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Commento teologico-pratico al vangelo della domenica (e delle feste liturgiche più importanti dell'anno)

  1. Omelia Ascensione - Anno A (Mt 28,16-20)

    1D AGO

    Omelia Ascensione - Anno A (Mt 28,16-20)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8530 OMELIA ASCENSIONE - ANNO A (Mt 28,16-20) di Don Stefano Bimbi   L'Ascensione del Signore potrebbe sembrare, a prima vista, una festa di distacco: Gesù sale al cielo e si allontana dai suoi discepoli. In realtà è il contrario. È la festa della presenza nuova di Cristo, una presenza non più limitata a un luogo o a un tempo, ma capace di raggiungere ogni uomo, in ogni parte del mondo e in ogni epoca. Per questo gli Apostoli, dopo l'Ascensione, non tornano a Gerusalemme disperati, ma pieni di gioia. Hanno capito che Gesù non li ha abbandonati. È entrato nella gloria del Padre per restare con loro in un modo ancora più profondo. L'Ascensione conclude la missione terrena di Cristo e inaugura la missione della Chiesa. Gesù sale al cielo non per disinteressarsi della terra, ma per regnare come Signore della storia. Noi spesso immaginiamo il cielo come un luogo lontano, quasi irraggiungibile. In realtà il cielo è la vita stessa di Dio e Cristo vi entra con la sua umanità glorificata. Questo significa che la nostra natura umana è già entrata nel Paradiso. Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, siede alla destra del Padre. E allora anche tutti noi abbiamo una speranza concreta: non siamo destinati al nulla, ma alla gloria eterna. Questa verità cambia il modo di vivere le cose quotidiane. Quando un cristiano affronta una sofferenza, una malattia, una delusione familiare o un fallimento, non ragiona più pensando soltanto a questa terra, ma ha lo sguardo rivolto al cielo. Certo, il dolore è reale, ma non ha più l'ultima parola. Nemmeno la morte ha l'ultima parola. Oggi invece molti vivono schiacciati da preoccupazioni immediate: il lavoro, i soldi, la salute, il giudizio degli altri. Tutto sembra decisivo, assoluto. Eppure Gesù ci insegna a tenere il cuore rivolto verso l'alto. Questo non vuol dire disprezzare la vita sulla terra, ma vivere senza diventare schiavi delle cose che passano. ANDATE E FATE DISCEPOLI TUTTI I POPOLI Gli Apostoli, però, ricevono anche un comando preciso: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). L'Ascensione non è una fuga dal mondo, ma anzi è l'inizio della missione. Il cristiano non può ridurre la fede a qualcosa di privato da vivere solo in casa propria o in chiesa. Se Cristo è veramente risorto ed è il Signore, allora questa verità deve raggiungere tutti. Oggi invece molti cattolici vivono una fede timida, quasi vergognosa. Hanno paura di parlare di Dio, di difendere la verità del Vangelo, di mostrarsi cristiani nell'ambiente di lavoro, a scuola o perfino in famiglia. Si preferisce tacere per non essere giudicati. Ma gli Apostoli, dopo l'Ascensione, fanno esattamente il contrario: escono allo scoperto. Prima erano impauriti, chiusi nel cenacolo; dopo diventano coraggiosi perché hanno fatto esperienza nella loro vita che Cristo è vivo. Anche nella vita quotidiana ci sono tante occasioni semplici per testimoniare la fede. Un genitore che insegna ai figli a pregare e li porta alla Messa domenicale sta già evangelizzando. Un giovane che, quando è con gli amici, non si vergogna di fare il segno della croce al ristorante prima del pasto compie una piccola testimonianza pubblica. Una persona che rifiuta compromessi disonesti sul lavoro per restare fedele alla coscienza annuncia Cristo con i fatti. Spesso pensiamo che evangelizzare significhi fare cose straordinarie, ma il primo apostolato passa dalla coerenza della vita. IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI, FINO ALLA FINE DEL MONDO Gesù promette: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non dice: "Vi ricorderò", ma "sono con voi". È presente nella sua Chiesa, nel Vangelo, nei sacramenti, specialmente nell'Eucaristia. Quando entriamo in chiesa davanti al tabernacolo non siamo davanti a un simbolo, ma davanti a Cristo vivo. Quante volte però viviamo come se Dio fosse assente. Ci agitiamo, ci scoraggiamo, perdiamo la pace, perché ci dimentichiamo della sua presenza reale. L'Ascensione allora ci invita a vivere con uno sguardo nuovo. I piedi restano sulla terra, ma il cuore deve essere orientato al cielo. Il cristiano non fugge dalle responsabilità quotidiane, anzi le vive meglio, perché sa che ogni gesto può avere un valore eterno. Una ragazza che arriva vergine al matrimonio, una madre che cresce con amore i figli, un anziano che offre con pazienza la propria solitudine, un lavoratore che svolge con onestà il proprio dovere, un malato che unisce le sue sofferenze a quelle di Cristo: tutto può diventare strada verso il Paradiso. San Filippo Neri era un sacerdote allegro, pieno di umanità, capace di scherzare e stare in mezzo alla gente. Dentro il suo cuore ardeva continuamente il desiderio del Paradiso. Ripeteva spesso: "Paradiso, Paradiso!". Non lo diceva per evadere dalla realtà, ma perché aveva capito che tutto passa e che solo Dio resta. Proprio per questo sapeva amare meglio le persone concrete che aveva davanti. Ai giovani insegnava a vivere con gioia, ma senza attaccarsi alle cose del mondo. Diceva: "State buoni, se potete", ricordando che la santità non consiste in cose straordinarie, ma nel vivere ogni giorno con il cuore rivolto a Dio. San Filippo aveva già il cuore in cielo mentre camminava per le strade di Roma. E questo gli dava una libertà interiore impressionante: non cercava successo, approvazione o potere, perché sapeva che la vera patria è lassù. In conclusione la festa dell'Ascensione ci ricorda che il cristianesimo non è soltanto una morale o un insieme di valori, ma un fatto soprannaturale. Cristo è veramente risorto, veramente asceso al cielo e ci sta preparando un posto. Per questo la Chiesa continua a guardare verso l'alto con speranza. In un mondo spesso ripiegato sulle cose materiali e immediate, il cristiano è chiamato a ricordare che siamo fatti per il cielo e che soltanto Dio può colmare il desiderio profondo del cuore umano.

    9 min
  2. Omelia VI Dom. di Pasqua - Anno A (Gv 14,15-21)

    MAY 6

    Omelia VI Dom. di Pasqua - Anno A (Gv 14,15-21)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8529 OMELIA VI DOM. DI PASQUA - ANNO A (Gv 14,15-21) di Don Stefano Bimbi   Siamo nel Tempo di Pasqua, un tempo in cui la Chiesa non smette di contemplare la presenza viva di Cristo risorto e di imparare cosa significa davvero vivere da cristiani nel mondo. Il Vangelo di questa sesta domenica ci presenta un discorso intimo di Gesù ai suoi discepoli, poche ore prima della Passione: parole che non sono teoria, ma consegna di vita. Gesù afferma: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Non dice: "Se osservate i comandamenti, allora mi amerete", ma il contrario. Il punto di partenza non è lo sforzo morale, ma l'amore. La vita cristiana nasce da una relazione viva con Cristo. Quando uno ama davvero, non sente i comandamenti come un peso, ma come la strada concreta per non tradire quell'amore. Se una persona dice di amare, ma poi vive ignorando sistematicamente la volontà dell'altro, quell'amore è solo a parole. Così è anche con Dio. Qui è illuminante una parola di Sant'Agostino: «Ama e fa' ciò che vuoi». Non è un invito a fare quello che ci pare, ma l'esatto contrario: se ami davvero Dio, la tua volontà sarà trasformata e non potrai volere ciò che lo contraddice. Questo ha conseguenze molto pratiche. Pensiamo alla vita quotidiana: alla fedeltà nei piccoli doveri, alla pazienza in famiglia, alla sincerità sul lavoro, alla purezza nei pensieri e negli sguardi. Non sono semplicemente "regole da rispettare", ma modi concreti per dire a Cristo: "Ti voglio bene davvero". Se invece riduciamo la fede a qualche momento di preghiera e poi nella vita facciamo come ci pare, stiamo riducendo la religione a semplice pratica religiosa. Subito dopo Gesù promette un dono speciale, lo Spirito Santo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito» (Gv 14,16). Non siamo lasciati soli a vivere il Vangelo. Dio stesso viene ad abitare in noi per renderci capaci di vivere da figli. Senza lo Spirito Santo, i comandamenti restano un ideale troppo alto, mentre con Lui diventano una vita possibile. Questo significa che il cristiano non è uno che si arrangia con le sue forze, ma uno che impara a lasciarsi guidare. Nella pratica vuol dire, ad esempio, fermarsi prima di una decisione e imparare ad ascoltare la coscienza. Per questo occorre cercare momenti di silenzio in cui Dio possa parlare. Vuol dire soprattutto riconoscere che certe battaglie interiori non si vincono solo con la volontà, ma invocando lo Spirito Santo. NON VI LASCERÒ ORFANI (Gv 14,18) La prima lettura (At 8,5-8.14-17) ci offre un'immagine molto concreta dell'importanza dello Spirito Santo. I Samaritani accolgono la Parola di Dio con gioia e poi ricevono lo Spirito Santo attraverso l'imposizione delle mani degli apostoli. Questo ci ricorda che la fede non è mai solo un fatto individuale: passa attraverso la Chiesa, cioè attraverso il suo insegnamento e l'amministrazione dei sacramenti. Nella vita quotidiana non si può vivere una fede "fai da te", ma occorre rimanere uniti alla Chiesa, seguire l'esempio dei santi, nutrire l'anima con i sacramenti, lasciarsi guidare da un padre spirituale. È così che lo Spirito Santo agisce davvero e trasforma la vita. Gesù aggiunge infine una parola consolante: «Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18). Il cristiano può attraversare prove, incomprensione e solitudine, ma non è mai abbandonato. Il Risorto è presente, anche quando non si vede. Il problema è che spesso noi misuriamo la presenza di Dio con le emozioni: se sento qualcosa, allora Dio c'è, ma se non sento nulla, allora non c'è o non gli interessa la mia vita. Ma la fede è più profonda dei sentimenti. Nella vita concreta questo si traduce in atti di fedeltà e ubbidienza anche quando è difficile. Continuare a pregare quando non se ne ha voglia, fare il bene quando non si vede risultato, comportarsi secondo giustizia quando sarebbe più comodo cedere. È lì che si vede se crediamo davvero che non siamo orfani. Infine Gesù dice: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama... e io mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). Qui c'è una promessa straordinaria: chi vive seriamente il Vangelo sperimenta una conoscenza di Cristo che non è solo intellettuale, ma spirituale e profonda. Ordinariamente non si tratta di visioni o cose straordinarie, ma di una certezza e di una pace interiore che non viene mai meno. Allora la direzione è chiara: non aspettare di "sentire di più" per vivere meglio la fede, ma vivere meglio già adesso per conoscere di più Cristo. È facendo la volontà di Dio che si entra nel suo mistero. PRONTI SEMPRE A RISPONDERE (1Pt 3,15) La seconda lettura ci ricorda che per fare la volontà di Dio occorre anche essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). La fede non è qualcosa da tenere solo per sé o da vivere in modo vago e sentimentale. È una verità che va conosciuta, approfondita, studiata. Se non conosciamo bene ciò che crediamo, difficilmente sapremo rispondere quando qualcuno ci mette in discussione, e rischiamo di ridurre tutto a opinioni personali. Invece il cristiano è chiamato anche a un impegno serio nello studio della dottrina cattolica: il Catechismo, la Sacra Scrittura, l'insegnamento della Chiesa. Questo non per diventare polemici, ma per poter dare una testimonianza chiara, ragionevole, capace di illuminare anche gli altri. Una fede ignorante è fragile, mentre una fede formata diventa capace di fare apologetica, cioè difesa razionale della fede. Pensiamo, ad esempio, a San Giustino Martire. Era un uomo colto e un filosofo che non si accontentò di una fede superficiale. Cercò la verità con tutta la sua intelligenza e, una volta incontrato Cristo, dedicò la sua vita a spiegare e difendere la fede cristiana davanti a un mondo ostile. Non si limitò a credere nel cuore, ma studiò, approfondì, dialogò, rispose alle accuse. E proprio per questa fedeltà alla verità arrivò fino al martirio. In lui vediamo cosa significa davvero essere "pronti a rispondere": una fede conosciuta, amata e difesa dagli attacchi. Questa domenica ci chiede una verifica semplice e concreta: il mio rapporto di amore con Gesù è fatto di parole o di scelte concrete? Lo Spirito Santo ha spazio nella mia vita o faccio tutto da solo? So dare ragione della mia fede oppure no? Credo davvero che non sono orfano, oppure vivo come se tutto dipendesse da me per poi sentirmi solo? Se prendiamo sul serio queste domande, la Parola di Dio che abbiamo ascoltato non passerà invano, ma diventerà stimolo per la conversione e indicazione pratica per una vita nuova.

    8 min
  3. Omelia V Domenica Pasqua - Anno A (Gv 14,1-12)

    APR 28

    Omelia V Domenica Pasqua - Anno A (Gv 14,1-12)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8522 OMELIA V DOMENICA PASQUA - ANNO A (Gv 14,1-12) di Don Stefano Bimbi   In questa domenica del tempo di Pasqua il Vangelo ci fa riflettere sulle parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima della Passione, parole che però acquistano piena luce alla luce della Risurrezione. Gesù parla alle nostre paure più profonde e dice: «Non sia turbato il vostro cuore» (Gv 14,1). È una frase che non cancella il dolore, non elimina i problemi, non fa finta che tutto vada bene. Gesù non dice: non avrete prove, anzi andrà tutto bene. Dice invece: nelle prove, il vostro cuore non si perda. E subito indica il rimedio: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). Dunque il contrario del turbamento non è l'illusione, ma la fede. Quando la vita sembra confusa e non capiamo dove il Signore ci stia conducendo, la risposta giusta non è inseguire mille sicurezze umane, ma tornare ad appoggiarsi a Cristo. Per esempio, quando arriva una notizia medica che spaventa, oppure quando in famiglia nasce un problema grave e improvviso e ci si sente mancare la terra sotto i piedi, il primo gesto cristiano non è lasciarsi divorare dall'ansia, ma affidarsi totalmente al Signore e chiedere la forza spirituale di affrontare la prova. Infatti la fede non è un sentimento vago o un conforto psicologico, ma è adesione reale a una Persona reale che è il Figlio di Dio, il quale ci dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Gesù non dice soltanto qualcosa di vero, Lui è la verità. Non mostra soltanto una strada, Lui è la via. Non dà soltanto un aiuto per vivere meglio, Lui è la vita. Qui tocchiamo il cuore della nostra fede cristiana. Noi non siamo salvati da una filosofia religiosa, ma da Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per noi. Per questo la Chiesa ha sempre insegnato che non esiste un'altra via di salvezza alternativa a Cristo. Lo dice Lui stesso con chiarezza: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). Sono parole molto nette che il mondo non ama perché preferisce dire che tutte le religioni si equivalgono, basta essere sinceri e poi ognuno si costruisce la sua verità. Ma Gesù non lascia spazio a questa confusione. Non dice: io sono "una" via. Dice: io sono "la" via. Se una persona dice: "Io credo a modo mio" e poi non prega, non si confessa, non partecipa alla Messa. Magari cerca luce più negli oroscopi, nelle emozioni o nelle mode del momento che nel Vangelo e nell'insegnamento della Chiesa. Oppure, peggio, dice che crede a Gesù, ma non alla Chiesa. Ci sarebbe da chiedere in quale Gesù crede visto che la Chiesa l'ha fondata proprio Lui. Il rischio è di dire come Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» (Gv 14,5). Magari non sappiamo come affrontare una malattia, una delusione, una ferita affettiva, una crisi economica, una lotta contro un peccato che torna sempre. Allora vorremmo capire tutto, magari avere una mappa dettagliata sul percorso da fare. Invece Gesù non risponde a tutte le nostre domande. Fa molto di più: ci dona se stesso. La via indicata dal Vangelo non è un insieme di istruzioni fredde. La via è stare con Lui e seguirlo un passo alla volta. Il cristiano maturo non è quello che ha già capito tutto, ma quello che ha deciso di fidarsi di Cristo anche quando non tutto è chiaro. Chi perde il lavoro e non sa come andrà avanti può chiudersi nella rabbia o, pur cercando seriamente soluzioni, può continuare a pregare e a vivere da cristiano senza abbattersi. Chi combatte da anni contro un difetto dominante, come la collera o la sensualità non deve scoraggiarsi dicendo "sono fatto così", ma riprendere ogni giorno il cammino sotto la guida del Padre Spirituale, con impegno e preghiera. Quando una persona ha un problema serio, spesso cerca la via nell'impulso, nello sfogo, nella scorciatoia, nel compromesso. In famiglia si litiga e invece di cercare Cristo si cerca di prevalere. Nel lavoro si subisce un'ingiustizia e invece di esercitarsi nella virtù della pazienza si coltiva rancore. Nella stanchezza interiore invece di tornare a pregare si cerca una distrazione continua con il cellulare. Nella solitudine invece di aprirsi a Dio si cade in pensieri amari o in abitudini sbagliate. Ma Cristo oggi ci dice: la via non è quella che ti sembra più facile, la via sono io. E allora seguire Cristo, concretamente, significa domandarsi: in questa situazione, cosa farebbe Gesù? cosa chiede a me Gesù? È una domanda semplice, ma cambia il modo di vivere. Per esempio, dopo una discussione tra marito e moglie, la via del mondo è aspettare che sia l'altro a fare il primo passo; la via di Cristo è umiliarsi e cercare la pace. Oppure, quando un collega ti tratta male, la via del mondo è parlarne male alle spalle; la via di Cristo è mantenere la dignità, evitare la vendetta e, se possibile, rispondere con fermezza, ma senza odio. Gesù poi alza lo sguardo dei discepoli verso il Cielo: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"» (Gv 14,2). Qui c'è una verità essenziale che noi non dobbiamo mai dimenticare: la nostra vita terrena non è la meta definitiva. Noi siamo fatti per il Cielo. Il cristianesimo non è un modo elegante per vivere un po' meglio quaggiù, ma è la strada per entrare nella casa del Padre. Oggi tanti vivono come se tutto finisse qui. Per questo si attaccano disperatamente alle cose, al successo, all'apparenza, al benessere, ai propri progetti. Ma quando si perde di vista la meta celeste, tutto diventa più pesante, perché si pretende dalla terra ciò che la terra non può dare. Nessuna casa terrena potrà mai sostituire la casa del Padre. Nessun affetto umano, per quanto bello, potrà riempire interamente il cuore. Nessun risultato potrà dare la pace piena. Solo il Cielo è la nostra patria definitiva. Questa verità cambia, ad esempio, il modo di guardare la morte di una persona cara: il dolore rimane, ma non è disperazione, perché sappiamo che la vita non è distrutta, ma trasformata. E cambia anche il modo di usare i beni materiali: chi vive per il Cielo non fa del denaro il suo dio, ma lo usa con libertà e responsabilità. E questa speranza non ci allontana dai doveri del presente, ma anzi ci fa vivere meglio il presente. Chi sa che Cristo gli sta preparando un posto non si dispera davanti alle prove. Soffre, sì, ma non crolla, non si sente abbandonato. Lavora, lotta, si sacrifica, ma con una prospettiva diversa. Anche il bene nascosto, anche il dovere umile, anche la fedeltà quotidiana acquistano un valore immenso, perché preparano il cuore all'incontro con Dio. Una madre che si consuma per i figli, un padre che porta con pazienza la responsabilità di essere il capofamiglia, un malato che offre la sua sofferenza, un giovane che combatte per rimanere puro, una persona che perdona invece di vendicarsi: tutto questo, vissuto in Cristo, non è mai sprecato. È cammino verso la casa del Padre. Una donna che dedica tutte le sue energie al focolare domestico può sentirsi inutile agli occhi del mondo che disprezza le casalinghe, ma davanti a Dio sta compiendo un'opera preziosa. Oppure un ragazzo che rinuncia a una compagnia sbagliata per rimanere fedele al Vangelo sta costruendo già adesso qualcosa di eterno. Poi Filippo dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8). È una frase bellissima, ma anche immatura. Perché Filippo non ha ancora capito che il Padre lo sta già vedendo in Gesù. Infatti Gesù risponde: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Gesù non è soltanto un grande uomo o un profeta di successo. Gesù è il Figlio eterno di Dio, una cosa sola col Padre. In Lui abita corporalmente la pienezza della divinità. Per questo conoscere Gesù vuol dire conoscere il volto di Dio. E quale volto di Dio ci mostra Cristo? Non un Dio lontano, freddo, impersonale, ma un Padre che ama, che cerca, che perdona, che chiama, che salva. Guardando Cristo, noi impariamo che il Padre non ci ama meno a causa della nostra miseria, ma ci ama nonostante la nostra miseria per tirarci fuori da essa. Per esempio, quando una persona cade sempre nello stesso peccato, può pensare: "Dio si è stancato di me"; invece deve tornare a confessarsi con umiltà, sapendo che il Signore la vuole rialzare. Oppure quando un genitore corregge un figlio, può ricordarsi che anche Dio corregge così: non per schiacciare, ma per educare e salvare. Infine Gesù dice una parola sorprendente: «Chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste» (Gv 14,12). Non significa che il discepolo diventa più grande del Maestro, ma che la potenza di Cristo risorto agirà nella Chiesa attraverso i suoi membri. Le opere più grandi sono i frutti della grazia che, dopo la Pasqua e la Pentecoste, si diffondono nel mondo: conversioni, sacramenti, anime salvate, carità eroica, santi che trasformano la storia. È una parola che ci responsabilizza. La fede non è qualcosa di privato, rinchiuso nel cuore. Chi crede davvero diventa strumento di Cristo. Un cristiano tiepido dice: io cerco di salvarmi. Un cristiano vivo dice: Signore, passa attraverso di me.  Ci sono malati che dal letto compiono opere più grandi di tanti uomini sani, perché offrono tutto a Dio con amore. Quando un cristiano vive unito a Cristo, la sua vita diventa feconda oltre ciò che vede. Allora questa pagina del Vangelo ci lascia una consegna molto chiara. Quando il cuore è turbato, non dobbiamo correre lontano da Cristo, ma più vicino a Lui. Quando non capiamo la strada, non dobbiamo inventarci una verità nostra, ma rimanere attaccati a Gesù, che è la via, la verità e la vita. Quando il mondo ci seduce con le sue promesse, dobbiamo ricordarci che la nostra patria è nella casa del Padre. E quando ci sentia

    13 min
  4. Omelia IV Domenica di Pasqua - Anno A (Gv 10,1-10)

    APR 21

    Omelia IV Domenica di Pasqua - Anno A (Gv 10,1-10)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8510 OMELIA IV DOMENICA PASQUA - ANNO A (Gv 10,1-10) di Don Stefano Bimbi   Questo Vangelo ci mette davanti a una delle immagini più consolanti e più forti di tutto il Vangelo: Gesù come pastore e come porta. Non sono semplici immagini poetiche. È una rivelazione precisa su chi è Cristo, e su come si entra davvero nella salvezza. Gesù comincia contrapponendo due figure: da una parte il pastore vero, dall'altra il ladro e il brigante. Non tutte le guide meritano di essere seguite. Ci sono alcuni che promettono felicità, autonomia, successo, piacere, affermazione di sé, e invece svuotano l'anima, dividono la famiglia, rovinano la coscienza, allontanano da Dio. Il ladro, dice Gesù, viene per rubare, uccidere e distruggere. Il demonio agisce così. Il mondo agisce così. E anche la tentazione, all'inizio, si presenta come una piccola scorciatoia, ma poi ruba la pace, fa perdere la Grazia di Dio e distrugge lentamente la persona. Quando Gesù parla di ladri e briganti, non si riferisce soltanto a nemici esterni in senso generico, ma anche a tutte quelle persone che nella vita concreta si presentano come guide e invece portano lontano da Lui. Sono cattivi maestri tutti coloro che parlano all'uomo senza condurlo alla verità di Cristo e alla comunione con la sua Chiesa. È ladro e brigante chi insegna ai giovani che la purezza è inutile, che la castità è impossibile, che l'importante è provare tutto e seguire l'istinto. È ladro e brigante chi dentro una scuola, un gruppo di amici, un ambiente di lavoro o perfino nella stessa famiglia, ridicolizza un ragazzo perché vuole vivere da cristiano sul serio, oppure insinua che per essere moderni bisogna prendere le distanze dalla Chiesa. O magari chi presenta il peccato come una forma di libertà e l'obbedienza a Dio come una schiavitù. Ci sono anche cattivi maestri più sottili, più eleganti, apparentemente rispettabili, che parlano con linguaggio colto e rassicurante, ma svuotano la fede dall'interno. Sono quelli che dicono che tutte le religioni si equivalgono, i dogmi sono sorpassati, il Vangelo deve adattarsi al mondo, l'inferno non esiste, il demonio è solo un simbolo, la convivenza, l'impurità, l'aborto, l'eutanasia o i rapporti contro natura in fondo non separano da Dio se uno "si sente a posto con la coscienza". Questi non aprono la porta che è Cristo: scavano un passaggio falso, una via larga, comoda, applaudita dal mondo, ma che non conduce alla salvezza. Anche gli influencer, i personaggi pubblici, i cantanti, gli opinionisti, i falsi esperti dell'anima, quando normalizzano il male, deridono la fede cattolica o insegnano a vivere come se Dio non esistesse, diventano concretamente ladri e briganti, perché rubano alle anime il senso del peccato, il desiderio della Grazia e la fiducia nella Chiesa. SE UNO ENTRA ATTRAVERSO DI ME, SARÀ SALVATO Per questo un cristiano non può essere ingenuo. Non basta chiedersi se una persona parla bene, è simpatica e convincente, se è seguita da molti. Bisogna chiedersi: questa voce mi porta più vicino a Cristo o più lontano? Mi fa amare di più la preghiera, i sacramenti, la purezza, l'umiltà, l'obbedienza alla verità cattolica oppure mi rende più mondano, confuso, orgoglioso, indulgente verso il peccato? Perché il criterio vero non è il successo di chi parla, ma la direzione in cui conduce. E chi non conduce a Cristo, anche se affascina, commuove e seduce, alla fine sta derubando l'anima. Gesù invece non ruba nulla, ma dona tutto. Non inganna, seduce e manipola. Egli entra dalla porta, cioè si presenta nella verità. E la cosa bellissima è che il Vangelo dice che chiama le sue pecore ciascuna per nome. Questo vuol dire che per Dio noi non siamo una folla indistinta. Gesù conosce personalmente ogni anima. Conosce le ferite, le paure, i peccati combattuti, le umiliazioni nascoste che non diciamo a nessuno.  Infatti la fede cristiana non è adesione a un'idea, ma rapporto vivo con una Persona. Noi non siamo salvati da una teoria morale o da una filosofia religiosa, ma dal Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per noi. Per questo Gesù non dice: "Vi mostro la porta", ma dice: "Io sono la porta". Non si entra nella salvezza scegliendo un proprio cammino spirituale arbitrario aggirando Cristo e inventandosi una religione comoda. Si entra attraverso Gesù, cioè attraverso la fede vera, i sacramenti, la conversione, l'obbedienza alla sua parola, la comunione con la sua Chiesa. Tutto questo va ribadito con chiarezza, perché oggi molti pensano che basti "essere buoni a modo proprio" oppure "credere in qualcosa" oppure "seguire il cuore". Ma il Vangelo non dice questo. Cristo è la porta e una porta, per sua natura, non è un dettaglio secondario: è il passaggio necessario. Se uno rifiuta la porta, resta fuori. Non perché Dio sia cattivo, ma perché la salvezza passa attraverso il suo Figlio. E quella porta è aperta per tutti. Ma bisogna voler entrare. ENTRERÀ E USCIRÀ E TROVERÀ PASCOLO Infatti la salvezza non consiste semplicemente nell'avere una vita più ordinata o più serena, ma consiste nell'essere strappati dal peccato e dal potere del demonio. E questa salvezza comincia già ora. Infatti Gesù aggiunge: "Entrerà e uscirà e troverà pascolo". Dove c'è Cristo, lì c'è il vero pascolo dell'uomo: la verità per l'intelligenza, la grazia per l'anima, la forza per combattere, il perdono per rialzarsi, il Pane eucaristico per nutrirsi. Ma noi riconosciamo davvero la voce del Pastore? Perché il problema della vita spirituale è tutto qui. Le pecore seguono il pastore perché conoscono la sua voce. Il cristiano maturo non è semplicemente uno che sa tante cose religiose. È uno che ha educato il cuore a distinguere la voce di Cristo dalle voci estranee. E questa capacità si forma con la preghiera, con il silenzio, con la confessione frequente, con la lettura del Vangelo, con l'ascolto docile dell'insegnamento della Chiesa. Nella vita quotidiana un ragazzo deve scegliere se vivere la purezza o lasciarsi trascinare da ciò che tutti fanno. Una madre o un padre devono scegliere se educare i figli secondo il Vangelo o secondo la mentalità del mondo. Un lavoratore deve decidere se essere onesto o fare il furbo. Un sacerdote deve capire se sta annunciando il Vangelo oppure se sta cercando il consenso e una vita tranquilla. In tutti questi casi ci sono due voci. Una promette vantaggio immediato, comodità, approvazione degli altri. L'altra magari chiede sacrificio, coerenza, rinuncia, fedeltà. Eppure la voce di Cristo, anche quando costa, porta pace; invece la voce estranea, anche quando lusinga, lascia inquietudine. Pensiamo, per esempio, a una persona che vive da tempo in una situazione di peccato e sente nel cuore l'invito a confessarsi bene, a tagliare con certe occasioni, a cambiare vita. Quella è la voce del Pastore. Ma subito arriva un'altra voce: "Esageri, non è così grave, più avanti ci penserai, tutti fanno così". Quella è la voce estranea. Oppure pensiamo a chi in famiglia dovrebbe fare il primo passo per chiedere scusa, ma l'orgoglio suggerisce: "Aspetta che sia l'altro". Cristo invece dice dentro: "Umiliati, perdona, ricomincia". Il Pastore conduce alla vita; l'orgoglio alla solitudine. Oppure pensiamo a un giovane che sente nascere in sé una vocazione, oppure sente il desiderio sincero di vivere più seriamente la fede, e si trova circondato da amici o familiari che lo prendono in giro e gli dicono che sta esagerando, che si sta rovinando la giovinezza. Anche lì si gioca il combattimento tra la voce del Pastore e quella degli estranei. IO SONO VENUTO PERCHÉ ABBIANO LA VITA E L'ABBIANO IN ABBONDANZA Gesù dice anche che il pastore cammina davanti alle pecore. Cristo infatti non ci manda dove Lui non sia già passato. Se ci chiede di portare la croce, è perché Lui l'ha portata per primo. Se ci chiede purezza, obbedienza, fedeltà, sacrificio, è perché Lui ha vissuto tutto questo in pienezza. Nessuno può dire: Dio non capisce la mia fatica.  E poi c'è l'ultima grande parola di questo brano: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza". Qui crolla una menzogna molto diffusa: l'idea che stare con Cristo significhi avere una vita più triste. Chi si allontana da Cristo non si gode la vita, la spreca. Chi si consegna al peccato non guadagna libertà, la perde. La vera abbondanza della vita non è fare tutto ciò che si vuole, ma ricevere tutto ciò per cui si è stati creati. E l'uomo è creato per Dio. Quando vive in grazia, anche nella prova, possiede una pienezza che il mondo non può dare.  E bisogna aggiungere un'ultima cosa molto importante. Per ascoltare davvero la voce di Cristo non basta dire in modo generico: io prego, leggo il Vangelo, e così sono a posto davanti a Dio. Certamente la preghiera e la meditazione della parola di Dio sono indispensabili, perché senza di esse il cuore si inaridisce e non impara più a riconoscere la voce del Pastore grande delle pecore. Ma ordinariamente il Signore, nella sua sapienza, non ci guida soltanto in modo interiore. Ci guida anche attraverso pastori concreti, visibili, reali, che Egli stesso ha posto nella sua Chiesa. Gesù continua a parlare e a guidare anche attraverso i sacerdoti a Lui fedeli, attraverso il parroco nella vita concreta della parrocchia, attraverso un padre spirituale che conosce l'anima, la accompagna, la corregge e la aiuta a discernere la volontà di Dio nelle scelte concrete. LE PECORE ASCOLTANO LA SUA VOCE Questo è molto importante soprattutto oggi, in un tempo in cui tanti vogliono un rapporto con Dio senza mediazioni, senza obbedienza a un padre spirituale o consultando il sacerdote solo per sentire un parere tra i tanti. Così però si rischia che sia sol

    14 min
  5. Omelia III Dom. di Pasqua - Anno A (Lc 24,13-35)

    APR 14

    Omelia III Dom. di Pasqua - Anno A (Lc 24,13-35)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8499 OMELIA III DOM. DI PASQUA - ANNO A (Lc 24,13-35) di Giacomo Biffi   Siamo alla sera del giorno in cui il Signore è risorto, press'a poco alla stessa ora che oggi ci vede qui radunati. Sulla strada che da Gerusalemme conduce a Emmaus avviene un incontro, semplice in apparenza e straordinario nella sua verità; un incontro che san Luca descrive in una pagina davvero ammirevole per la sapienza della costruzione letteraria, per il tono di calda umanità che la pervade, per la vivezza della fede che tutta la ispira: una fede che trova all'inizio difficoltà a irradiarsi ma che conquista a poco a poco i cuori. È una pagina ricca di luce, che domanderebbe una meditazione tranquilla e prolungata, mentre nel breve spazio di un'omelia ci è consentita soltanto qualche veloce annotazione. In cammino (Lc 24,13). I personaggi dell'episodio sono tutti viandanti. I due, che l'evangelista definisce «discepoli», avanzano sì materialmente sul loro percorso, ma l'amarezza che hanno in cuore impedisce ogni reale progresso dell'anima: discorrono e discutono, ma da soli non arrivano a nessuna conclusione rasserenante. Esteriormente hanno una mèta precisa, che è il villaggio dove sono diretti (Lc 24,28), ma di dentro sono del tutto disorientati e persi. Possiamo vedervi l'immagine eloquente dell'uomo che è pellegrino sulla terra, che trascorre fatalmente da un'età all'altra della vita senza potersi arrestare e senza diventare più saggio, all'oscuro di dove potranno portarlo mai i suoi passi stentati. Quella di indagare, di farsi infinite domande che rimangono senza risposta, di muoversi da un dubbio all'altro e da un'ipotesi all'altra, di lasciarsi incantare or dall' una or dall' altra delle varie dottrine che via via si affacciano e tramontano sulla ribalta della moda culturale, è un po' la sorte quasi inevitabile dei figli di Adamo e il peso quasi connaturale della loro esistenza: È questa - dice il Libro sacro - un'occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino (Qo 1,13). Questo uomo inquieto, sempre scontento di sé e delle vicende in cui si trova coinvolto, sempre frastornato da mille problemi irresolubili, ha bisogno - un bisogno estremo e assoluto, anche se spesso inconsapevole o addirittura negato - di qualcuno che gli dia delle certezze cui aggrappare il suo destino, delle risposte che nessuna critica possa scalzare, delle verità che costituiscano l'approdo del suo travaglio. Ebbene, questo qualcuno c'è, ed è il Signore risorto. Questo è il messaggio sostanziale della festa di Pasqua. Il brano evangelico ci notifica anche il fatto consolante e commovente che il Vincitore della morte è un Signore accondiscendente, capace di farsi pellegrino con noi e di accompagnarsi a noi sui sentieri polverosi della vita: Gesù in persona si accostò e camminava con loro (Lc 24,15). È un Signore che, per non abbagliarci, vela la sua gloria pasquale e si presenta con un'apparenza senza splendore. È un Signore che per toccarci il cuore sceglie il metodo paziente e lungo di dialogare con noi e di rischiararci a poco a poco con la sua luce. Speravamo (Lc 24,31). Speravano: dunque ormai questi uomini non sperano più. Sono delusi e non si attendono più niente dall'avventura di Gesù di Nazaret, che pure un tempo li aveva affascinati. Sembrano convinti - come molti nostri contemporanei - che ormai è cominciata l'epoca, per così dire, post-cristiana. Non si rendono conto che il Figlio di Dio crocifisso e risorto riempie di sé l'intera storia del mondo, è l'ultima e definitiva parola del Padre, è l'avvenimento finale nel quale tutte le vicissitudini delle creature si inverano e si concludono: Gesù Cristo e lo stesso ieri, oggi e sempre! (Eb 13,8). Come càpita a qualche acculturato dei nostri giorni, i due viaggiatori credevano di essere «post-cristiani» ed erano invece appena «pre-cristiani»: l'assimilazione all'evento pasquale, nel quale tutta la verità del Vangelo si compendia, era ancora davanti a loro; e ancora essi dovevano percepirlo per lasciarsene trasformare. I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16). Gesù era già accanto a loro, eppure essi non arrivavano ad avvedersene. Perché? Erano rimasti turbati e scandalizzati dalla scena spaventosa del Golgota, che probabilmente essi avevano seguito da lontano. La ragione oggettiva, per cui è difficile anche a noi accogliere il disegno di salvezza, è che esso è sì tutto teso a realizzare la felicità e la sublimazione dell'uomo, ma prevede come percorso obbligato il cammino della croce; e questo è insopportabile se non ci si arrende senza riserve alla volontà del Padre nostro che è nei cieli. È duro e ostico anche a noi ciò che era duro e ostico ai discepoli di Emmaus, e cioè l'accettare, con tutte le sue conseguenze per la nostra esistenza, che bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria (Lc 24,26).  Lo riconobbero (Lc 24,31). Quando i loro occhi sì aprono ed essi riconoscono il Signore risorto, nostra vita (cf. Col 3,4), giudice dei vivi e dei morti (At 10,43), cioè pietra di paragone e misura di ogni atto e di ogni creatura? Quando, invece di discorrere e di discutere (cf. Lc 24,15), si pongono docilmente alla scuola delle divine Scritture con la convinzione che tutte parlano di Cristo e della sua Pasqua. Accostarsi alla parola di Dio è indispensabile, ma ancora non basta: il momento proprio del riconoscimento, ci ha detto il Vangelo, è nello spezzare il pane (Lc 24,35). La lettura, lo studio, la meditazione della Bibbia costituiscono il mezzo privilegiato per farci diventare intelligenti ascoltatori del Signore risorto. Ma perché si possa veramente ed esistenzialmente incontrare il Salvatore è decisiva l'esperienza ecclesiale e l'umile partecipazione all'affetto e alla fattiva donazione a Cristo della sua Sposa. E poiché il mistero della Chiesa si risolve nel mistero dell'Eucaristia (che è, per così dire, la Chiesa in boccio) e il mistero dell'Eucaristia è già in sintesi tutto il mistero della Chiesa (che è l'Eucaristia sbocciata), si capisce perché la bella pagina evangelica, che ci è stata proposta, ci insegna che il Signore, protagonista dell'evento pasquale, deve essere conosciuto e riconosciuto primariamente ed essenzialmente «nella frazione del pane».

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  6. Omelia II Dom. Pasqua - Anno A (Gv 20,19-31)

    APR 8

    Omelia II Dom. Pasqua - Anno A (Gv 20,19-31)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8500 OMELIA II DOM. DI PASQUA - ANNO A (Gv 20,19-31) di Don Stefano Bimbi   La sera della Pasqua, il primo giorno dopo il sabato, i discepoli sono chiusi in casa per paura. Hanno seguito Gesù, hanno sperato in Lui, ma ora si ritrovano delusi e spaventati. Le porte sono serrate, ma il Vangelo ci fa capire che non sono solo le porte della casa a essere chiuse: sono chiusi anche i loro cuori. È lì che entra Gesù. Non bussa, non aspetta che lo lascino entrare: si pone in mezzo a loro e dice: "Pace a voi". Questa è la prima grande verità della fede cristiana: il Risorto viene proprio quando noi siamo bloccati, impauriti o confusi. Non aspetta che siamo pronti, ma ci raggiunge così come siamo. Quante volte anche noi viviamo con le "porte chiuse": paura del giudizio degli altri, paura del futuro, di perdere qualcosa, di non essere all'altezza. E allora ci chiudiamo nella nostra piccolezza e rimandiamo di prendere sul serio la vita cristiana. Ma Cristo non si ferma davanti a queste chiusure. Entra e porta la sua pace. Non una pace superficiale, ma quella che nasce dalla sua vittoria sulla morte. E subito mostra le mani e il fianco. Non nasconde le ferite, anzi le presenta. Gesù risorto non cancella le ferite, le trasfigura. Le ferite diventano il segno dell'amore. Anche nella nostra vita le ferite ci sono: delusioni, peccati, errori, sofferenze. Il mondo ci dice di nasconderle o di dimenticarle; Cristo invece le prende e le trasforma in luogo di incontro con Lui. Non devi aspettare di essere perfetto per incontrare Dio: devi presentargli proprio ciò che ti fa male. Qui ci viene in aiuto l'esempio di San Tommaso Apostolo che il Vangelo ci presenta nella sua incredulità. Tommaso non c'era quando Gesù si è mostrato agli apostoli. E quando gli altri gli raccontano, lui non crede. Vuole toccare per verificare. Anche noi possiamo dire: "Se vedessi, crederei di più". Ma in realtà il problema non è vedere, ma fidarsi. E Gesù, con una pazienza infinita, torna per lui. Gli offre proprio quello che chiedeva e lo invita ad andare oltre: "Non essere incredulo, ma credente". Tommaso non era un incredulo per cattiveria, ma un uomo ferito dalla delusione. Aveva sperato, ma quella speranza sembrava crollata. Per questo non riesce più a fidarsi. Eppure proprio lui, che aveva dubitato, quando incontra davvero il Risorto arriva alla professione di fede più alta di tutto il Vangelo: "Mio Signore e mio Dio!". Non dice solo "ti riconosco", ma "sei il mio Signore, il padrone della mia vita". La fede cristiana non è un'idea, è un rapporto personale. Non basta sapere che Dio esiste, anche il Diavolo sa che Dio esiste. Dobbiamo invece arrivare a dire: "Tu sei il mio Dio, il senso profondo della mia vita". Tommaso porterà poi il Vangelo fino in India, affrontando viaggi, pericoli e infine il martirio. È la dimostrazione concreta che chi incontra davvero Cristo, anche se è passato attraverso il dubbio, può arrivare ad avere una fede fortissima capace perfino di dare la propria vita per Gesù. Questo è importante per noi: i dubbi non sono la fine della fede, possono diventarne l'inizio, ma solo se spingono alla tappa successiva del cammino per arrivare a Cristo invece di chiuderci nel nostro mondo. San Gregorio Magno, commentando questo episodio, scrive: "L'incredulità di Tommaso ha giovato alla nostra fede più della fede degli altri discepoli". Il dubbio affrontato con sincerità non distrugge la fede, ma la rafforza. Tommaso è andato in fondo ai suoi dubbi ed ha riconosciuto Gesù grazie all'incontro con Lui e così ha aiutato anche noi a credere con più solidità. Ma noi, oggi, dove possiamo fare questa stessa esperienza di Tommaso davanti al corpo di Cristo risorto? La risposta è semplice: nell'Eucaristia. Pensiamo al miracolo eucaristico di Miracolo Eucaristico di Lanciano. Un sacerdote, proprio mentre celebrava la Messa, fu assalito dal dubbio: "Ma è davvero il Corpo di Cristo, oppure è solo un simbolo?". Nel momento della consacrazione, l'ostia si trasformò visibilmente in carne e il vino in sangue. Ancora oggi, dopo secoli, quelle reliquie sono conservate e studiate: carne di cuore umano e sangue vero. È come se il Signore avesse detto anche a quel sacerdote: "Vuoi vedere? Vuoi toccare? Ecco". È lo stesso gesto fatto con Tommaso. Ma attenzione: noi non dobbiamo aspettare il miracolo per credere. Il miracolo serve a ricordarci ciò che è sempre vero, anche quando non si vede. Ogni Messa è quel miracolo, anche se i nostri occhi vedono solo pane e vino. E allora qui la domanda diventa molto concreta: come vivo io la Messa? Entro distratto, guardo l'orologio, penso ad altro, oppure mi metto davanti all'Eucaristia con la stessa fede di Tommaso? Quando il sacerdote eleva l'ostia, nel silenzio, il cuore ciascuno di noi può dire: "Mio Signore e mio Dio". Non è una formula, è un atto di fede. È dire: "Tu sei qui davvero. Tu sei per me". E questo cambia tutto anche nella vita quotidiana. Se io credo davvero che Gesù è presente nell'Eucaristia, allora non posso vivere la Messa come una cosa secondaria, né posso accostarmi alla Comunione in modo superficiale. Mi preparo, mi confesso, arrivo in anticipo, faccio silenzio, faccio il ringraziamento alla mia panca alla fine della Messa. Perché sto incontrando una Persona viva. Poi Gesù conclude con una frase che riguarda direttamente noi: "Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto". Noi abbiamo la straordinaria possibilità di essere tra questi. Non abbiamo visto con gli occhi, ma siamo chiamati a riconoscere Cristo presente davvero nella nostra vita. La nostra fede si fonda sulla parola degli apostoli tramandata fedelmente dalla Chiesa, cosa può esserci di più sicuro e documentato? Infine Gesù compie un gesto solenne: soffia su di loro e dice "Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a quelli che non li rimetterete resteranno non rimessi". Qui c'è il fondamento del sacramento della Confessione che non è un'invenzione della Chiesa, ma un dono diretto del Risorto. Questo significa che la pace che Gesù porta non è solo un sentimento interiore, ma passa attraverso un atto concreto: il perdono dei peccati. Senza il perdono, non c'è vera pace. Se uno vive mesi, anni senza confessarsi, è inevitabile che dentro di sé si accumuli inquietudine, anche se magari esteriormente sembra tutto a posto. La Confessione non è un peso, è il luogo dove Cristo entra nelle nostre ferite e le guarisce. Allora questo Vangelo ci mette davanti a una domanda molto seria: dove sono io in questa scena? Sono tra i discepoli chiusi per paura? Sto lasciando entrare Cristo nella mia vita concreta o tengo ancora delle porte serrate? Mi accosto con regolarità al perdono dei peccati o rimando sempre? Vivo una fede personale, oppure mi accontento di qualcosa di superficiale? E soprattutto: posso dire davvero, con verità, "Mio Signore e mio Dio"? Non solo a parole, ma con le scelte quotidiane, con il modo di vivere, con le priorità che do alle cose? Perché la fede vera non è un'aggiunta alla vita, è ciò che la trasforma dall'interno. E quando Cristo entra davvero, la paura lascia spazio alla pace, il dubbio alla fiducia, la chiusura alla missione. E allora anche noi, come i discepoli, possiamo uscire da quelle porte chiuse e portare nel mondo una presenza diversa: non perfetta, ma abitata da Dio.

    9 min
  7. Omelia veglia di Pasqua - Anno A

    MAR 31

    Omelia veglia di Pasqua - Anno A

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8492 OMELIA VEGLIA PASQUALE - ANNO A di Giacomo Biffi   Notte beata, questa! «Notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l'uomo al suo Creatore!» (Preconio). Capire il mistero di questa solenne celebrazione notturna vuol dire capire il senso dell'universo, della storia, della nostra personale avventura sulla terra. L'universo ha un segreto, e questa veglia pasquale ce lo sta rivelando. Qual è il segreto dell'universo? Ad occhi che non sappiano mai oltrepassare la pura visibilità dei fenomeni, l'universo si presenta come una congerie casuale di realtà senza un significato e senza uno scopo. Nella luce della Pasqua noi scopriamo che invece l'universo ha un cuore: il suo cuore è un amore infinito, l'amore sorprendente di Dio che ha fatto irruzione e si è insediato nel nostro mondo con il sacrificio e la gloria dell'Unigenito del Padre, che questa liturgia oggi rievoca e ripresenta. Le creature di quaggiù e le stelle del cielo non sono dunque un'accozzaglia di cose mute e senza valore: sono diventate, per chi si lascia illuminare dalla luce che stanotte si è accesa, tutto un canto di lode all'Autore di tutto, da parte degli esseri riconsacrati nel sangue di Cristo. Anche la storia - l'insensata e dolente storia degli uomini, che coi suoi imprevedibili e irragionevoli accadimenti pare, a chi non si è ancora aperto all'annuncio della fede, il racconto senza nessi di un narratore schizofrenico - nella luce della Pasqua scioglie il suo enigma e confessa di avere un senso e un centro; un senso e un centro dal quale ogni fatto è giudicato, reso leggibile, collocato e avvalorato in un discorso saggio e coerente: il senso, il centro, l'esaltazione e la misura dell'intera vicenda umana è la risurrezione del Figlio di Dio crocifisso per noi, che qui è stata ancora una volta attualizzata e proclamata. Nella luce della Pasqua anche la nostra vita personale - che, considerata per se stessa, al di fuori della parola di Dio, è un'astrusità indecifrabile, una lunga fatica immotivata e senza compenso, un agitarsi senza traguardi - si accende di intelligibilità e di speranza, e si dischiude all'amore. Questo rito notturno perciò non ci elargisce una contentezza superficiale ed effimera o una consolazione episodica in mezzo alla giostra sempre ritornante delle nostre pene e delle nostre tristezze: questo rito rovescia ogni grigia prospettiva e annulla ogni esperienza amara, e ci dà la gioia sostanziale e definitiva di chi finalmente capisce quello che egli è, scopre di avere alla sua portata una ricchezza inalienabile, si accorge di essere stato raggiunto da una divina benevolenza che non lo abbandonerà più, anzi lo coinvolgerà per sempre in un gioco di felicità inebriante. Questa gioia sostanziale e definitiva nasce proprio da ciò che avviene in questa notte. Ma a ogni messa domenicale ritorna a riscaldarci l'anima e a ricordarci la bellezza del nostro destino. Anzi, ogni mattino, a ogni quotidiano risveglio, si deve risvegliare in noi anche questa gioia pasquale, nella sempre rinnovata consapevolezza di essere stati redenti da Cristo e di essere chiamati a partecipare integralmente un giorno della sua condizione di risorto. Cristo risuscitato dai morti non muore più: la morte non ha più potere su di lui (Rm 6,9). Se Cristo non muore più, non può più morire la nostra letizia, che è alimentata dalla sua Pasqua; non può più morire la nostra fiducia di essere in Cristo salvati dall'incubo della morte e della caduta nel niente che tutto vanifica; non può più morire la nostra certezza di essere stati liberati dallo strapotere del male, dall'avvilimento delle colpe commesse, dagli impedimenti degli egoismi nostri ed altrui. Allora comprendiamo nella sua verità la parola dell'angelo alle donne: Non abbiate paura, voi! (Mt 28.5). Voi che, anche nelle ore incerte e nebbiose, avete cercato Gesù, il crocifisso che è divenuto il Signore di tutto, e alla fine l'avete trovato; voi che in lui avete riposto ogni vostra speranza; voi che per mezzo del battesimo siete stati sepolti con lui per camminare con lui in una vita nuova (Rm 6,4); voi che siete chiamati a essere davanti a tutti i testimoni della sua risurrezione, voi, non abbiate paura! Senza dubbio, le difficoltà non sono finite, perché non è impresa da poco essere sul serio discepoli del Signore in un mondo che si fa sempre più ostile al Vangelo, sempre più assurdo, sempre più orgogliosamente disperato. Ma non dobbiamo temere: il Signore risorto sarà sempre con noi. Per lo spavento... le guardie tremarono tramortite (Mt 28.4). Ecco chi deve avere paura il giorno di Pasqua: coloro che montano la guardia e si danno da fare perché la tomba resti chiusa e il Signore Gesù stia relegato tra cadaveri eccellenti di cui è disseminata la corsa dei secoli; coloro che a ogni epoca credono di aver seppellito il cristianesimo sotto la pietra di ideologie opache e senza verità, e non si accorgono di avere invece seppellito sotto quella pietra soltanto la loro ragione mortificata e ogni plausibilità del loro esistere; coloro che, armati come sono di tutti i mezzi di sopraffazione culturale, ritengono di poter soffocare impunemente la verità e di impedirle di risonare liberamente alle orecchie di chi è ancora capace di ascoltarla. Ecco chi deve aver paura: coloro che, pur se non se lo confessano, sperimentano lo sgomento di chi si avvolge e si stordisce di bugie, e non ha altra previsione e altra attesa che quella di cadere alla fine nel nulla senza ritorno. A tutti costoro la risurrezione di Cristo ispiri una provvidenziale inquietudine, perché anch'essi si salvino e vivano. Il Signore Gesù è risorto per tutti, anche per quelli che ancora non l'hanno capito; è vicino a tutti, anche a quelli che si sforzano di stare lontani da lui; è il Salvatore di tutti, anche di quelli che, osteggiandolo nella sua Chiesa, fanno tutto il possibile per mettere a repentaglio la loro salvezza. A tutti, senza eccezioni, è rivolto l'augurio di Buona Pasqua, che è nella sostanza l'augurio di arrendersi all'unico Vincitore assoluto e vero: arrendersi al Vincitore del peccato, dell'irrazionalità e della morte, per lasciarsi totalmente conquistare da lui.

    8 min
  8. Omelia Venerdi Santo - Anno A (Gv 18,1-19,42)

    MAR 31

    Omelia Venerdi Santo - Anno A (Gv 18,1-19,42)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8491 OMELIA VENERDI SANTO - ANNO A (Gv 18,1-19,42) di Giacomo Biffi   Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12,32). Così Gesù aveva profeticamente anticipato l'efficacia cosmica della sua crocifissione e della sua gloria. In quel venerdì che stiamo rievocando - ora straordinaria e unica nella nostra storia di peccato e di dolore - comincia l'esaltazione redentrice del Figlio di Dio, e comincia dal trono insanguinato e tragico della croce. Mai c'è stato, nella vicenda umana, un punto migliore di osservazione della nostra miseria e della nostra pena, di quello in cui Gesù si trova adesso collocato, secondo il disegno del Padre, dall'odio inspiegabile dei suoi fratelli. Dall'alto del suo spaventoso e benedetto patibolo - strumento di morte piegato al servizio della vera vita - il suo sguardo di Messia e di Signore dell'universo raggiunge tutti i destinatari della sua azione di salvezza. Raggiunge anche noi che siamo radunati a farne memoria. Questa azione di salvezza - espressa dai patimenti accolti e dal sacrificio cruento liberamente offerto al Padre - trae tutto il suo vigore e il suo pregio dall'amore. Siamo stati redenti perché siamo stati amati. E per poterci toccare e trasformare con un affetto che arrivasse al cuore dei singoli - perché non c'è autentico amore se non c'è rapporto di persona a persona - il Salvatore ad uno ad uno ci ha conosciuti; dalla croce, nel momento di morire per me, il Signore mi ha visto: così può dire ciascuno di noi. I suoi occhi - forse materialmente annebbiati dalle lacrime, dai sudori, dagli spasimi dell'agonia - in quell'istante ricevevano soprannaturalmente una lucidità nuova, una potenza visiva senza confronti, sicché nessuna delle creature infelici e colpevoli da riscattare è sfuggita all'attenzione appassionata di colui che si donava per tutti. DALL'ALTO DELLA CROCE Dall'alto della croce Gesù vede il mare di crudeltà, di viltà, di stoltezza che da sempre ricopre la terra; ma sa che l'impeto della sua volontà di bene, provata fino al martirio, è più forte di ogni tracotanza del male. Egli non ha dubbi: come sacerdote della nuova e definitiva alleanza sta riconsacrando il mondo contaminato e sviato, che alla fine sarà ricondotto a servire e a cantare la gloria del suo Creatore. Perciò il Crocifisso si spegne con la coscienza di aver portato a buon fine l'impresa che gli era stata affidata: Tutto è compiuto (Gv 19,30), è l'ultima sua parola.  Dall'alto della croce Gesù vede anche la moltitudine di quelli che, lungo la secolare vicenda della Chiesa, si arrenderanno nella loro esistenza concreta al fascino della sua grazia, e anzi si voteranno senza riserve ad annunciare il suo Vangelo e ad ampliare tra gli uomini l'appartenenza al suo Regno. E questo è uno sguardo di infinita compiacenza, perché si posa sul frutto più saporoso della divina seminagione nel dolore: il morente ne è consolato e, pur tra le sue sofferenze, presenta silenziosamente al Padre l'omaggio della sua gratitudine. Chiediamo, nella commozione penosa di questo venerdì santo, di aver parte tra coloro che sono totalmente di Cristo e di poter entrare con generosità sempre più grande, come attivi e consapevoli collaboratori, nell'opera di illuminazione e di santificazione degli uomini, promossa e compiuta dal Figlio di Dio In questa schiera, cooperatrice primaria ed eccezionale, c'è Maria, la «figlia di Sion», che sul Calvario «vivamente partecipò al dolore del Figlio unigenito e con animo materno si associò al suo sacrificio, amorosamente consenziente alla vittima da lei generata» (Lumen gentium 58). E oggi continua in questa singolare missione, poiché «si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siamo condotti nella patria» (ib. 65). LA VERGINE ADDOLORATA In una celebrazione come questa, è bello che abbiamo a fermarci un po' sulla figura della Vergine addolorata, per farci aiutare da lei a capire e ad assimilare il mistero della passione che ci ha rinnovati. «Davanti alla croce stava in piedi la madre, e rimaneva intrepida mentre fuggivano gli uomini... Con occhi pietosi osservava le ferite del figlio, per il quale sapeva che a tutti sarebbe stata assicurata la redenzione» (sant' Ambrogio, De institutione virginis 49). Ma non soffriva meno per questo: soffriva come e più di qualunque altra madre chiamata a vivere un'esperienza così lancinante. «Nel dolore di una madre vi è qualcosa di ineffabile, di irrimediabile, di inconsolabile, di eterno: è uno strazio che non si placa, e una piaga che non si rimargina. Sembra che nel cuore di una mamma vi sia qualche fibra del cuore e delle viscere di Dio, della sua tenerezza e della sua misericordia infinita, per quelli che egli ha creati e ama» (card. Giovanni Colombo). Questa pena propria delle madri è stata interamente assaporata anche da lei, dalla Vergine Madre di Dio; ma in lei era una pena trasfigurata dall'intima consapevolezza di contribuire così alla salvezza del mondo, e intimamente sublimata dalla stessa potenza d'amore che faceva del Crocifisso del Golgota il Redentore dell'universo. Dio ha tanto amato il mondo - sta scritto - da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16). A questo amore del Padre Maria ha unito il suo, di creatura obbediente, elevata a un compito altissimo e singolare. Anche lei ci ha tanto amato da regalarci il suo Gesù, il suo solo amore, nel travaglio maternamente condiviso della passione redentrice. Non dimenticare i dolori di tua madre (Sir 7,29), ci ammonisce la Sacra Scrittura. Insieme col sacrificio del Nuovo Adamo, che ci ha riaperto immolandosi la via all'albero della vita (cf. Gn 3,24), ricordiamoci oggi anche di questa sua angoscia di donna, che a questo modo nella pena è diventata la madre dei nuovi viventi (cf. Gn 3,20).

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Commento teologico-pratico al vangelo della domenica (e delle feste liturgiche più importanti dell'anno)