della cosiddetta "Generazione Gaza": giovani motivati e mobilitati dalle piazze pro-Pal, che hanno trasformato il risentimento ideologico in voti pesanti. I due milioni di scarto che hanno deciso il quesito corrispondono quasi perfettamente al peso della comunità islamica avente diritto di voto. Una coincidenza? Per Davide Piccardo i musulmani d'Italia hanno semplicemente deciso di dare un segnale immediato al Governo, fungendo da ago della bilancia. «È una mobilitazione massiccia, organizzata e motivata», spiega. Il partito islamico si organizza e il caso Venezia è solo l'ultimo dei tanti. È la strategia dell'islam politico, che punta all'istituzione della shari'a in Italia. Per farlo, occorre entrare nelle istituzioni, contaminarle e coltivare gradualmente il germe dell'islamismo. In questo scenario, da tempo la sinistra fa da apripista per far penetrare l'islamismo nei Comuni: a Monfalcone, per esempio, conta già un consigliere che si occupa degli interessi dei bengalesi e dell'islam. Il vero obiettivo resta la sovversione del nostro sistema. I dati, d'altronde, delineano un quadro eloquente: secondo le stime, solo nel quinquennio 2021-2024 sono state registrate 114.953 nuove cittadinanze a persone provenienti da Paesi musulmani. Se guardiamo poi in prospettiva alla percentuale di musulmani tra i nuovi nati, soprattutto nelle regioni del Nord, il destino dell'Italia appare già scritto tra le pieghe di una demografia che si fa destino politico.

    9 min
  4. Dalle piazze alle urne, avanza il partito islamico d'Italia

    Feb 3

    Dalle piazze alle urne, avanza il partito islamico d'Italia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8446 DALLE PIAZZE ALLE URNE, AVANZA IL PARTITO ISLAMICO D'ITALIA di Lorenza Formicola   L'islam avanza dentro le nostre istituzioni con passo ormai visibile. Lo fa attraverso l'elezione di consiglieri comunali, mediante esponenti che assumono posizioni sempre più nette sui temi dell'attualità, grazie al legame solido e crescente intrecciato tra le comunità musulmane, i centri sociali, le sigle extraparlamentari e i partiti di sinistra: un'alleanza cementata nelle piazze attorno alla causa ProPal e, soprattutto, capace di trasformare in realtà ciò che per anni è rimasto soltanto una minaccia evocata: il partito islamico italiano. Sarà il contesto favorevole, sul piano mediatico, dettato dall'elezione di un sindaco musulmano a New York, come se l'eco d'oltreoceano potesse tradursi automaticamente in un copione domestico. Ma sta di fatto che iniziano ad essere numerose le realtà, ed è difficile prevedere cosa ci riserverà il futuro. C'è MuRo27 - Musulmani per Roma 2027, per esempio: un progetto che ruota attorno a Francesco Tieri, ingegnere convertito all'islam. S'era già affacciato alla politica nel 2021 con la candidatura alle primarie del centrosinistra nel V Municipio: 600 voti alle primarie di Centocelle-Tor Pignattara, raccogliendo le istanze dei musulmani in quelle zone. Poi la candidatura alle comunali con Demos a sostegno di Roberto Gualtieri.  In una città che conta 110mila musulmani, di cui 30mila con diritto di voto, la sfida si fa interessante. Con sale di preghiera già trasformate in palcoscenici elettorali nel 2021, MuRo27 si proietta verso una sfida che si estende dal diritto di culto alla lotta all'islamofobia, fino all'orizzonte dichiarato di una shari'a declinata in chiave italiana. L'obiettivo è esplicito: incidere sull'agenda politica muovendo dai principi della religione musulmana, portando a compimento il paradigma dell'islam tra poligamia, punizione per apostasia, sottomissione della donna, diffida della libertà individuale e condanna come peccato di tutto ciò che esce dal perimetro delle sue regole. L'islam nega la separazione tra Stato e culto: la domanda, allora, è dove intenda arrivare attraverso una rappresentanza istituzionale. La shari'a non si esaurisce nel rito, ma disciplina la famiglia, la società, l'economia, il diritto, l'organizzazione stessa della vita civile, collocandosi agli antipodi dei principi che regolano il modus vivendi italiano. È un impianto che trae legittimazione da un'autorità trascendente e ambisce a governare ogni ambito del vivere collettivo: non può che entrare in rotta di collisione con i sistemi giuridici degli Stati europei. HAMAS IN ITALIA Negli ultimi anni, questa volontà di affermazione ha mostrato la capacità di costruire legami e convergenze: la propaggine di Hamas in Italia, guidata dall'imam Hannoun, affiancata a sigle come Usb e Potere al Popolo; piazze gremite non più soltanto da gruppi di matrice islamica - come i Giovani Palestinesi Italiani, che il 7 ottobre scorso hanno sfilato a Bologna inneggiando alla strage di Hamas - ma anche da organizzazioni della sinistra radicale. È una saldatura che risponde a una logica di reciproca necessità: l'estrema sinistra utilizza la causa palestinese per colpire il governo italiano, mentre i musulmani sfruttano reti e connessioni profondamente radicate per rilanciare la propria battaglia, spingere l'Italia a recidere i legami con Israele e affermarsi nelle istituzioni, esibendo la forza del movimento.  In questa cornice, le varie sigle comprendono di poter osare di più, cercando consenso soprattutto nelle periferie e tra gli astenuti, intercettando malcontento e frustrazione. Non a caso a Roma sono comparse bandiere del Palestine Communist Party, con lo slogan in arabo: «Lavoratori del mondo unitevi», in una chiamata alla mobilitazione antigovernativa che salda la questione umanitaria a quella sociale. È qui che il quadro si ricompone. Nelle parole pronunciate in una recente diretta social da Brahim Baya, predicatore islamico di Torino, e da Davide Piccardo, coordinatore del Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano e Monza e Brianza, affiora senza filtri l'obiettivo perseguito da mesi: trasformare la presenza numerica della comunità islamica in forza politica consapevole. «La nostra comunità conta tre o cinque milioni di persone. Quello che voglio dalla comunità e da chi guida questa comunità è renderla in grado di essere consapevole dei suoi diritti, di come lottare per i suoi diritti insieme al resto della cittadinanza. Il problema è che la nostra comunità anche agli appuntamenti elettorali non è detto che sia partecipe e non è detto che sia consapevole del suo peso e della possibilità che ha di far valere i propri diritti ed è questo che fa sì che gli altri si azzardino sempre di più ad attaccarci». Una chiamata esplicita alle urne. L'ISLAM ITALIANO È ORGANIZZATO Baya non è nuovo a questa linea. È lui che sta spingendo la comunità islamica a votare "no" al referendum sulla giustizia; è lui che ha difeso con veemenza l'imam di via Saluzzo, Mohamed Shahin, lasciato in libertà dal Tribunale di Torino nonostante un decreto di espulsione perché ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale; ed è sempre lui che in passato ha celebrato Yahya Sinwar come martire, nonostante sia la mente dell'eccidio del 7 ottobre. E la liberazione dell'imam Shahin ha segnato un passaggio decisivo. Non è stata una sentenza come le altre: per la prima volta, i musulmani organizzati in Italia si sono mostrati come una forza capace di esercitare pressione, mobilitare consenso, ottenere risultati. A suggellarlo, le parole della giornalista Karima Moual, che sui social rivendica la svolta: «Per la destra islamofoba è finita la pacchia. L'islam italiano oggi è organizzato. La liberazione dell'imam Shahin ne è la prova». Il partito islamico torna ciclicamente a riaffacciarsi nelle cronache, come un'ipotesi che si dissolve e poi riemerge. Ricordiamo l'ultimo banco di prova che è stato Monfalcone, la scorsa primavera, dove una lista composta da candidati di fede islamica, tutti stranieri, guidati da Bou Konate, ex assessore di centrosinistra, originario del Senegal, non ha superato lo sbarramento, pur riuscendo a portare in consiglio comunale un consigliere musulmano eletto nelle file del Partito democratico. Prima di Monfalcone, un precedente si era già delineato a Magenta con La Nuova Italia. Partito nato su impulso di Munib Asfaq, ragioniere pakistano, contro l'amministrazione comunale che aveva negato alla comunità islamica la concessione di un'area per la preghiera settimanale. Il programma fissava obiettivi espliciti: ius soli, gestione dei permessi di soggiorno in ambito comunale e creazione di spazi di culto. Il potere dei nuovi leader islamici nasce, così, dalla capacità di negoziare e mediare con la società che li circonda, ma soprattutto di "costruire l'islam senza compromessi" dentro il contesto italiano. È su questo terreno che l'agenda del partito islamico prende forma: moschee, scuole, università e piazze sono i nodi di una rete pensata per trasformare l'identità islamica in forza politica che conta.

    9 min
  5. Campus inglesi islamizzati, l'allarme viene da Abu Dhabi

    Jan 27

    Campus inglesi islamizzati, l'allarme viene da Abu Dhabi

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8438 CAMPUS INGLESI ISLAMIZZATI, L'ALLARME VIENE DA ABU DHABI di Lorenza Formicola   Gli Emirati Arabi Uniti chiudono la porta. Le preoccupazioni sull'influenza dei Fratelli Musulmani nei college d'élite del Regno Unito sono impossibili da trascurare e Abu Dhabi ha deciso di escludere tutte le università britanniche dall'elenco ufficiale degli istituti idonei a ricevere borse di studio statali. Direttamente dalla rubrica: «qual è il colmo per gli Emirati Arabi? Vedere l'Europa islamizzare i propri figli». Tutto vero, nessuna boutade. Abu Dhabi ne è convinta: i Fratelli Musulmani hanno trovato spazio usando i campus inglesi come terreno fertile per la radicalizzazione e sfruttando associazioni studentesche per portare relatori islamisti e diffondere messaggi capaci di alimentare l'islamismo.  Per lungo tempo, la metropoli affacciata sul Tamigi ha rappresentato l'emblema stesso dell'affermazione sociale e professionale nel contesto europeo, in particolare agli occhi di chi guardava da Oriente. Trovarsi ai piedi della torre dell'orologio era il segno inequivocabile di un traguardo raggiunto. Oggi, però, per gli Emirati Arabi Uniti - storicamente tra i principali finanziatori della formazione accademica in Europa e a lungo sedotti da quel paradigma - quello scenario ha perso del tutto attrattiva. I loro figli, in mezzo a tutto quell'islamismo non ce li mandano più. Alla faccia dell'islamofobia. Così il Ministero dell'Istruzione Superiore ha pubblicato un elenco rivisto delle università straniere approvate: Stati Uniti, Australia, Francia, Israele. Il Regno Unito non c'è. Per la prima volta. È su questa linea che gli Emirati Arabi Uniti hanno scelto di intervenire, leggendo l'ascesa dell'islamismo nel Regno Unito come un rischio strutturale, non episodico. I numeri ufficiali britannici rafforzano il quadro: nell'anno accademico 2023-24, settanta studenti universitari sono stati segnalati per un possibile inserimento nel programma Prevent circa la radicalizzazione islamista nel Paese. Quasi il doppio rispetto all'anno precedente. Nell'anno concluso a settembre 2025, i visti per studio concessi a cittadini emiratini per studiare in Gran Bretagna sono stati appena 213: un crollo del 27 per cento rispetto ai dodici mesi precedenti e del 55 per cento rispetto al 2022. LE LAUREE BRITANNICHE Abu Dhabi ha tracciato una linea ancora più dura annunciando che non riconoscerà titoli di studio rilasciati da università escluse dall'elenco ufficiale, svuotando di fatto il valore delle lauree britanniche per i propri studenti. È l'estensione concreta di una strategia che gli Emirati Arabi Uniti portano avanti dal 2011, quando, all'indomani delle primavere arabe, hanno adottato una posizione senza compromessi contro i movimenti islamisti, in patria e all'estero, considerandoli un fattore strutturalmente destabilizzante per lo Stato. Sotto la guida dello sceicco Mohammed bin Zayed al-Nahyan, Abu Dhabi ha ripetutamente sollecitato Londra a mettere al bando la Fratellanza Musulmana, classificata come organizzazione terroristica. La Fratellanza Musulmana opera sotto il principio che «l'islam è la soluzione», con l'obiettivo dichiarato di fondare Stati governati dalla shari'a, specie in Europa. In questo quadro, la scelta emiratina non appare come un gesto isolato, ma come un messaggio politico.  E non arriva in un momento casuale. C'è innanzitutto il recente rapporto dell'intelligence francese che mette in guardia contro la penetrazione pervasiva dei Fratelli Musulmani in tutti gli ambiti della società e della vita politica d'Oltralpe, comprese scuole e università e mondo dello sport. È la stessa Parigi, poi, ad aver acceso i riflettori sull'uso di programmi paneuropei, come Erasmus+, ritenuti strumentali al sostegno di forme di attivismo riconducibili all'islamismo, sollecitando Bruxelles a rafforzare i controlli sulle attività di lobbying e sulle partnership istituzionali. UNA CELLULA DI HAMAS IN ITALIA E poi l'Italia, travolta dallo scandalo della maxi-inchiesta Domino, che ha portato alla luce una cellula di Hamas - braccio palestinese della Fratellanza - operante nel Paese, contestualmente all'emersione di una fitta trama di collegamenti tra centri culturali islamici e ambienti affiliati ai Fratelli lungo tutta la penisola e che è l'incubo di Governo e procure. Così, mentre il baricentro del movimento arretra in gran parte del Medio Oriente, l'influenza in Europa avanza.  Nel Regno Unito il fenomeno è da anni sotto osservazione ufficiale. Nel 2014, il Governo Cameron si trovò costretto ad avviare un'indagine per analizzare la Fratellanza tra i confini inglesi. La revisione concluse che l'ideologia e le pratiche del movimento erano in contrasto con i valori, gli interessi nazionali e la sicurezza del Regno Unito, ma Londra scelse di non vietare l'organizzazione né di classificarla come terroristica. È questa esitazione che oggi torna al centro dello scontro politico e diplomatico diventando punto di rottura. Sono i campus universitari, secondo gli Emirati, i luoghi dove l'attività legata alla Fratellanza Musulmana è maggiormente visibile. Le associazioni studentesche della London School of Economics o del King's College di Londra, per esempio, hanno ospitato relatori legati a movimenti islamisti ideologicamente allineati alla Fratellanza. Uno dei tanti casi emblematici è quello di Umar Farouk Abdulmutallab, il nigeriano volato a studiare all'University College London tra il 2005 e il 2008, conseguendo la laurea in ingegneria per poi, il giorno di Natale del 2009, tentare di farsi esplodere su un volo partito da Amsterdam e diretto a Detroit, con circa 290 persone a bordo: era stato addestrato da Al-Qaeda. Durante i suoi anni al college inglese s'era fatto notare fino a diventare il presidente della University College London Islamic Society, la comunità islamica più longeva e attiva in Gran Bretagna.  Sono diverse, inoltre, le organizzazioni con sede nel Regno Unito con leadership legate a reti influenzate dalla Fratellanza - tra cui enti di beneficenza come la Cordoba Foundation, citata nei resoconti parlamentari per i suoi legami con l'organizzazione e le campagne di sensibilizzazione islamista che si sono tradotte in un'influenza stabile e strutturata con la capacità di arrivare a far nascere persino tribunali paralleli dove la legge da applicare è solo quella islamica.  Per gli Emirati Arabi Uniti l'islamismo politico è una minaccia strategica e tutto ciò segue una traiettoria unica, non si tratta di episodi isolati: un conformismo capace di influenzare le giovani menti europee, normalizzare il terrorismo e, attraverso reti chiuse e informazione selettiva, trasformare la radicalizzazione in un fenomeno culturale. Quindi hanno deciso di scandire un messaggio senza ambiguità per il Regno Unito, per ora: se i vostri luoghi di formazione non sono in grado di restare tali, senza trasformarsi in fucine ideologiche, allora non formerete più la nostra la futura classe dirigente.

    9 min
  6. A scuola di shari'a, come l'islam si diffonde in Italia

    Jan 20

    A scuola di shari'a, come l'islam si diffonde in Italia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8433 A SCUOLA DI SHARI'A, COME L'ISLAM SI DIFFONDE IN ITALIA di Lorenza Formicola   Non era una giornata pensata per finire sotto i riflettori. Eppure, domenica 4 gennaio, a Brescia, qualcosa si è mosso con metodo e precisione. Nella nuova moschea cittadina, il Centro Culturale islamico di Brescia, con il patrocinio dell'Associazione Islamica Italiana degli Imam e delle Guide, ha preso avvio una giornata di formazione tutt'altro che marginale. Il cuore dell'iniziativa è stato un corso dedicato allo studio degli obiettivi della shari'a. A guidare i lavori non un nome qualunque, ma Sheikh Amin Al-Hamzi, figura di rilievo nel panorama islamico europeo, attivo su scala continentale e membro di un organismo sovranazionale incaricato di elaborare pareri giuridico-religiosi. L'ente che ha sostenuto l'evento risulta in stretta relazione con l'Istituto Bayan, centro di studi con sede a San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona, specializzato nella formazione islamica. Non un istituto tra i tanti, ma protagonista del famigerato e terribile rapporto che l'intelligence francese ha dedicato al fenomeno del fondamentalismo islamico: reti tentacolari, organizzazioni segrete, quartieri islamizzati allo scopo di provare il reclutamento per instaurare uno Stato islamico sotto il giogo della shari'a in Europa. Secondo il rapporto degli 007 d'oltralpe, l'Istituto Bayan avrebbe ricevuto finanziamenti dal Kuwait attraverso l'International Islamic Charity Organisation, un'organizzazione caritativa internazionale, per diventare un polo centrale per la formazione degli imam in Europa, con tanto di rilascio di titoli destinati a scuole e centri islamici del Vecchio Continente.  Stando al rapporto francese, l'Istituto Bayan sarebbe parte di altri sette centri dislocati tra Francia, Regno Unito e Belgio. Quindi l'istituto con sede nel veronese è l'ingranaggio di un'ampia galassia associativa, operante in Europa, con l'obiettivo di esercitare un'influenza sistematica sulle istituzioni dei Paesi europei riconducibile all'area dei Fratelli Musulmani. Qualcosa che colloca la realtà italiana all'interno di dinamiche transnazionali ben più vaste e strutturate. Oltre che pericolose. Anche perché l'Istituto Bayan è in stretti legami con l'International Islamic Charity Organisation, ONG nata in Kuwait e oggi operativa in 56 Paesi. Attiva da oltre venticinque anni, l'organizzazione è riconosciuta da UNHCR e UNRWA per il suo impegno umanitario a favore degli immigrati. Proprio questo doppio livello - da un lato il profilo istituzionale e il riconoscimento internazionale, dall'altro le relazioni personali e associative - spiegherebbe l'attenzione riservata all'ente dai servizi di sicurezza francesi. Secondo le valutazioni degli 007, infatti, alcuni esponenti che nel tempo hanno fatto parte degli organi direttivi della ONG sarebbero figure di primo piano riconducibili alla Fratellanza musulmana. Un intreccio che, tra cooperazione umanitaria e influenza ideologica, contribuisce a delineare uno scenario complesso e tutt'altro che marginale nel cuore dell'Europa. PIACENZA COLORATA DALL'ISLAM Nel mentre, a Piacenza, nell'apparente lentezza di una provincia sempre più colorata dall'islam, si sta tracciando una traiettoria fatta di inviti formali, visite didattiche, ore di lezione che si aprono a un racconto altro. Protagonista è il frequentatissimo Istituto di Studi Islamici Averroè, che da tempo ha avviato un'attività di pressione culturale indirizzata direttamente agli istituti scolastici della città. L'offerta è strutturata, dichiarata, rivendicata. Ai docenti viene proposta la gita in moschea. E poi di accompagnare gli studenti dentro un percorso disciplinare che l'istituto promuove apertamente: adab, (l'etichetta islamica modellata sulla figura di Maometto); akhlaq (l'etica musulmana); sira (la biografia del Profeta); fiqh (la giurisprudenza islamica); gli hadith (le citazioni attribuite a Maometto); infine il Corano. Due classi di quinta elementare e due licei di Piacenza hanno già partecipato a queste lezioni. Sulle pagine social, l'Istituto Averroè non fa mistero della missione: tra le iniziative dichiarate figura esplicitamente quella di entrare nelle scuole che li invitano, durante le ore di storia e di religione, per raccontare l'islam alle nuove generazioni. A prendere posizione sulla piega piacentina sono esponenti di Fratelli d'Italia e della Lega, che segnalano rischi e chiedono chiarimenti. Il deputato leghista Rossano Sasso ha annunciato un'interrogazione al ministro dell'Istruzione Valditara, con un obiettivo preciso: che almeno venga garantito il necessario consenso informato delle famiglie. «Qui siamo dinanzi a una scuola coranica che manda i suoi docenti a fare lezioni di islam nelle nostre scuole, a ragazzi ma anche a bambini delle elementari. Bisogna fermare immediatamente l'ennesimo tentativo di islamizzazione delle nostre scuole», afferma Sasso. MILANO ESALTA IL LEADER DI HAMAS E se Piacenza restituisce l'immagine di un sistema di indottrinamento che l'islam sta progressivamente costruendo nel panorama delle scuole italiane, mostrando una rara capacità di infiltrarsi senza attriti e di raggiungere una platea ampia quanto sensibile, basta spostarsi verso la Lombardia per scoprire la forza dell'islam. Alla biblioteca comunale di Milano-Lambrate, s'è deciso di portare in primo piano, tra le letture consigliate, sotto la dicitura rassicurante Scelti per voi, un volume presentato come una saga familiare a sfondo autobiografico: Le spine e il garofano, pubblicato nel 2024. La scheda che lo accompagna parla di uno «sguardo lucido e appassionato di straordinaria intensità narrativa». E chi sarà lo scrittore che sa suonare corde straordinarie? Yahya Sinwar. Il defunto leader di Hamas, la mente dell'eccidio del 7 ottobre. Sembra di essere al centro di un punto di non ritorno di quel masochismo culturale che fino a pochi anni fa era solo paventato. Ora si manifesta nella sottomissione che supera l'immaginazione: non si propongono più i testi dei pensatori islamisti, ma direttamente dei terroristi. Tutto normalizzato. Non è un episodio isolato. Lo scorso inverno, una presentazione dello stesso libro era stata inizialmente bloccata all'Università La Sapienza di Roma, dove era prevista, paradossalmente, al dipartimento di Fisica. Promossa da Davide Picardo - coordinatore dei centri islamici milanese - e Maya Issa - attivista del movimento degli studenti palestinesi, dopo qualche mese di resistenza passiva s'è poi tenuta regolarmente: quindi papa Benedetto XVI no, ma il terrorista Sinwar, sì. A lamentare a lungo quel blocco era stato InfoPal, portale finito, poi, al centro della maxi inchiesta sui finanziamenti ad Hamas e sulla cellula italiana del terrorismo islamico palestinese. Il filo che unisce questi episodi è sottile, ma non invisibile. È l'islamismo che avanza senza clamore, sostenuto da una rete di alleanze esplicite o inconsapevoli. Così, passo dopo passo, ciò che fino a ieri era inconcepibile diventa ordinario.  E mentre ci si domanda quale narrazione prenda forma nelle lezioni che arrivano fino ai bambini, a cominciare dall'idea di donna, è importante sottolineare quanto sia superficiale liquidare le lezioni di islam in Italia come qualcosa di marginale e normale solo perché esistono comunità islamiche sul territorio e quindi fanno solo il loro dovere di credenti. La shari'a non si limita al culto: disciplina la sfera familiare, sociale, politica ed economica. Regola il diritto di famiglia, le successioni, la proprietà, l'organizzazione stessa della vita civile. Si fonda su norme ritenute di origine divina e, proprio per questo, immutabili. Non nasce dall'evoluzione storica degli ordinamenti, ma da una rivelazione diretta di Allah. Un sistema che trae legittimazione da un'autorità trascendente e che aspira a governare ogni aspetto della vita collettiva entra inevitabilmente in conflitto con i sistemi giuridici degli Stati europei. Questo quadro restituisce un dato preciso: l'assenza di una reale volontà di adattamento da parte di ampi settori delle popolazioni immigrate islamiche al contesto che li ospita. Le leggi comuni non sono un riferimento, figuriamoci i costumi. È una distanza che non si colma, ma si rivendica per entrare in contrasto. Alla fine, una certezza resta: anche l'Italia, oggi, va a scuola di jihad e di shari'a.

    8 min
  7. La paura dell islam detta legge in treno, per anni un megafono Lgbt

    12/23/2025

    La paura dell islam detta legge in treno, per anni un megafono Lgbt

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8387 LA PAURA DELL'ISLAM DETTA LEGGE IN TRENO di Manuela Antonacci   Un'idea che arriva in seguito all'ultima aggressione e al tentato stupro subiti da una ragazza, il 15 ottobre scorso, in un treno regionale RER a Val-de-Marne, nella zona est di Parigi, deserto. L'ennesima, negli ultimi giorni, che ha fatto crescere un clima di paura e di esasperazione tali, da portare a formulare una petizione che chiede, in Francia, carrozze specifiche riservate alle donne sui treni suburbani e sulle metropolitane e che in poco tempo ha già raccolto 21.000 firme. E, in effetti, diverse donne francesi, sui social, raccontano di non sentirsi sicure sui mezzi pubblici. «Finché il sistema non ci proteggerà, vedo questa idea come una misura temporanea e necessaria, almeno per ridurre i rischi. E ad essere onesti, non credo nell'idea di rieducare gli uomini aggressivi. È una bella teoria, ma non funziona nella realtà» – afferma Marie K., autrice della petizione, residente in Val-d'Oise che prende regolarmente la RER D. Nella petizione si legge anche che «Questi treni avrebbero una segnaletica chiara e visibile per identificare questi vagoni». Ma il problema è davvero il "genere" dei passeggeri? O c'è una questione più sostanziale alla base? Si tratta di "mascolinità tossica" in generale o del fatto che la maggior parte degli aggressori sono immigrati? L'eurodeputata Marion Maréchal - che quest'estate ha rilasciato un'intervista esclusiva al nostro mensile (qui per abbonarsi) - sottolinea questo dato: «L'83% delle vittime di violenza sessuale sui trasporti pubblici nella regione dell'Île-de-France sono francesi, mentre il 61% delle persone accusate di questi crimini sono stranieri. Il problema non sono gli uomini; Il problema è l'immigrazione di massa». Dunque, una segregazione forzata, quella sulle carrozze, che rischia, a lungo andare, di rivelarsi inutile se il problema non verrà affrontato alla radice. Peraltro, considerata l'immigrazione islamica di massa, che è diventata una realtà, in un paese come la Francia, si rischia di adeguarsi allo standard sociale tipico di questa cultura che considera le donne come oggetto di peccato che, pertanto, è bene siano tenute lontane dagli uomini, in uno stato, appunto di segregazione. E ancora, questa misura, prevedendo carrozze dove la presenza di persone immigrate sarebbe esigua, trattandosi principalmente di donne, farebbe stracciare le vesti alle prefiche sinistroidi del politicamente corretto. Insomma, in qualunque modo la si pensi, non risulta proprio la soluzione più efficace. Forse il problema non sono le carrozze "aperte", ma la creazione che, di fatto si sta rivelando un'utopia, di una società multiculturale, aperta, anzi apertissima, al punto da essere diventata ormai fuori controllo...

    4 min
  8. All'università di Catanzaro apre la prima moschea studentesca

    12/02/2025

    All'università di Catanzaro apre la prima moschea studentesca

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8370 ALL'UNIVERSITA' DI CATANZARO APRE LA PRIMA MOSCHEA STUDENTESCA di Lorenza Formicola   Al Policlinico universitario di Germaneto, tra i corridoi dell'Edificio delle Bioscienze, si apre una porta che segna una storica novità per l'università italiana. L'Università Magna Graecia di Catanzaro inaugura il primo spazio di culto islamico all'interno di un ateneo pubblico del Paese. Il progetto nasce da una richiesta presentata nel 2024 da un gruppo di studenti dell'Università Magna Graecia, approvata dagli organi accademici e formalizzata con una convenzione firmata il 12 settembre 2025 tra il rettore Giovanni Cuda e Antonio Carioti - nel frattempo diventato Antonio Omar dopo la conversione all'islam - presidente e imam dell'associazione musulmana Dar Assalam OdV di Catanzaro, ente iscritto al RUNTS, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. Si tratta di un comodato d'uso gratuito, circoscritto e regolato, ma dal valore simbolico fortissimo: il primo spazio di culto islamico riconosciuto formalmente da un'università pubblica italiana. Un gruppo di studenti si dispone in silenzio, le scarpe lasciate fuori dalla porta. Il muezzin chiama alla preghiera. Ecco che a Catanzaro, si apre una pagina inedita: una università pubblica destina metri quadrati al sermone del venerdì dell'imam, anziché migliorare l'offerta formativa e i servizi per gli studenti italiani. L'accordo prevede la possibilità di fermarsi per le cinque preghiere quotidiane (quindi il diritto di assentarsi da lezioni o esami), il sermone del venerdì (Jumu'a) e le due principali festività islamiche, Eid al-Fitr e Eid al-Adha. Lo spazio sarà gestito direttamente dalla Dar Assalam, che ne curerà l'organizzazione. A guidarla sarà proprio Omar Carioti, convertitosi all'islam alcuni anni fa, accanto all'imam Khalid Elsheikh, riferimento della comunità locale. È importante sottolineare che il sermone del venerdì, o Khutbah, non è equiparabile ad una omelia, che circoscritta al contesto liturgico, afferisce alla parola di Dio. Il sermone dell'imam - figura non regolamentata da alcuna autorità ufficiale - è un discorso più ampio, che tocca temi sociali, civili e, in diversi contesti, anche politici. LA STRATEGIA DELLA FRATELLANZA MUSULMANA Ed è, inoltre, significativo che tutto questo accada proprio a Catanzaro, dove la comunità islamica è piccola, sebbene non piccolissima e certamente, a quanto pare, non irrilevante. Nella provincia vivono circa 12.000 musulmani, di cui 2.000 nel capoluogo. Provengono dal Marocco e dal Maghreb, ma anche da Bangladesh, Pakistan, Senegal, Sudan, Iraq, Costa d'Avorio e altri Paesi. In tutta la Calabria, i musulmani sono 24.500, pari all'1,72% della popolazione regionale. Eppure, da questa realtà minoritaria è partita la spinta capace di ottenere, di fatto, una moschea all'interno di un'università per la prima volta nella storia d'Italia.  In Francia, nei primi anni Duemila, un gruppo musulmano aveva proposto di utilizzare le chiese cattoliche dismesse per la preghiera, nel tentativo di risolvere i disagi delle celebrazioni in strada. In Italia, invece, il percorso ha preso un'altra direzione: si è partiti dalle università. Segno di un Paese che cambia, e va progressivamente islamizzandosi, dove la presenza musulmana assume forme nuove e sempre più organizzate. Ad aprile, a Monfalcone, è nata la prima lista elettorale islamica per le amministrative; in Campania, la candidata di origini palestinesi Souzan Fatayer (Alleanza Verdi e Sinistra) è finita al centro di polemiche per un video dai contenuti antisemiti; in Puglia, Jarban Bassem rappresenta un altro volto emergente di una rappresentanza politica musulmana strutturata. Tutto questo s'inserisce nel solco di un'azione più ampia, coerente con la strategia della Fratellanza Musulmana, la più grande confraternita islamista del mondo, fondata nel 1928 in Egitto da Hassan al-Banna e oggi diffusa in oltre 70 Paesi. Secondo l'economista egiziano Abdel-Khaliq Farooq, la Fratellanza gestirebbe ogni anno fondi non dichiarati per un valore compreso tra 200 e 250 milioni di dollari, destinati a finanziare una rete estesa di associazioni, scuole e ONG. Una di queste, la Islamic Relief Worldwide, ha registrato 456 milioni di sterline di entrate in soli quattro anni. Per loro il mondo delle scuole e quello accademico rappresentano un bacino di riferimento su cui il movimento punta per rafforzare la propria presenza. 80 MOSCHEE IN ITALIA  In Italia, diversi dossier indicano che l'organizzazione più influente del Paese, legata alla Fratellanza Musulmana, gestisce oltre 80 moschee e centinaia di sale di preghiera con donazioni provenienti anche da Paesi del Golfo. Una rete che traduce il Corano in italiano, organizza corsi, doposcuola e inventa strumenti per orientare i modelli culturali. Non un movimento clandestino, ma un sistema diffuso e capillare, in cui religione, identità e comunità si intrecciano. Obiettivo della Fratellanza non è la rivoluzione, ma la trasformazione lenta, quasi impercettibile, che passa attraverso i cuori e le menti. La sua forza non è nella segretezza, ma in una ambiguità strategica: un linguaggio doppio, una presenza discreta, una capacità di adattamento che le consente di radicarsi senza mai apparire destabilizzante. E il suo raggio d'azione guarda all'intero Occidente. Quando il movimento fu bandito o represso nei Paesi arabi, molti dei suoi ideologi cercarono rifugio in Europa, trovando nelle democrazie occidentali un terreno fertile per riorganizzarsi. In Svizzera, il genero di al-Banna, Saïd Ramadan, fondò nel 1961 il Centro Islamico di Ginevra, nucleo storico del pensiero islamista europeo. I suoi figli, Tariq e Hani Ramadan, ne ereditarono la missione, diventando due delle voci più influenti dell'islam politico nel continente. Da allora, la rete della Fratellanza si è ampliata con metodo. In tutta Europa, moschee, enti di beneficenza, istituti scolastici e associazioni civiche hanno costituito un mosaico organizzato, capace di promuovere la propria visione dell'islam sotto la forma della sensibilizzazione culturale e religiosa.  Pubblicamente promuove il dialogo e i diritti civili; privatamente tollera o incoraggia narrazioni antisemite, anti-occidentali. Non costruisce la propria influenza con le armi, ma con la rete. Non dirotta aerei, ma fa lobbying nei consigli scolastici. Non organizza attentati, ma apre start-up halal, scuole islamiche. La sua tattica è quella dell'infiltrazione legittima: lenta, decentralizzata, difficile da distinguere dall'attivismo civico. In Italia, il dibattito su queste dinamiche rimane quasi assente. Eppure, numerose organizzazioni musulmane operano da anni con legami diretti o ideologici con la Fratellanza. Per l'islam non si prevede separazione tra moschea e Stato, ritenuti indissolubili. La logica musulmana non riconosce nessuna permanente forma di potere o religione al di fuori dell'islam. Nel frattempo è dovere di ogni islamico fare ciò che gli è possibile per il raggiungimento dell'obiettivo madre: la sottomissione, anche con la forza, dell'interno mondo ad Allah. Se quindi a Catanzaro, si prende un'aula dell'università pubblica per farne una moschea, non si può parlare semplicemente di "libertà religiosa".  I fatti di Catanzaro ci dicono che la trasformazione culturale dall'interno è in atto. E che si sta ridefinendo il confine invisibile tra fede, identità e politica in un'Europa che fatica a riconoscere se stessa. Così, l'Italia, dopo l'imam in carcere, presenta la moschea in università all'Occidente.

    9 min

About

Gli islamici applicano il Corano sull'esempio del loro fondatore Maometto... perché stupirsi delle conseguenze?