Michea’s Substack Podcast

Michea Savino

Il mio spazio, contro il logorio dei post moderni. Qualche appunto sull'interazione di comunicazione, design, tecnologia e arte e chi li usa per portare progresso in questa strana e meravigliosa era. michea.substack.com

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  1. -4 Ч

    Nessuno vuole il manager gentile. Finché non è quello che ha vinto.

    Teniamoci la manina dai. Molti di noi sono cresciuti vedendo la stessa immagine venduta da film e pubblicità con estrema precisione: il manager è sempre quel personaggio con la camicia con i gemelli, sempre col telefono in mano, che vive al di fuori dello spazio e del tempo (degli altri), bello sorridente con il cliente di turno e un cane con chi collabora con lui, dove diventa un duro, uno squalo, un mastino, un membro di qualsiasi zoo. E vuoi o non vuoi ha fascino, è un personaggio ben caratterizzato, in alcuni incute anche timore, perchè c’è pure la narrazione dei suoi “metodi” che sono inflessibili, chirurgici, che portano al risultato. (Leggi pure quest’ultima frase con l’accento che porta con sé la miglior performance). Ecco perchè poi la dirigenza di qualsivoglia organizzazione va a ricercare questo archetipo di personaggio per guidare quegli scalmanati dipendenti verso gli ardui lidi inesplorati del successo. Alcuni giorni ci sono persino degli articoli noiosi. Se vuoi sapere quando iscriviti che te lo dico. Ora, se questo l’hai visto anche tu in almeno un’organizzazione di qualsiasi tipo, osi immaginare cosa accada quando gli stessi concetti vengono applicati ad aziende che competono tra di loro pubblicamente, che muovono miliardi di euro, che hanno una macchina mediatica con una attenzione talmente elevata che ogni sussurro diventa notizia commentata da illuminati esperti di diritto, finanza, tattica (su Facebook?). Esatto, nel calcio questo giochino del manager “sergente di ferro” piace troppo, è una narrativa che giornalisti, tifosi, dirigenze ricercano disperatamente perchè come nel mondo di tutti i giorni non sono interessate alla persona quanto ai risultati. Come qualcuno disse: “Sono antipatico perchè vinco?” E quando finisce questo giochino? Nella stagione della disfatta, ovviamente. Si, quella che inesorabilmente arriva. Quella dove l’esordiente che non basa tutto su quei “metodi” vince, ed è qui che entra in campo il nostro Cristian Chivu. Chi è? Fino alla scorsa estate un ex giocatore dell’inter leggendaria del 2010, allenatore del settore giovanile per tanti anni (la gavetta) con poi 13 partite da allenatore del tranquillo Parma. A questo giovane coach gli viene affidata una grana di quelle importanti: l’inter. Non solo la sua squadra di riferimento, ma in quel momento qualcosa di decisamente più complesso: la squadra che ha appena incassato 5 sberle in finale di Champion’s League, sempre di record trattasi insomma, ma non di quelli che esaltano. Ora, tornando al giochino della narrazione che sappiamo sui manager, puoi immaginare come la stampa ha battezzato questa scelta sicuramente coraggiosa: “Sarà in grado?” “E l’esperienza?” “Userà il pugno di ferro con questo gruppo sfaldato?” “Prepara la rivoluzione?” e tanti altri bei luoghi comuni. Qui, esattamente qui, ci soffermiamo perchè è il fulcro del ragionamento. Lui sceglie di non essere l’uomo che poteva rendere felice chi guardava il suo operato ma l’uomo che serviva in quel momento a chi serviva, il gruppo di lavoro, la squadra. Mantiene un profilo basso, gentile, non ruffiano. Dalle prime conferenze stampa si percepiscono toni differenti: «Credo molto nella comunicazione e in quello che una persona può dare a un’altra. A volte ci si dimentica che si parla di uomini e persone che come tutti hanno pensieri per la testa: dobbiamo capire le loro problematiche e come fare per sistemarle.» Concetti che oggi molti dottorandi, vedendo uno scudetto e una Coppa Italia arrivati a fine stagione, alla prima stagione, ripeteranno con assoluta certezza come uno dei capisaldi del management efficace assieme alla gentilezza, l’empatia, il vederlo abbracciarsi con i giocatori, il non prendere riflettori con polemiche inutile o dando troppa luce al suo lavoro piuttosto che a quello del gruppo. Masterclass. Perchè quando vinci è ovvio che i tuoi metodi vengono guardati e validati. Ma pensaci: cosa avrebbero scritto di questi metodi se avesse perso? Nel mio Substack parlo di quello di cui sono innamorato: Arte umana di elevato livello e ciò che costruisce. Stiamo in contatto. Non devi sforzarti troppo a immaginarlo. Conosci già la risposta. La conosci perché hai lavorato in un’azienda. Perché hai avuto un capo. Perché sei stato tu stesso giudicato — o giudice — almeno una volta. Avrebbero scritto che la gentilezza non basta. Che l’empatia è una bella cosa, ma non vince le partite. Che forse serviva qualcuno con più carisma, più durezza, più esperienza. Le stesse qualità, identiche, invariate, sarebbero passate da punti di forza a prove a carico. Ti rendi conto? Questo è il sistema che usiamo per valutare chi guida le persone. Mi ci metto perchè è terribilmente umano, sia chiaro. Non abbiamo metri per misurare le scelte. Misuriamo il risultato finale e poi spesso si costruisce una narrazione coerente a ritroso. Se vinci, eri visionario. Se perdi, eri ingenuo. Quindi basta “vincere”? La risposta breve è: no, ovviamente. La vera domanda da mettergli a fianco è: a quale costo si deve vincere? A prescindere dall’effetto che può avere sulle persone che lavorano con te? Creando numeri meravigliosi ma ambienti tossici per attitudini tutt’altro che costruttive e di supporto? Vince chi da priorità alla squadra. A prescindere da tutto. Non sono considerazioni unicamente mie, ti faccio qualche esempio. Gallup ha misurato per anni cosa separa i team ad alta performance dagli altri. La risposta non è il talento dei singoli, non è la strategia, non è il settore. Il manager, la sua qualità umana, il modo in cui tratta le persone, impatta al 70% tra chi è coinvolto e chi no. Settanta. Non è una sfumatura. È la variabile dominante. Google ha fatto la stessa cosa internamente, con il Progetto Aristotle: ha analizzato centinaia di team per capire cosa rendesse alcuni eccezionali e altri mediocri. La risposta li ha sorpresi: il predittore numero uno della performance era la sicurezza psicologica, la sensazione di ogni membro del gruppo di poter parlare, sbagliare, dissentire senza essere punito. Non l’esperienza del manager. Non il suo track record. La qualità dell’ambiente che aveva saputo costruire. Uno come Chivu non vince nonostante la gentilezza. Ha vinto anche grazie a essa. E lui stesso ne è consapevole con una lucidità rara: «Mi sono proposto di fare l’allenatore a modo mio, cercando di essere sempre empatico e umano senza pensare al consenso di quelli fuori. Magari fra un mese sarò in discussione, ti metti sempre a rischio, ma devi accettarlo col sorriso.» Un uomo che sa che potrebbe essere demolito domani e sceglie comunque di non cambiare metodo. Questa non è ingenuità. È posizionamento. C’è un indicatore più onesto della classifica. Lo noti quando smetti di guardare il risultato e basta. Nicolò Barella, vicecapitano, uno dei migliori giocatori della rosa, nell’età in cui l’ego è al suo picco fisiologico, ha parlato di Chivu come di una persona “empatica, capace di capire cosa servisse ad ogni singolo calciatore”, specificando che queste qualità non fanno parte del bagaglio di tutti gli allenatori. Un atleta forte che elogia il metodo umano del proprio capo, pubblicamente, senza esserci obbligato. Quando succede, non è fortuna. È cultura costruita con pazienza. E quindi come si vince tutti i giorni? Svariate volte il calcio è stato parallelo di quello che la società ricercava. E la storia di uomini “alla chivu” potrebbe davvero essere un indicatore di cosa potrebbe succedere anche in altre organizzazioni, anche dove stai operando tu. Il manager “sergente” non servirà più ad una generazione che preferisce stare persino senza lavoro piuttosto che sentirsi a disagio per subire l’ego di qualcuno. Quindi quando qualcuno ti parla della sua area manageriale, inizia ad attivare i tuoi sensori quando non senti parlare troppo di “squadra”, di “cultura”, di “eredità”, ma continui a sentire parlare di “fatturato”, “KPI”, “riunione operativa” e altra roba che ha iniziato ad esistere solo dentro il magico mondo degli uffici. E se guidi qualcuno ogni giorno anche tu, qualche domanda che può giustamente balzarti in testa può essere: Le persone che lavorano con me si sentono viste, o solo utili? Se domani potessero scegliere liberamente, mi sceglierebbero ancora o resterebbero perché non hanno un’alternativa migliore in questo momento? Quando le cose vanno male, il gruppo si compatta, o ognuno guarda il proprio angolo? Non sono domande retoriche. Sono le uniche che reggono indipendentemente dalla stagione che stai attraversando e che conteranno per tutti coloro che stanno costruendo qualcosa insieme. I gruppi di esseri umani che creano qualcosa di inaspettato e grandioso sono materia fin troppo affascinante da ingabbiarla nella cultura egocentrica di qualcuno. Ogni membro di un gruppo è un mondo che porta unicità, e se attivata a favore degli altri può far sentire migliore chi ha vicino e può tenere insieme il gruppo nei momenti in cui sarebbe stato più facile lasciarlo andare in pezzi. Quando esiste un gruppo, quando esistono persone che si trovano bene ad operare insieme grazie all’ambiente che hai creato, la vittoria, qualsiasi cosa rappresenti, è solo un fattore di tempo. Perchè la cosa più importante la si è già conquistata. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit michea.substack.com

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