L’appuntamento di Appunti di Geopolitica: una diretta Substack con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi. In questo episodio: Guerra “regionale” e guerra “americana” La sequenza Israele–Stati Uniti–Iran non è il “secondo tempo” di giugno se si guarda a Washington: lì manca proprio la continuità. La variabile decisiva non è l’ennesima dottrina, ma il collasso di coerenza strategica: un Paese che resta il centro del sistema internazionale e insieme si muove in modo erratico, quasi impermeabile a qualunque esegesi razionale. Trump come sintomo, non come causa Il punto di partenza è brutale: il problema non è l’uomo, è la società che lo porta lì sapendo chi è. Se 77 milioni votano quella promessa e poi arriva l’opposto, la frattura è strutturale. La politica estera diventa una sommatoria di pulsioni, narrazioni concorrenti, cordate interne (Rubio, Vance e il resto) che non producono una linea, ma rumore. Troppe “spiegazioni” per essere una strategia Regime change, operazione “chirurgica”, diversivo Epstein, nucleare, petrolio, manovra anticinese: ogni racconto regge un pezzo e insieme mostrano il vuoto. Il criterio che taglia via la nebbia è uno: bombardare nel mezzo di un negoziato (per la seconda volta) distrugge credibilità e affidabilità. Dopo una mossa così, chi si siede ancora al tavolo con Washington senza temere la pistola sotto il tavolo? La guerra che prende vita propria L’innesco è bilaterale, l’incendio diventa rapidamente “tutti contro tutti”: basi, aeroporti, infrastrutture, ambasciate, traffico commerciale, cittadini bloccati. In assenza di un obiettivo dichiarato, il finale lo scrivono i rapporti di forza e la soglia del costo politico interno: puoi “cantare vittoria” finché non perdi una portaerei, o centinaia di soldati, o il controllo della narrativa domestica. Paesi del Golfo: mediatori costretti a schierarsi Qatar, Oman, Emirati provavano a mediare e vengono presi alla sprovvista; finiscono schiacciati su una postura filoamericana non per convinzione ma per necessità. L’Iran colpendo “le basi americane ospitate da voi” li trascina dentro, e la distinzione semantica non salva gli alberghi né la percezione pubblica. Israele e l’illusione di un Medio Oriente “presidiato” La chiave di lettura più coerente è israeliana: una regione sotto sorveglianza diretta, con Washington che prima abilita e poi pretende di “disimpegnarsi” lasciando a Tel Aviv il presidio. Ma è un disegno velleitario: Israele senza appoggio americano non regge neppure l’ordinario, figuriamoci l’egemonia regionale. Macron e il nucleare: “union sacrée” e leadership impossibile Aumento di testate, nuovi sottomarini, “deterrenza avanzata” europea: la lettura interna pesa quanto quella esterna. Senza coperture finanziarie credibili, l’annuncio serve anche a ricompattare e a rilanciare il ruolo presidenziale. Ma l’europeizzazione si autoannulla se il bottone resta solo a Parigi: perché Germania, Italia o Olanda dovrebbero affidare la propria sopravvivenza all’Eliseo, oggi o domani con Le Pen? Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices