Storia di un pezzo di vetro di Guido Cremonese tempo di lettura: 30 minuti Il vecchio professore, circondato dai suoi assistenti e dalla studentesca, nel gabinetto di anatomia patologica, tenendo in mano un pezzetto di vetro, una scheggia, concluse la sua dissertazione con queste parole: — A che cosa è mai attaccata la vita umana! Poi, volto ad un assistente, gli chiese: — Hai scritto il cartellino? — Eccolo – rispose il giovane, porgendogli un pezzo di cartoncino su cui era scritta la storia che univa quel pezzo di vetro al gabinetto dell’illustre professore. Lo scienziato collocò ogni cosa in una scansìa a metà piena; poi, seguìto dai suoi giovani amici, uscì da quella stanza. Non appena vide il terreno sgombro da persone pericolose, il pezzo di vetro si guardò intorno, e per prima cosa volse un’occhiata tra ironica e indagatrice ai suoi due vicini. L’uno era un bel pezzo di colesterina, un grosso calcolo epatico; l’altro, un calcolo renale misto di urati e fosfati. Sul piano superiore della scansìa, senza che egli potesse vederlo, un grosso cancro dello stomaco, ubbriaco fradicio dell’alcool in cui era immerso, osservava ogni cosa con apatico senso di superiorità morale. A dire il vero, il gabinetto non fu troppo entusiasta nel ricevere il nuovo venuto. Un pezzo di vetro: che mai poteva aver che fare, in così nobile consesso di rappresentanti della patologia, un miserabile pezzo di vetro? Due grosse gambe, per quanto colpite da elefantiasi, minacciavano di prendere a calci il nuovo venuto: un teschio (che da un’apertura lasciava vedere un grosso tumore aderente all’osso) digrignava i denti; mentre un certo numero di intestini, poi, borbottavano delle minacce mal compresse… Ma il piccolo pezzo di vetro sorrideva, guardava tutti con occhio scintillante, e non aspettava che un’occasione per esplodere. E questa occasione gliela diede un calcolo biliare suo vicino che lo apostrofò così: — Che cosa vieni a far qui, tu, miserabile campione di quel regno minerale, inorganico per giunta, che rappresenta un gradino della creazione, l’infimo gradino, sul quale noi tutti siamo passati da migliaia di secoli? Il vetro gli rispose con molta dignità: — Anzitutto voi mi dovete rispetto, perchè io sono un vostro antenato di stirpe nobile, di carattere incorruttibile, di un’anzianità incommensurabile, poichè io esisto ab eterno. — Anche noi! Anche le nostre molecole esistono ab eterno! – urlarono gli altri ad una voce. — Le vostre molecole: non voi. Inoltre io ho una storia nobilissima che voi neppure immaginate. Tu, giovane calcolo biliare, sei nato e vissuto in un corpo infermo; e malgrado la tua bella apparenza, sei sempre stato in contatto con sostanze… che non voglio nominare. Altrettanto dirò di voi, superbi intestini, che a null’altro siete mai stati buoni che a digerire e a digerir male. Il pezzo di vetro aveva intenzione di mettere alla gogna tutti i suoi nuovi compagni; ma questi l’interruppero ad una voce: — La storia! Vogliamo saper la storia! Il vetro si raccolse un momento; poi, con voce tintinnante, incominciò a narrare. * * * — La mia origine è interessante per gli scienziati, che invano la vanno cercando con le loro induzioni; ma voi che non siete scienziati e non comprendete i problemi sull’origine della materia, troverete più interessanti le mie avventure fra gli uomini. Vi basti sapere che, un tempo, il mondo era tutto un fuoco: un fuoco tanto caldo, che i metalli vi si trovavano allo stato di vapore. Allora non esistevano distinzioni: c’era vita per tutti, e tutti vivevano in una specie di anarchia, liberi da leggi e da legami. Ma venne il brutto momento in cui alcuni di noi incominciarono a raffreddarsi; e, come sempre accade nelle rivoluzioni, si formarono dei gruppi, delle masse selezionate; gli elementi affini si riunirono, e sorsero le prime associazioni di lotta per l’esistenza, le più antiche che rammenti la storia. Le reazioni… chimiche, s’intende, erano continue: molti di noi passarono dalla vita ad uno stato di letargo, che il freddo rendeva simile alla morte; e gli elementi più facinorosi – gli alcali e gli acidi – venivano sempre a conflitto, gettando l’anarchia, seminando le esplosioni, pescando nel torbido, per impadronirsi degli elementi più deboli ed assimilarseli. Il governo provvisorio, costituito da due gas, pensò a metter fine alle guerre civili, soffocando ogni cosa… nell’acqua. L’ossigeno e l’idrogeno, dico, per misura di ordine pubblico, fecero un diluvio: i più si raffreddarono al punto da potersi dire per sempre soggiogati: e quei pochi che ancora lanciavano qualche bomba, erano ormai così ridotti di numero che nessuno si curò più di loro. In questo modo la grande massa della nostra società primitiva, vinta e domata, divenne ben presto, come accade dopo le lotte violente, vittima di pochi audaci. Incominciarono a sorgere i parassiti, i primi composti organici, che, con la scusa del progresso, vivevano a nostre spese. Poi, giustizia volle che altri parassiti facessero altrettanto dei primi. Così vennero al mondo le prime cellule vegetali, che mangiavano i composti organici (come gli amidi, i cianuri, ecc.); poi vennero le prime cellule animali che, con la solita scusa del progresso, mangiavano le vegetali… e così, di lotta in lotta, sempre mangiando i proprii inferiori in gerarchia, siamo giunti allo stato attuale. Adesso, è vero, ci prendiamo la rivincita, perchè, con sempre maggior frequenza, diamo l’assalto all’uomo ed a preferenza all’uomo ricco. Ne siete prova voi, o cancri di tutte le specie, che vi mostrate più spietati con le persone più egoiste e meglio nutrite, stabilendo così un principio di giustissima rappresaglia contro questa gente che, non contenta di mangiare i proprii inferiori, mangia spesso, sotto forme velate, i proprii simili. Di tali birbonate, ai miei tempi, non se ne facevano. Il ferro era amico del ferro: e se poi si adattò a battere l’oro, lo fece per punirlo della sua ignavia e della sua corruzione. E non è vero che fra noi, servi della gleba, non esista progresso. L’oro, che era un vanerello, è diventato amico della scienza e rende buoni servigi alla fotografia; l’argento è utile in fotografia, in medicina, in tante altre cose… Noi del vetro facciamo delle buone lenti… Il piombo, quel vile traditore, è uno dei pochi che commetta tanti soprusi contro la buona gente, ammazzando, ferendo, avvelenando… e ingannando la gente quando si presta a tingere i capelli. Il birbante! È per questo che mi sono disgustato del mondo; che mi son dato alla rivoluzione, all’anarchia, e con tanti miei fratelli ho giurato la strage. È per questo che ora sono qui, condannato alla reclusione, per avere avute delle nobili idee di rivendicazione. Ma questo lo dirò dopo, alla fine della mia storia. * * * Quando l’idrogeno e l’ossigeno, accordatisi insieme, decisero di metter pace fra i turbolenti con quel po’ po’ di diluvio, io me ne andai a villeggiare su una montagna che, poco tempo dopo, emerse dalle acque. Presi posto, insieme ad altri amici, in un fianco del monte; e ci riunimmo, per difenderci, formando una bella massa di silice. Se l’anarchia avesse durato ed io fossi stato ambizioso, avrei potuto unirmi con qualche altro elemento e formare un bel cristallo di rocca; ma i tempi tristi mi insegnarono che la modestia è un elemento di tranquillità. Rimasi in villeggiatura per un tempo straordinariamente lungo: e, per mio conto, non mi sarei mosso. Ma i soliti anarchici provocarono, un giorno, un’eruzione nel monte e lo fecero saltare con un’esplosione. Le solite violenze dei sovversivi! Io ruzzolai in una pianura dove feci la conoscenza dell’uomo. Questo accadde varie migliaja di anni fa. Non so dirvi quanto tempo rimasi inerte in quella pianura, trasportato ora dalle pioggie, ora dai torrenti. Il destino, che mi ha fatto nascere in Italia, mi ha sempre ricondotto qui, malgrado le infinite mie peregrinazioni. Un giorno, adunque, mentre mi scaldavo mollemente al sole, un uomo passò, mi vide, mi raccolse, mi portò in una spelonca. Ero un bel pezzo di silice forte e compatta: potevo essere utilizzato. Infatti egli, con mia somma rabbia, e malgrado la resistenza che gli opposi, mi trasformò in una ascia, senza curarsi del male che mi faceva sfregandomi contro una pietra più dura di me e che con me si mostrò così poco solidale da usurarmi i fianchi. (Come se fossimo uomini l’uno e l’altra!). A dire il vero, io ho sempre avuto dei principii progressisti: ragion per cui quel buon uomo non potè fare a lungo uso di me. Ai primi atti di ferocia che voleva commettere per mio mezzo mi ribellai; ed un giorno, mentre egli voleva uccidere un suo simile, io preferii spezzarmi anzichè dar mano ad una simile infamia. E fu mercè questa precauzione, per quanto dolorosa, che le mie due parti rimasero lì, per terra, per un tempo lunghissimo. Contemplavo melanconicamente la marina che mi stava dinanzi; ammiravo le meraviglie naturali di quella terra primitiva (ben diversa dall’attuale), ma non riuscivo a cacciar via da me la noja che mi proveniva per l’isolamento dai miei simili. Certamente dovettero passare molti anni, prima che io fossi tolto di là: perchè i primi uomini che rividi non erano più armati di pietra, come una volta, ma avevano utensili ed armi di rame. Era un giorno di tempesta furiosa: tutto, intorno a me, era schianto, rabbia di vento, folgori, pioggia. Dalla marina giungeva lo scrosciar delle onde contro gli scogli; ed ogni tanto la raffica mi portava uno spruzzo di acqua salata. In quel terribile cozzar di elementi, una nave lottava contro la morte; ed io la vedevo apparire e sparire dietro le onde, prossima ad infrangersi, malgrado l’eroismo dei suoi marinai. Ma il mio ed il loro destino vollero che essi giungessero a salvamento in un piccolo porto n