Papale papale

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Rileggere il magistero dei Pontefici a partire da Pio XII. È il podcast “Papale papale”, a cura di Amedeo Lomonaco, Fabio Colagrande e Benedetta Capelli con la collaborazione dell'Archivio Editoriale Multimediale - Radio Vaticana. La copertina è stata realizzata da Mauro Pallotta, in arte "Maupal". On line anche su Spotify e ogni giorno in onda sulle frequenze della Radio Vaticana. - Podcast - Radio Vaticana - Vatican News

  1. 12/25/2024

    Ep. 367 - Papale papale - "Incarnazione"

    Giovanni XXIII, Messaggio Urbi et Orbi 25 dicembre 1960 Il mistero della Messa è in qualche modo una rinnovazione del mistero di Betlemme, oltre che della Croce. Verbo Divino, apparve uomo e Salvatore da quando la Madre sua benedetta, adombrata dallo Spirito Santo, lo generò secondo l'annunzio angelico; ed apparendo oggi sotto le sacre specie su tutti gli altari del mondo, vero Dio e vero uomo, misticamente rinnova il prodigio come di una continuata Incarnazione, che sino alla fine dei tempi egli ci dona, cosicché fu chiamato « l'Emmanuele » Dio con noi. Giovanni Paolo II, discorso al sacro collegio dei cardinali 22 dicembre 1980 Non si tratta di una commemorazione, sia pur pia e incantevole; non si tratta della rievocazione di un mito. Dopo 2000 anni di cristianesimo, e quasi alla soglia del terzo millennio della nostra era, la Chiesa ricorda al mondo, fermamente e gioiosamente, che questa elevazione non è solo un enunciato teorico, ma continua, è in atto, è in mezzo a noi. La liturgia ci ripresenta nella realtà misteriosa del rito l’evento che ci accingiamo a rivivere; e la Chiesa prolunga nel tempo e nella storia l’opera di Cristo, ne attualizza la incarnazione nelle diverse contingenze storiche del “kairós” che essa è chiamata a vivere, insieme con l’umanità, insieme con i popoli di tutto il mondo Benedetto XVI, udienza generale 5 gennaio 2011 Lo stesso presepio, quale immagine dell’incarnazione del Verbo, alla luce del racconto evangelico, allude già alla Pasqua ed è interessante vedere come in alcune icone della Natività nella tradizione orientale, Gesù Bambino venga rappresentato avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia che ha la forma di un sepolcro; un’allusione al momento in cui Egli verrà deposto dalla croce, avvolto in un lenzuolo e messo in un sepolcro scavato nella roccia (cfr Lc 2,7; 23,53). Incarnazione e Pasqua non stanno una accanto all’altra, ma sono i due punti chiave inseparabili dell’unica fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio Incarnato e Redentore. Croce e Risurrezione presuppongono l’Incarnazione.  Solo perché veramente il Figlio, e in Lui Dio stesso, “è disceso” e “si è fatto carne”, morte e risurrezione di Gesù sono eventi che risultano a noi contemporanei e ci riguardano, ci strappano dalla morte e ci aprono ad un futuro in cui questa “carne”, l’esistenza terrena e transitoria, entrerà nell’eternità di Dio.  Francesco, Angelus 22 agosto 2021 E l’incarnazione di Dio è ciò che suscita scandalo e che rappresenta per quella gente – ma spesso anche per noi – un ostacolo. Infatti, Gesù afferma che il vero pane della salvezza, che trasmette la vita eterna, è la sua stessa carne; che per entrare in comunione con Dio, prima di osservare delle leggi o soddisfare dei precetti religiosi, occorre vivere una relazione reale e concreta con Lui. Perché la salvezza è venuta da Lui, nella sua incarnazione. Questo significa che non bisogna inseguire Dio in sogni e immagini di grandezza e di potenza, ma bisogna riconoscerlo nell’umanità di Gesù e, di conseguenza, in quella dei fratelli e delle sorelle che incontriamo sulla strada della vita. Dio si è fatto carne. E quando noi diciamo questo, nel Credo, il giorno del Natale, il giorno dell’annunciazione, ci inginocchiamo per adorare questo mistero dell’incarnazione. Dio si è fatto carne e sangue.

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  2. 12/24/2024

    Ep. 366 - Papale papale - "Giubileo"

    Francesco, Santa Messa nella solennità dei Santi apostoli Pietro e Paolo 29 giugno 2024 Il Giubileo sarà un tempo di grazia nel quale apriremo la Porta Santa, perché tutti possano varcare la soglia di quel santuario vivente che è Gesù e, in Lui, vivere l’esperienza dell’amore di Dio che rinvigorisce la speranza e rinnova la gioia. E anche nella storia di Pietro e di Paolo ci sono delle porte che si aprono. (...) È Dio che apre le porte, è Lui che libera e spiana la strada. A Pietro (...) Gesù aveva affidato le chiavi del Regno; ma egli fa esperienza che, ad aprire le porte, è per primo il Signore, Lui sempre ci precede. Ed è curioso un fatto: le porte del carcere si sono aperte per la forza del Signore, ma Pietro poi farà fatica ad entrare nella casa della comunità cristiana: colei che va alla porta, pensa che sia un fantasma e non gli apre (cfr At 12,12-17). Quante volte le comunità non imparano questa saggezza di aprire le porte! Benedetto XVI, visita alla Basilica di San Paolo fuori le mura 25 aprile 2005 All’inizio del terzo millennio, la Chiesa sente con rinnovata vivezza che il mandato missionario di Cristo è più che mai attuale. Il Grande Giubileo del Duemila l’ha condotta a “ripartire da Cristo”, contemplato nella preghiera, perché la luce della sua verità sia irradiata a tutti gli uomini, anzitutto con la testimonianza della santità. Mi è caro qui ricordare il motto che san Benedetto pose nella sua Regola, esortando i suoi monaci a “nulla assolutamente anteporre all’amore di Cristo” (cap. 4). In effetti, la vocazione sulla via di Damasco portò Paolo proprio a questo: a fare di Cristo il centro della sua vita, lasciando tutto per la sublimità della conoscenza di lui e del suo mistero d’amore, ed impegnandosi poi ad annunciarlo a tutti, specialmente ai pagani, “a gloria del suo nome” (Rm 1,5). Giovanni Paolo II, saluto ai fedeli prima della Messa per il Giubileo delle famiglie 25 marzo 1984 “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te!”. Le parole rivolte dall’angelo Gabriele alla Vergine santa nel giorno dell’Annunciazione mi salgono spontaneamente alle labbra all’inizio di questa liturgia, nella quale ci è data la gioia di avere con noi l’immagine venerata della Madonna di Fatima. A lei va il primo pensiero dell’anima, a lei il primo, grato sentimento del cuore. (...) Il mio saluto si rivolge, altresì, con intenso affetto ai pellegrini convenuti nello scenario maestoso di piazza San Pietro per celebrare il Giubileo delle famiglie. La presenza dell’immagine di Maria, sposa e madre, conferisce a questa celebrazione un tono particolarmente caldo, crea un’atmosfera familiare. Sotto il suo sguardo materno ci sentiamo davvero tutti come “in famiglia”. Paolo VI, Angelus 14 dicembre 1975 Noi vorremmo (...) ora invitare a non perdere la felice opportunità di varcare le soglie della casa di Dio, cioè d'entrare nell'ambito della bontà divina, quale la fede ci offre e la Chiesa ci predica. «Compelle intrare», forzali ad entrare, dice una parola del Vangelo (Luc. 14, 23). È la pressione della salvezza; è l'urgenza della carità, che ci spinge a questo insistente invito, rivolto specialmente ai lontani, agli apatici, ai dubbiosi: «fate il Giubileo»! Voi, Romani, specialmente! Molti vengono dall'oriente e dall'occidente, e voi, figli del regno, volete rimanere fuori dal vostro preferenziale destino d'essere qui, a Roma, di Roma? Pensate: nulla è più discordante dallo spirito romano, che l'incomprensione della sua universale e trascendente, eterna vocazione! E poi: ciò che forse fa ostacolo dentro di voi a compiere questo profondo atto di religione è proprio ciò che più logicamente lo reclama! E infine: è così facile, così liberatore, così serio questo atto religioso del Giubileo che non dovreste avere timore a compierlo semplicemente, cordialmente! Qualcuno che vi guida e vi accompagna certo lo potete trovare!

    10 min
  3. 12/23/2024

    Ep. 365 - Papale papale - "Consolazione"

    Francesco, udienza generale 23 novembre 2022 Che cos’è la consolazione spirituale? È un’esperienza di gioia interiore, che consente di vedere la presenza di Dio in tutte le cose; essa rafforza la fede e la speranza, e anche la capacità di fare il bene. La persona che vive la consolazione non si arrende di fronte alle difficoltà, perché sperimenta una pace più forte della prova. Si tratta dunque di un grande dono per la vita spirituale e per la vita nel suo insieme. E vivere questa gioia interiore. La consolazione è un movimento intimo, che tocca il profondo di noi stessi. Non è appariscente ma è soave, delicata, come una goccia d’acqua su una spugna (cfr S. Ignazio di L., Esercizi spirituali, 335): la persona si sente avvolta dalla presenza di Dio, in una maniera sempre rispettosa della propria libertà. Non è mai qualcosa di stonato che cerca di forzare la nostra volontà, non è neppure un’euforia passeggera: al contrario, come abbiamo visto, anche il dolore – ad esempio per i propri peccati – può diventare motivo di consolazione. Benedetto XVI, udienza generale 30 maggio 2012 L’invito è a vivere ogni situazione uniti a Cristo, che carica su di sé tutta la sofferenza e il peccato del mondo per portare luce, speranza, redenzione. E così Gesù ci rende capaci di consolare a nostra volta quelli che si trovano in ogni genere di afflizione. La profonda unione con Cristo nella preghiera, la fiducia nella sua presenza, conducono alla disponibilità a condividere le sofferenze e le afflizioni dei fratelli. Scrive Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema?» (2Cor 11,29). Questa condivisione non nasce da una semplice benevolenza, né solo dalla generosità umana o dallo spirito di altruismo, bensì scaturisce dalla consolazione del Signore, dal sostegno incrollabile della «straordinaria potenza che viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7). Cari fratelli e sorelle, la nostra vita e il nostro cammino sono segnati spesso da difficoltà, da incomprensioni, da sofferenze. Tutti lo sappiamo. Nel rapporto fedele con il Signore, nella preghiera costante, quotidiana, possiamo anche noi, concretamente, sentire la consolazione che viene da Dio.  Pio XII, radiomessaggio ai popoli 24 dicembre 1943 Un cristiano, che si alimenta e vive della fede in Cristo, nella certezza che Egli solo è la via, la verità e la vita, reca la sua parte delle sofferenze e dei disagi del mondo al presepio del Figlio di Dio, e trova dinanzi al neogenito Bambino una consolazione e un sostegno ignoto al mondo, che gli dà animo e forza a resistere e mantenersi imperterrito, senza accasciarsi o venir meno in mezzo alle prove più tormentose e gravi. È triste e doloroso, diletti figli, il pensare che innumerevoli uomini, pur sentendo, nella ricerca di una felicita che li appaghi in questa vita, l'amarezza di fallaci illusioni e penose delusioni, si siano preclusi la via ad ogni speranza, e lontani come vivono dalla fede cristiana, non sappiano rintracciare il cammino verso il presepio e verso quella consolazione, che fa sovrabbondare di gaudio gli eroi della fede in ogni loro tribolazione. Paolo VI, Angelus 13 febbraio 1966 Noi penseremo ancora alla fame del mondo, e pregheremo per quelli che soffrono la fame, e per quelli che si mostrano sensibili e benefici verso questa calamità. Specialmente, sì, per coloro che hanno risposto all’appello dei grandi Promotori di soccorso e al Nostro. Questa rispondenza è una delle cose più belle che avvengono intorno a noi e nel nostro tempo; dobbiamo goderne, per l’onore dell’umanità e per il conforto alla nostra fede cristiana, che ha l’intelligenza più viva e più attiva dei bisogni altrui. È questa una grande consolazione per Noi. I fanciulli Ci hanno ascoltato e Ci scrivono. Ascoltate questa letterina; è come un fiore che lasciamo cadere dalla Nostra finestra domenicale: «Caro Santo Padre, il papà ci ha detto della povera situazione degli indiani e che Tu hai spiegato che non si può essere buoni cristiani se non si aiutano i nostri fratelli poveri. Allora abbiamo deciso e abbiamo combinato che noi bambini Ti mandiamo i nostri salvadanai e il papà e la mamma faranno come se invece di tre bambini ne avessero quattro. Vogliamo anche dirTi che noi preghiamo sempre per Te e per i poveri. Ti mandiamo un bacio. Emilio e Lucia».

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  4. 12/22/2024

    Ep. 364 - Papale papale - "Oriente"

    Giovanni XXIII, radiomessaggio Urbi et Orbi 21 aprile 1962 Questa santa notte di vigilia rinnova, ancora una volta, a beneficio e a letizia delle anime, i riti liturgici secondo le più antiche tradizioni dell'Oriente e dell'Occidente. Da tempo Noi conoscevamo la poesia di questa vigilia pasquale. Nei primi, ornai lontani, dieci anni del Nostro ministero di rappresentante Pontificio nei paesi Balcanici, e precisamente in Bulgaria, regione così ricca di antichissime memorie religiose, e il cui ricordo è sempre commozione del Nostro cuore per le tante e amabili persone che vi abbiamo incontrate e che ancor rammentiamo, la Nostra dimora era così vicina alla chiesa principale di Sofia da poter seguire a breve distanza lo staccarsi dal tempio della prima fiamma dell'annuncio della Risurrezione e seguirla poi nel suo corso notturno svegliante chiarori ed esultanze nei punti principali del suo rapido tragitto, a Pleven, a Sumens, a Varna, salutata dappertutto dal Kristos vos-Kreche — Na Istina vos-Krese — Christus resurreait, che faceva sussultare le pendici del gran Balcano. Paolo VI, Angelus 16 luglio 1967 Vada quest'oggi il Nostro ricordo all’Oriente, all’Oriente cristiano dapprima, al quale, com’è noto, Ci proponiamo, se Dio Ce lo concede, di fare prossimamente una visita: di culto a quei luoghi sacri per le molte memorie tanto legati alla storia della Chiesa, di onore alle Autorità civili e religiose, e fra queste principalmente al Patriarca Atenagora, di speranza per il ristabilimento graduale della piena comunione di fede e di carità con quelle Chiese tuttora da noi divise. Poi il pensiero va alle Nazioni dell’Oriente vicino e lontano, dove ancora i contrasti ed i conflitti sono così tesi, così gravi e così pericolosi per la pace di quei Popoli, e, si può dire, di tutto il mondo. L’Oriente, simbolo per noi della Luce divina che sorge sul mondo, abbia i nostri voti e le nostre preghiere. Benedetto XVI, visita alla Congregazione per le Chiese orientali 9 giugno 2007 La Chiesa universale trova nel patrimonio delle origini la capacità di parlare anche all’uomo contemporaneo in modo unanime e convincente: “Le parole dell’Occidente hanno bisogno delle parole dell’Oriente perché la Parola di Dio manifesti sempre meglio le sue insondabili ricchezze” (Orientale lumen, 28). E’ il Concilio Ecumenico Vaticano II a desiderare che le Chiese Orientali “fioriscano e assolvano con rinnovato vigore apostolico la missione loro affidata […] di promuovere l’unità di tutti i cristiani, specialmente orientali, secondo il decreto sull’ecumenismo […], in primo luogo con la preghiera, l’esempio della vita, la scrupolosa fedeltà alle antiche tradizioni orientali, la mutua e più profonda conoscenza, la collaborazione e la fraterna stima delle cose e degli animi”. Francesco, incontro con i Patriarchi delle Chiese orientali 21 novembre 2013 Il nostro radunarci mi offre l’occasione di rinnovare la grande stima per il patrimonio spirituale dell’Oriente cristiano, e richiamo quanto l’amato Benedetto XVI afferma circa la figura del Capo di una Chiesa nell’Esortazione post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente: voi siete – cito – «i custodi vigilanti della comunione e i servitori dell’unità ecclesiale» (n. 40). Tale unità, che siete chiamati a realizzare nelle vostre Chiese, rispondendo al dono dello Spirito, trova naturale e piena espressione nell’ «unione indefettibile con il Vescovo di Roma» (ibid.), radicata nella ecclesiastica communio, che avete ricevuto all’indomani della vostra elezione. Essere inseriti nella comunione dell’intero Corpo di Cristo ci rende consapevoli del dovere di rafforzare l’unione e la solidarietà in seno ai vari Sinodi patriarcali, «privilegiando sempre la concertazione su questioni di grande importanza per la Chiesa in vista di un’azione collegiale e unitaria» (ibid.). Perché la nostra testimonianza sia credibile, siamo chiamati a ricercare sempre «la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza».

    9 min
  5. 12/21/2024

    Ep. 363- Papale papale - "Occidente"

    Benedetto XVI, udienza generale 5 marzo 2008 Leone era originario della Tuscia. Divenne diacono della Chiesa di Roma intorno all’anno 430, e col tempo acquistò in essa una posizione di grande rilievo. Questo ruolo di spicco indusse nel 440 Galla Placidia, che in quel momento reggeva l’Impero d’Occidente, a inviarlo in Gallia per sanare una difficile situazione. (...) Quelli in cui visse Papa Leone erano tempi molto difficili: il ripetersi delle invasioni barbariche, il progressivo indebolirsi in Occidente dell’autorità imperiale e una lunga crisi sociale avevano imposto al Vescovo di Roma – come sarebbe accaduto con evidenza ancora maggiore un secolo e mezzo più tardi, durante il pontificato di Gregorio Magno – di assumere un ruolo rilevante anche nelle vicende civili e politiche. Ciò non mancò, ovviamente, di accrescere l’importanza e il prestigio della Sede romana. Celebre è rimasto soprattutto un episodio della vita di Leone. Esso risale al 452, quando il Papa a Mantova, insieme a una delegazione romana, incontrò Attila, capo degli Unni, e lo dissuase dal proseguire la guerra d’invasione con la quale già aveva devastato le regioni nordorientali dell’Italia. E così salvò il resto della Penisola. Giovanni XXIII, radiomessaggio per la solennità della Pasqua di Risurrezione 28 marzo 1959 Il Nostro cuore non sa trattenere un palpito di più ardente tenerezza per i figli di un popolo forte e buono, che incontrammo lungo il Nostro cammino, e con cui dividemmo la vita degli anni Nostri più vigorosi — dal 1925 al 1934 — al di là e al di qua del gran Bàlcano, in un esercizio di ministero spirituale, ispirato a scambievole sentimento di rispetto e di cristiana fraternità? Amiamo ricordare con sempre viva affezione quella brava gente laboriosa, onesta e sincera, la loro bella capitale Sofia, che Ci riconduce all'antica Sardica dei primi secoli cristiani : e alle epoche nobili e gloriose della loro storia. Da molti anni ormai la visione di quel caro paese si è allontanata dai Nostri occhi: ma tutte quelle amabili conoscenze di persone e di famiglie restano vive nel Nostro cuore, e nella Nostra quotidiana preghiera. Al ricordo dei Bulgari, in questa Pasqua del Signore, la prima del Nostro Pontificato, piace associare nel Nostro augurio e nel Nostro saluto benedicente quanti altri successivamente incontrammo sulle vie del prossimo Oriente, e dell'Occidente ancora, Turchi, Greci, e Francesi. tutti egualmente amabili verso la Nostra umile persona, tutti egualmente diletti nella luce e nell'amore di Cristo. Francesco, Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio 1 gennaio 2014 Ricordiamo quel grande momento della storia della Chiesa antica che è stato il Concilio di Efeso, nel quale fu autorevolmente definita la divina maternità della Vergine. La verità sulla divina maternità di Maria trovò eco a Roma dove, poco dopo, fu costruita la Basilica di Santa Maria Maggiore, primo santuario mariano di Roma e dell’intero Occidente, nel quale si venera l’immagine della Madre di Dio - la Theotokos - con il titolo di Salus populi romani. Si racconta che gli abitanti di Efeso, durante il Concilio, si radunassero ai lati della porta della basilica dove si riunivano i Vescovi e gridassero: «Madre di Dio!». I fedeli, chiedendo di definire ufficialmente questo titolo della Madonna, dimostravano di riconoscerne la divina maternità. È l’atteggiamento spontaneo e sincero dei figli, che conoscono bene la loro Madre, perché la amano con immensa tenerezza. Giovanni Paolo II, discorso ai Provinciali della Compagnia di Gesù, 27 febbraio 1982 La visione di sant’Ignazio si apri ad orizzonti ancora più vasti, tanto quanto era vasto il mondo, che in seguito alle recenti scoperte geografiche aveva preso più ampie dimensioni. È l’anelito di Cristo, che vibrava nel cuore del Santo, e nel cuore di quanti, condividendo il suo spirito, si offrirono interamente a “nostro Signore, re eterno”, la cui “volontà è di conquistare tutto il mondo” (S. Ignazio di Loyola, Spir. Ex., 95). Il gruppo dei primi compagni di Ignazio era piccolo; eppure il Santo mandò in Oriente san Francesco Saverio, il primo di quella ininterrotta schiera di missionari gesuiti che in Oriente e in Occidente furono “inviati” ad annunciare il Vangelo, ed ardenti di zelo apostolico, erano pronti a dare la vita per testimoniare la loro fede, come attestano i numerosi Martiri della Compagnia.

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  6. 12/20/2024

    Ep. 362 - Papale papale - "Tradizione"

    Benedetto XVI, udienza generale 3 maggio 2006 La Tradizione è il fiume della vita nuova che viene dalle origini, da Cristo fino a noi, e ci coinvolge nella storia di Dio con l’umanità. Questo tema della Tradizione è così importante che vorrei ancora oggi soffermarmi su di esso: è infatti di grande rilievo per la vita della Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha rilevato, al riguardo, che la Tradizione è apostolica anzitutto nelle sue origini: “Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la rivelazione del sommo Dio (cfr 2 Cor 1,20 e 3,16-4,6), ordinò agli Apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, il Vangelo come fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale”. Paolo VI, Angelus 24 agosto 1975 E primo tonificante pensiero dev'essere rivolto al patrimonio sano, ricco, fecondo della nostra tradizione cristiana e civile, patrimonio che basta amarlo per viverlo e per sentirne la virtù rigeneratrice: la verità, l'onestà, la libertà, l'ordine, l'amore sociale, lo spirito di servizio, di coraggio, di solidarietà civile, di sacrificio per il bene del proprio Paese. Ciò che le voci sconfortanti e parziali della opinione pubblica dicono non è tutto; esse non dicono il meglio della nostra società, dove ancora la giustizia, il progresso culturale e sociale, il senso e il bisogno della solidarietà nazionale e internazionale hanno fortunatamente il sopravvento. Poi c'è la fede, per noi che abbiamo la fortuna d'essere credenti, che può restaurare la fiducia, e moltiplicare le nostre energie per dare un volto nuovo e lieto e forte alla nostra generazione. Coraggio, ci vuole. Giovanni Paolo II, visita pastorale a Brescia, discorso ai giovani 26 settembre 1982 Papa Paolo ricavò un principio di vita che mi piace qui richiamare. Parlando ai sacerdoti di questa diocesi, egli disse un giorno: “Dalla misura del tempo passato trae la sua ragion d’essere ed il pio segreto della sua bellezza, il culto che dobbiamo alla tradizione. Alla tradizione, nel suo significato solenne e teologico, di trasmissione della Parola di Dio . . . ed alla tradizione nel suo significato più modesto e assai meno impegnativo, che possiamo chiamare storia locale, tesoro pur esso prezioso, quando ci porta quanto di buono l’esperienza, la saggezza, il carattere peculiare d’una gente lasciano in eredità di generazione in generazione, non come peso da portare e freno da tollerare . . . ma come fascio di luce che proietta i suoi raggi sui sentieri futuri e stimola i passi a più franco cammino” (Insegnamenti di Paolo VI, VIII [1970]). È un insegnamento di enorme portata. Io desidero riproporlo oggi a voi, miei cari giovani, con la medesima energia con cui Paolo VI lo espresse in quella circostanza. E aggiungo: siate degni della vostra nobile e ricca tradizione.  Francesco, discorso ai membri della Pontificia Commissione biblica 12 aprile 2013 Esiste un’inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché entrambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti, la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza».

    10 min
  7. 12/19/2024

    Ep. 361 - Papale papale - "Sapienza"

    Francesco, udienza generale 9 aprile 2014 I doni dello Spirito Santo sono: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Il primo dono dello Spirito Santo, secondo questo elenco, è dunque la sapienza. Ma non si tratta semplicemente della saggezza umana, che è frutto della conoscenza e dell’esperienza. Nella Bibbia si racconta che a Salomone, nel momento della sua incoronazione a re d’Israele, aveva chiesto il dono della sapienza (cfr 1 Re 3,9). E la sapienza è proprio questo: è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio. E’ semplicemente questo: è vedere il mondo, vedere le situazioni, le congiunture, i problemi, tutto, con gli occhi di Dio. Questa è la sapienza. Alcune volte noi vediamo le cose secondo il nostro piacere o secondo la situazione del nostro cuore, con amore o con odio, con invidia… No, questo non è l’occhio di Dio. La sapienza è quello che fa lo Spirito Santo in noi affinché noi vediamo tutte le cose con gli occhi di Dio. E’ questo il dono della sapienza. Paolo VI, Angelus 1 novembre 1971 Le grandi questioni circa la nostra esistenza, circa il nostro unico e composito essere umano, ritornano alla coscienza con la pressione della loro inevitabile gravità. Ad una di queste tormentose questioni, la prima, ricordiamo, Fratelli, che noi possiamo e dobbiamo dare una formidabile e sicura risposta: la nostra anima è immortale. La morte, nel suo senso di distruzione totale, di ritorno al nulla, per l’uomo non esiste. Noi vivremo sempre, anche dopo questo disfacimento della nostra vita presente; il nostro spirito sopravvive; e un giorno, l’ultimo e definitivo, per divina virtù, esso ridarà di nuovo animazione alle ceneri disperse del nostro corpo: noi risorgeremo. Questa è la verità, questa è la sapienza della vita... Giovanni Paolo II, udienza generale 22 aprile 1987 Sotto l’influsso della tradizione liturgica e profetica il tema della sapienza si arricchisce di un singolare approfondimento giungendo a permeare tutta quanta la Rivelazione. Dopo l’esilio infatti, si comprende sempre più chiaramente che la sapienza umana è un riflesso della sapienza divina, che Dio “ha diffuso su tutte le sue opere, su ogni mortale, secondo la sua generosità” (Sir 1, 7-8). Il momento più alto dell’elargizione della sapienza avviene con la rivelazione al popolo eletto, al quale il Signore fa conoscere la sua parola (Dt 30, 14). Anzi la sapienza divina, conosciuta nella forma più piena di cui l’uomo è capace, è la Rivelazione stessa, la “Torah”, “il libro dell’alleanza del Dio altissimo” (Sir 24, 22). La sapienza divina appare, in questo contesto, come il disegno misterioso di Dio che è all’origine della creazione e della salvezza. Essa è la luce che tutto illumina, la parola che rivela, la forza d’amore che congiunge Dio alla sua creazione e al suo popolo. Benedetto XVI, Angelus 20 settembre 2009 E come Dio dal quale proviene, la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza, perché detiene il vigore invincibile della verità e dell’amore, che si afferma da sé. Perciò è pacifica, mite e arrendevole; non usa parzialità, né tanto meno ricorre a bugie; è indulgente e generosa, si riconosce dai frutti di bene che suscita in abbondanza. Perché non fermarsi a contemplare ogni tanto la bellezza di questa sapienza? Perché non attingere dalla fonte incontaminata dell’amore di Dio la sapienza del cuore, che ci disintossica dalle scorie della menzogna e dell’egoismo? Questo vale per tutti, ma, in primo luogo, per chi è chiamato ad essere promotore e “tessitore” di pace nelle comunità religiose e civili, nei rapporti sociali e politici e nelle relazioni internazionali. Ai nostri giorni, forse anche per certe dinamiche proprie delle società di massa, si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta. “Per coloro che fanno opera di pace – scrive san Giacomo – viene seminato nella pace un frutto di giustizia” (Gc 3,18). Ma per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace, mettendosi alla scuola della “sapienza che viene dall’alto”, per assimilarne le qualità e produrne gli effetti.

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