MindFood : storie che nutrono la mente.

Alberto Salis

Il “mondo” che conosci è solo la superficie di una verità molto più profonda. La mente umana è l'ultimo territorio inesplorato e io voglio accompagnarti nel viaggio attraverso i suoi confini, con delle storie memorabili. MindFood: perché alcune storie non si limitano a intrattenerti... ti trasformano.

  1. 5d ago

    74. IL CODICE SEGRETO DEL CARISMA

    Los Angeles. 9 ottobre 1981. Il Memorial Coliseum è un catino di cemento che trattiene ancora il calore del pomeriggio. Novantaquattromila persone riempiono gli spalti. Sono venute per una sola band. I Rolling Stones. Ma prima degli Stones, sul palco, sale un ragazzo di ventitré anni. È magro. È minuto. Indossa un impermeabile aperto, slip neri e stivali col tacco. Nessuno sa chi sia. Al primo brano arrivano i fischi. Al secondo arrivano gli insulti. Al terzo cominciano a volare oggetti. Lattine. Bottiglie. Frutta. Un pompelmo colpisce la paletta di una chitarra e la scorda a metà accordo. Dopo appena quattro canzoni, il ragazzo se ne va. Nel retropalco piange. Quella stessa notte prende un aereo e torna a casa, a Minneapolis. Giura che non metterà più piede su quel palco. Due giorni dopo, Mick Jagger in persona lo convince a riprovarci. Stesso stadio. Stessa folla. Stessi fischi. Questa volta però il ragazzo resta. Finisce il set. E lo chiude con una canzone il cui titolo suona come una domanda rivolta a novantamila sconosciuti: Why You Wanna Treat Me So Bad? Perché mi trattate così male? Quel ragazzo si chiamava Prince Rogers Nelson. Sarà l'ultima volta, in tutta la sua vita, che Prince apre il concerto di qualcun altro. Ventisei anni dopo, lo stesso uomo salirà su un palco davanti a più di cento milioni di persone. E dal cielo, su di lui, cadrà qualcosa di molto diverso da una bottiglia. Ma per capire che cosa sia successo nel mezzo, dobbiamo prima fare i conti con un segreto scomodo. Il carisma non funziona come crediamo. Funziona al contrario.

    74. IL CODICE SEGRETO DEL CARISMA
  2. Oct 16

    73. NEUROBIOLOGIA DELL’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE

    New York. 3 maggio 1997. Una sala piccola, quasi spoglia. Una scacchiera. Due orologi. Da una parte siede Garry Kasparov, campione del mondo da dodici anni. Dall'altra non siede nessuno. Le mosse arrivano da due armadi neri, chiusi in una stanza poco lontana. Si chiamano Deep Blue. Valutano duecento milioni di posizioni al secondo. Kasparov è in vantaggio. Poi, alla quarantaquattresima mossa, la macchina sposta una torre in una casa senza senso apparente. Nessun grande maestro l'avrebbe giocata. Kasparov vince comunque la partita. Ma quella mossa lo tormenta. Si convince che la macchina veda venti mosse più avanti di lui. Un abisso che lui non riesce a vedere. Nella seconda partita gioca contratto. Abbandona in una posizione che, si scoprirà dopo, era ancora patta. Perde il match. Il mondo titola: la macchina ha battuto l'uomo. Quindici anni dopo, uno degli ingegneri, Murray Campbell, racconta al giornalista Nate Silver un dettaglio rimasto in ombra. Quella mossa non era genio. Era un bug. Una mossa di ripiego. Kasparov non aveva perso contro un'intelligenza superiore. Aveva perso contro la mente che aveva immaginato dentro la macchina. Otto anni dopo, nel 2005, un torneo online permette di giocare in squadra con i computer. Vince una coppia di dilettanti americani con tre normali PC. Battono grandi maestri armati di macchine potentissime. L'uomo da solo aveva perso contro la macchina. La macchina da sola perdeva contro l'uomo che sapeva usarla. Chi vince davvero, allora?

    73. NEUROBIOLOGIA DELL’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE
  3. Sep 25

    70. LA STANZA DIMENTICATA DELL’INNOVAZIONE

    Ivrea. Autunno del 1964 C'è un ingegnere che entra in ufficio la mattina e nessuno gli chiede più niente. Si chiama Pier Giorgio Perotto. 34 anni, un cervello di prima categoria, e un problema: l'azienda per cui lavora ha appena venduto il settantacinque per cento della sua Divisione Elettronica alla General Electric. Il futuro elettronico che Adriano Olivetti aveva immaginato prima di tutti è stato impacchettato e spedito oltreoceano. Perotto riesce a non farsi trasferire. Resta. Ma resta come restano le cose in una casa dopo un trasloco. In un angolo. Con un gruppetto minuscolo di collaboratori. Fuori da ogni organigramma che conti. L'Archivio Storico Olivetti usa una parola sola per descrivere la sua condizione in quei mesi. Una parola che, se la leggete nel curriculum di un vostro collaboratore, vi fa venire i brividi. Dimenticato. Perotto era stato dimenticato dalla struttura aziendale. E qui succede la cosa che rende questa storia degna di essere raccontata sessant'anni dopo. Perché un uomo dimenticato può fare due cose. Può aspettare la pensione. Oppure può approfittare del più raro dei privilegi aziendali: nessuno lo sta guardando. Nessuno gli chiede un business plan. Nessuno lo convoca per uno stato avanzamento lavori. Nessuno, soprattutto, può punirlo per un fallimento che nessuno saprà mai. Alla fine di quell'anno, in quella stanza dimenticata, Perotto completa un prototipo. Ottobre millenovecentosessantacinque, New York, salone BEMA dell'automazione per ufficio. Gli americani si aspettano l'ennesima calcolatrice italiana. Quello che vedono è una macchina che sta su una scrivania, ha una memoria, e si può programmare. La Programma 101. Il primo personal computer della storia.

    70. LA STANZA DIMENTICATA DELL’INNOVAZIONE

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