Radio Next

RadioNext è il programma settimanale di Radio 24 sulla trasformazione digitale, un confronto sulle tematiche digitali viste con gli occhi dell'imprenditore, del manager, del professionista per capire le opportunità e gli impatti che il cambiamento epocale che stiamo vivendo offre alla nostra classe dirigente.  Attraverso il dialogo con un ospite affronteremo i temi specifici del business, i modelli competitivi, gli ostacoli culturali, i nuovi approcci innovativi, le sfide organizzative e la centralità del cliente. 

  1. 18H AGO

    Dal NetComm Forum 2026: API, AI e omnicanalità e la nuova guerra del retail

    L’e-commerce italiano è maturo, ma non ancora abbastanza. È questa la fotografia emersa dal Netcomm Forum 2026, raccontata ai microfoni di RadioNext da Pietro Cerretani, amministratore delegato di The Innovation Group, insieme a Paolo Picazio, Country Manager Italia di Shopify e Matteo Ciccalè (https://www.linkedin.com/in/matteociccale/), Vice President Strategic Growth di Scalapay(https://www.scalapay.com/it). I numeri raccontano un mercato ormai consolidato: 35 milioni di italiani acquistano online, quasi 900 milioni di spedizioni nel 2025 e oltre 90 mila merchant digitali attivi. Eppure l’online pesa ancora solo per l’8,8% rispetto a una media europea decisamente superiore. La domanda allora diventa inevitabile: siamo davvero pronti per la nuova fase del commercio digitale? Perché il punto non è più semplicemente “vendere online”, ma capire come cambia il rapporto tra brand, piattaforme e consumatori nell’era dell’intelligenza artificiale agentica. Shopify parla apertamente di un nuovo canale commerciale: quello degli agenti AI. ChatGPT, Gemini e gli altri LLM stanno diventando luoghi dove le persone non cercano soltanto informazioni, ma prendono decisioni d’acquisto. E questo cambia radicalmente le regole del gioco. Le aziende non possono più limitarsi a progettare esperienze per esseri umani: devono imparare a dialogare anche con gli algoritmi. Non basta più la creatività del marketing tradizionale. Servono dati strutturati, API, protocolli universali e una nuova architettura dell’informazione. Shopify, insieme a Google e altri grandi player, sta lavorando ad un Universal Commerce Protocol che permetterà agli agenti AI di interagire direttamente con i cataloghi e i sistemi aziendali. Tradotto: gli assistenti virtuali diventeranno intermediari commerciali reali. Matteo Cicalè di Scalapay porta la riflessione ancora più avanti: il consumatore del futuro sarà molto più informato, più esigente e più difficile da convincere. Perché avrà sempre accanto un assistente AI capace di confrontare prezzi, valutare condizioni finanziarie e suggerire alternative in tempo reale. La customer journey smette così di essere lineare e diventa una conversazione continua tra utente, piattaforme e intelligenze artificiali. Ma tutto questo apre anche interrogativi delicati. Quanto saranno neutrali questi agenti? Quanto conterà l’advertising nella costruzione delle risposte generate dall’AI? E soprattutto: chi controllerà davvero il rapporto con il cliente finale? È qui che emerge il tema dell’autenticità dei brand. Secondo Shopify, in un ecosistema dominato dagli algoritmi, i marchi con una storia, un’identità forte e una narrazione credibile continueranno ad avere un vantaggio competitivo. Anche i nuovi brand, però, possono costruire valore se riescono a trasformare il proprio racconto in esperienza concreta. Nel frattempo resta aperta la grande incompiuta dell’omnicanalità. La tecnologia esiste già: data lake, piattaforme integrate, sistemi di pagamento omnicanale. Ma manca ancora il salto culturale. Le aziende continuano troppo spesso a ragionare per silos separati tra retail ed e-commerce, mentre i consumatori pretendono continuità totale tra fisico e digitale. Il messaggio finale del Netcomm Forum è chiaro: il futuro del commercio non sarà soltanto digitale, ma predittivo, conversazionale e sempre più automatizzato. E vinceranno le aziende capaci di semplificare la vita ai consumatori, liberando tempo e riducendo attriti. Perché oggi il vero lusso non è il prodotto: è la semplicità.

  2. MAY 8

    Dipendenza tecnologica: il vero rischio per le imprese europee

    La sovranità digitale non è più un concetto astratto confinato ai manuali di diritto, ma una leva concreta di potere economico, industriale e persino cognitivo. Nella conversazione con Mariarosaria Taddeo, docente di Etica Digitale e Defense Technologies all’Oxford Internet Institute, emerge con chiarezza una domanda che riguarda da vicino imprese e manager: chi controlla davvero le tecnologie che stiamo adottando ogni giorno? E soprattutto, siamo pronti a rinunciare a una parte della nostra autonomia strategica in cambio di velocità e innovazione? La riflessione parte da una definizione precisa: la sovranità digitale è capacità di controllo, ma anche condizione abilitante per agire. Non si tratta solo di infrastrutture o dati, ma di un ecosistema complesso che include supply chain tecnologiche, regolamentazione e persino la formazione dell’informazione e della conoscenza, quella che Mariarosaria Taddeo definisce “sovranità cognitiva”. In un contesto dominato da Stati Uniti e Cina, la narrazione dominante descrive un’Europa spettatrice. Ma è davvero così? Mariarosaria Taddeo invita a ribaltare il paradigma: innovazione non è solo invenzione, è adozione. E proprio nella fase di industrializzazione dell’intelligenza artificiale - dalle MLOps alla scalabilità nei contesti enterprise - l’Europa gioca ancora una partita rilevante. Germania e Francia, insieme a un tessuto diffuso di PMI tecnologiche, stanno costruendo un vantaggio competitivo meno visibile ma strategico. Il punto, allora, non è solo “chi crea i modelli”, ma “chi li rende utilizzabili su larga scala”. Tuttavia, i rischi restano concreti. La dipendenza da tecnologie esterne espone aziende e istituzioni a vulnerabilità geopolitiche: dalla sicurezza informatica alla gestione dei dati sensibili, fino alla possibilità - non teorica - di interruzioni o condizionamenti nei servizi. Siamo pronti a costruire intere filiere su LLM stranieri senza avere pieno controllo? La questione non è solo tecnica, ma di potere. E il potere, oggi, passa anche attraverso algoritmi e infrastrutture. La risposta proposta da Mariarosaria Taddeo è una triade chiara: governance, innovazione e protezione. La regolamentazione europea - spesso criticata - può diventare uno strumento di politica industriale, capace di proteggere mercati e favorire la crescita di startup e PMI. Ma serve coordinamento: parlare di “AI italiana” o “AI francese” rischia di essere miope. La vera scala è quella europea. Mettere a sistema risorse, supercomputer e ricerca potrebbe trasformare il ritardo in opportunità. Ma attenzione: non è una corsa a breve termine, è una strategia generazionale. E poi c’è il nodo culturale. L’intelligenza artificiale è già nelle mani di tutti, ma la comprensione del suo funzionamento è ancora limitata. Possiamo davvero affidarci a strumenti che non comprendiamo? L’educazione digitale diventa allora infrastruttura invisibile ma essenziale, simile a quella che negli ultimi anni ha trasformato il nostro approccio a sostenibilità e alimentazione. Ma Mariarosaria Taddeo lancia un avvertimento: non può essere solo responsabilità degli utenti. Anche le aziende tecnologiche devono fare la loro parte, rendendo trasparente la natura dei sistemi che offrono. In gioco non c’è solo competitività, ma autonomia. E forse la vera domanda è: vogliamo essere protagonisti o semplici utilizzatori della prossima rivoluzione tecnologica?

  3. MAY 1

    Elettrodomestici o piattaforme? La sfida di BSH

    Dal Salone del Mobile di Milano arriva un segnale interessante per chi guarda alla trasformazione digitale non come slogan, ma come cambio di modello industriale: anche l’elettrodomestico, il più “fisico” degli oggetti domestici, sta diventando piattaforma, servizio, dato, relazione continua con il cliente. Ne hanno parlato a RadioNext Sabrina Zago, Direttrice Marketing di BSH  e Giuseppe Rago, responsabile del team formazione BSH, raccontando l’evoluzione di Home Connect, la piattaforma che dal 2014 consente agli elettrodomestici Bosch, Siemens, Gaggenau, Neff e di altri brand di dialogare con l’utente, con l’assistenza e con l’ecosistema casa. Il punto, però, non è accendere il forno dal divano. Sarebbe riduttivo. La vera partita è trasformare un prodotto che una volta “nasceva e moriva” uguale a se stesso in un oggetto aggiornabile, osservabile, migliorabile nel tempo. Giuseppe Rago cita il caso dei forni Siemens iQ700, aggiornati attraverso l'app e l'ecosistema correlato per rendere più accessibili programmi  che molti utenti non usavano: non più innovazione calata dall’alto, ma prodotto che impara dall’utilizzo reale. Siamo davvero pronti a considerare un forno come un software? Per le aziende significa una cosa precisa: il valore non si esaurisce nella vendita, ma continua nella capacità di generare esperienza, assistenza, nuove funzioni e fedeltà. Per manager e professionisti digitali il messaggio è ancora più chiaro: il confine tra hardware e servizio è saltato. Sabrina Zago sottolinea la scelta di sviluppare internamente Home Connect, perché qualità, sicurezza e infrastruttura non sono dettagli delegabili. Il tema dei dati è centrale: la piattaforma raccoglie informazioni utili alla ricerca e sviluppo, ma - spiegano gli ospiti - non viene usata come moneta di scambio marketing, in netto contrasto con molti modelli digitali gratuiti fondati sulla profilazione. Qui si apre una domanda chiave per il business digitale: quanto vale oggi un ecosistema se non è anche affidabile? La risposta passa da cybersecurity, selezione dei partner e interoperabilità. BSH lavora con standard severi e guarda a protocolli come Matter per evitare la frammentazione delle cinquanta app domestiche. Perché il consumatore non comprerà solo il miglior elettrodomestico, ma quello capace di stare dentro un sistema coerente. E anche l’assistenza cambia: diagnostica da remoto, meno visite inutili, tecnici più preparati, nuove occasioni di servizio. Il futuro della casa connessa, insomma, non è fatto solo di comodità. È una nuova grammatica industriale: prodotto, piattaforma, dato, fiducia. Chi la capisce per tempo, governa la relazione. Chi resta al ferro, rischia di diventare commodity.

  4. APR 24

    Brand contro piattaforme: chi controlla il cliente?

    L’economia dell’attenzione non è più una teoria: è l’infrastruttura invisibile che regge il web contemporaneo e ridisegna le strategie di brand, media e piattaforme. Nella conversazione con Alessandra Di Lorenzo, manager, docente, ex executive di grandi player digitali ed autrice del volume Pubblicità oggi, emerge un quadro netto: siamo immersi in un ecosistema dove il vero asset non è il contenuto, ma il tempo che riusciamo a trattenere davanti a uno schermo. E allora la domanda diventa inevitabile: siamo davvero consapevoli del valore della nostra attenzione? I numeri citati sono disarmanti: oltre il 50% degli italiani non comprende come funzionano gli algoritmi e passiamo in media quasi sei ore al giorno online. In questo scenario, l’attenzione non è solo una metrica, ma una valuta che viene raccolta, analizzata e monetizzata lungo tutto il ciclo di vita dell’utente. Le piattaforme lo sanno bene e ottimizzano ogni interazione per massimizzare il cosiddetto lifetime value: agganciare utenti sempre più giovani significa garantirsi anni di dati, comportamenti e ricavi. Ma cosa succede quando il web smette di essere un sistema informativo e diventa un sistema di persuasione? La risposta sta nelle “bolle algoritmiche”: micro-ambienti costruiti in pochi secondi sulla base dei nostri comportamenti e di quelli di milioni di utenti simili a noi. È qui che si gioca la vera partita per i brand. Perché oggi il gatekeeper non è più il media planner, ma l’algoritmo. E ignorarlo significa sparire. Quante campagne “perfette” non performano semplicemente perché non sono progettate per dialogare con queste logiche? Il risultato è un appiattimento della creatività e una progressiva perdita di centralità del brand, schiacciato da un sistema in cui il canale domina sul messaggio. Eppure, paradossalmente, proprio questa crisi apre una nuova opportunità: tornare a costruire relazione diretta con il consumatore, fuori dal perimetro delle piattaforme. Community locali, esperienze offline, canali proprietari: segnali di un’inversione che molti brand stanno già esplorando. Ma è sufficiente? Nel frattempo, il modello economico del web scricchiola. Oggi il 60% delle ricerche online si chiude senza clic: le risposte arrivano direttamente dai motori, spesso alimentati da intelligenza artificiale. Meno traffico ai siti significa meno ricavi pubblicitari e quindi meno contenuti di qualità. Un circolo che rischia di impoverire l’intero ecosistema informativo. E allora, quale futuro per il marketing digitale? La sfida è duplice: da un lato comprendere a fondo le logiche algoritmiche per restare rilevanti, dall’altro ricostruire un valore di marca che vada oltre la dipendenza dalle piattaforme. In questo equilibrio fragile, emerge anche una responsabilità individuale: capire che il dato personale ha un valore economico e che ogni “accetta” è una scelta commerciale. Possiamo davvero sottrarci? Forse no del tutto. Ma possiamo diventare più consapevoli. Perché, come sottolinea Di Lorenzo, il web non è gratuito: lo paghiamo ogni giorno con la nostra attenzione.

  5. APR 17

    Addio software: arriva il lavoro orchestrato dagli agenti

    Il paradigma del software sta attraversando una trasformazione profonda: da un modello tool-centrico, in cui sono le persone ad adattarsi agli strumenti, a uno human-centrico, dove è l’intelligenza artificiale a orchestrare processi e attività. È su questa inversione che si fonda la visione di GenSpark, raccontata da Wen Sang, fondatore e COO della piattaforma, ai microfoni di RadioNext.Il punto di partenza è chiaro: negli ultimi vent’anni abbiamo imparato a lavorare adattandoci ai software - suite, CRM, strumenti di collaborazione - accumulando competenze operative su decine di tool. Ma se fosse il contrario? Se fosse l’intelligenza artificiale ad adattarsi a noi, orchestrando strumenti e processi in autonomia? GenSpark prova a rispondere proprio a questa inversione, proponendosi come workspace AI “all-in-one” che non sostituisce i tool, ma li coordina attraverso agenti intelligenti capaci di eseguire attività concrete, dalla ricerca alla produzione di contenuti fino ad azioni operative nel mondo reale. La promessa è ambiziosa, forse già sentita, ma questa volta cambia l’architettura: una “mixture of agents” che integra oltre 70 modelli AI e più di 150 strumenti proprietari. Il risultato? Non più singoli modelli specializzati, ma un sistema che aggrega competenze - ragionamento, coding, creatività - e le traduce in output di qualità per il lavoro quotidiano. Siamo davvero pronti a delegare l’80% del nostro lavoro operativo a un sistema di agenti? Secondo Wen, è già realtà: gran parte del tempo dei knowledge worker è assorbito da attività ripetitive, e l’automazione consente un salto di produttività che libera spazio per decisioni strategiche. Non si tratta di “copilotare” l’uomo, ma di portarlo a un livello superiore, eliminando il carico operativo. Il modello di business sembra confermare la tesi: in pochi mesi GenSpark ha superato i 200 milioni di dollari di ricavi annuali, con una crescita trainata non dalla pubblicità ma dal valore percepito dagli utenti, dalle partite IVA alle grandi aziende. Il caso citato di un broker americano che moltiplica produttività e margini grazie alla piattaforma è emblematico: meno costi, più clienti, più velocità. È qui che si gioca la partita vera dell’AI: non nella potenza dei modelli, ma nel ritorno economico concreto. Ma il tema competitivo resta aperto: come può una startup di poche decine di persone sfidare giganti come Microsoft o Google? La risposta è nella velocità e nell’approccio AI-native: sviluppo accelerato, codice scritto in gran parte da AI e rilascio continuo di nuove funzionalità. Non si tratta di sostituire gli ecosistemi esistenti, ma di ridefinirne i confini, rendendo invisibili le barriere tra software. In questo scenario “wild west”, dove tutti sperimentano, la vera domanda non è chi vincerà, ma quale modello prevarrà: integrazione incrementale o riprogettazione radicale del lavoro? E sul rischio bolla? Wen è netto: il discrimine è il valore reale. Dove c’è ROI misurabile, non c’è bolla che tenga. Per manager e imprenditori, il messaggio è chiaro: non è il momento di osservare, ma di sperimentare. Perché, come insegna la storia, non sono le macchine a sostituire le persone, ma le persone che usano meglio le macchine a superare le altre.

  6. APR 10

    50% di tempo risparmiato. E ora che facciamo (Parte II)

    Altroconsumo, nel racconto di questa seconda puntata di RadioNext, mostra un punto che molte imprese italiane continuano a sottovalutare: l’intelligenza artificiale non è davvero trasformativa quando si limita a velocizzare l’esistente, lo diventa quando costringe a ripensare il modo in cui il lavoro viene organizzato. È questa la chiave emersa dal confronto con Ivan Maroli, responsabile dei centri di competenza di Altroconsumo, che descrive un percorso concreto, lontano sia dall’entusiasmo ingenuo sia dal marketing da convegno.Prima l’automazione delle attività ripetitive, poi la misurazione dell’impatto, quindi l’eventuale evoluzione verso strumenti più personalizzati: un metodo che interessa da vicino manager e imprenditori, soprattutto quelli che stanno cercando di capire se l’AI sia un investimento industriale o soltanto l’ennesimo costo travestito da innovazione. Il progetto pilota raccontato in trasmissione parte infatti da una constatazione molto semplice: troppe energie qualificate finiscono ancora in raccolta dati, aggiornamenti e controlli manuali, cioè in attività necessarie ma a basso valore aggiunto.Quando queste routine vengono assorbite dall’AI, si libera spazio per analisi, decisione e sviluppo. Siamo davvero pronti, però, a usare questo tempo liberato per fare meglio il lavoro, oppure rischiamo di riempirlo con altra burocrazia digitale? La domanda è meno teorica di quanto sembri, perché il caso Altroconsumo suggerisce che il vero cambio di passo non stia nello strumento, ma nella cultura aziendale che lo accompagna.E qui arriva il passaggio più interessante per chi guida un’organizzazione: non serve essere una multinazionale da migliaia di dipendenti per impostare una trasformazione credibile. Altroconsumo, realtà di poco più di 200 persone inserita in un network internazionale di associazioni dei consumatori, dimostra che anche strutture agili possono sperimentare con metodo, scalare ciò che funziona e condividere asset e competenze in modo intelligente.Il secondo asse della puntata riguarda infatti il chatbot front-end, l’assistente virtuale “Vera”, costruito per dialogare con i consumatori partendo dal patrimonio di conoscenze accumulato in anni di test, analisi e studi. Ed è qui che l’AI smette di essere solo efficienza interna e diventa ridisegno della relazione con l’utente. Non più una classifica da consultare in autonomia, non più una tabella tecnica da interpretare da soli, ma una conversazione capace di trasformare dati e benchmark in una raccomandazione contestuale: qual è la lavatrice migliore per te, per il tuo spazio, per la tua famiglia, per il tuo bisogno concreto? È un cambio di paradigma che molte aziende del largo consumo, del retail e dei servizi dovrebbero osservare con attenzione, perché sposta il focus dal prodotto “migliore in assoluto” alla risposta “più utile in quel momento”.E non è forse questa la promessa più credibile dell’intelligenza artificiale nel business, cioè aumentare la pertinenza, non soltanto la velocità? Il punto finale, forse il più prezioso, riguarda il consiglio di metodo dato agli imprenditori: prima testare con strumenti disponibili sul mercato, sbagliare, rimisurare, capire gli obiettivi veri; solo dopo, se necessario, investire in soluzioni custom, soprattutto quando entrano in gioco sicurezza dei dati e proprietà intellettuale. In altre parole, meno fede nelle demo perfette dei fornitori e più disciplina nel leggere i propri processi. Perché infilare l’AI dentro un’azienda che continua a lavorare con logiche vecchie, avverte Ivan, significa preparare un fallimento costoso. E allora la vera domanda, per chi ascolta, non è se adottare l’intelligenza artificiale, ma se la propria organizzazione sia davvero pronta a cambiare il modo in cui decide, serve il cliente e costruisce valore.

  7. APR 3

    50% di tempo risparmiato: e ora che facciamo?

    Cosa succede quando un’organizzazione storicamente rigorosa, metodica e basata su processi consolidati decide di mettere davvero mano al proprio modo di lavorare con l’intelligenza artificiale? La risposta arriva dal caso raccontato a Radio Next da Ivan Maroli, responsabile dei centri di competenza di Altroconsumo, che offre uno spaccato concreto e, per molti versi, sorprendente su come l’AI possa essere introdotta senza grandi investimenti ma con un forte ripensamento culturale.  Il punto di partenza è chiaro: oltre 40 esperti impegnati in attività ad alto valore, ma intrappolati anche in una quota significativa di lavoro ripetitivo e manuale. Siamo davvero sicuri che il tempo dei professionisti debba essere consumato in operazioni a basso impatto? È qui che nasce un progetto pilota che ribalta la prospettiva classica: non partire dalla tecnologia, ma dai processi. Prima mappatura dettagliata delle attività quotidiane, poi analisi del tempo impiegato e del potenziale risparmio, infine una selezione rigorosa delle priorità. Il risultato? Quattro attività chiave che da sole occupavano il 70% del tempo complessivo.  Un dato che dovrebbe far riflettere molte aziende: quanto del lavoro quotidiano è realmente strategico? E quanto invece è solo inerzia operativa? La scelta degli strumenti arriva solo dopo, quasi come conseguenza naturale. Altroconsumo opta per un approccio pragmatico, testando strumenti generalisti come ChatGPT e verificandone l’efficacia su casi d’uso concreti. Nessuna trasformazione faraonica, nessun investimento milionario: circa mille euro di licenze per un primo gruppo di lavoro. È un messaggio potente per manager e imprenditori: la barriera all’ingresso non è economica, ma mentale.  Il vero cambio di passo avviene nel ridisegno dei processi. “Lo rifarei allo stesso modo?” diventa la domanda guida. E la risposta, spesso, è no. Da qui nasce una fase iterativa fatta di test, feedback e miglioramenti continui, con un coinvolgimento attivo delle persone. Non si tratta solo di introdurre strumenti, ma di accompagnare un cambiamento di mindset. Il risultato è tangibile: un risparmio medio del 50% del tempo sulle attività analizzate. Un esempio emblematico? L’analisi delle etichette alimentari: un’attività ripetitiva che può passare da ore di lavoro manuale a pochi secondi grazie all’AI.  Ma il vero valore non è il tempo risparmiato in sé, bensì il tempo restituito a attività a maggiore valore aggiunto: analisi, interpretazione, decisione. È qui che si gioca la partita competitiva. Perché l’AI non sostituisce l’esperto, ma ne amplifica l’impatto. E allora la domanda finale diventa inevitabile: le aziende sono pronte a ripensare davvero il lavoro, o si limiteranno a inserire nuovi strumenti in vecchi processi? Il caso Altroconsumo dimostra che il vantaggio competitivo non nasce dalla tecnologia in sé, ma dalla capacità di rimettere in discussione ciò che si è sempre fatto.

  8. MAR 27

    AI con un corpo: il vero salto è appena iniziato

    Quanto abbiamo parlato di intelligenza artificiale negli ultimi anni? E quanto poco, invece, del suo “corpo”? È da questa domanda che prende forma la riflessione emersa nell’intervista a Fabio Puglia, Presidente di Oversonic Robotics, che ai microfoni di RadioNext apre un fronte cruciale per il mondo industriale: il passaggio dall’AI che genera contenuti all’AI che agisce nello spazio fisico.  La robotica sta vivendo un cambio di paradigma radicale, dove le aziende non sono più solo produttori di hardware ma sempre più software house, capaci di costruire intelligenza distribuita che interpreta ambienti, processi e relazioni. È qui che si gioca la vera partita competitiva per imprese e manager: integrare sistemi che comprendano il contesto produttivo senza stravolgerlo.  Ma siamo davvero pronti a inserire robot antropomorfi nelle linee produttive? Secondo Puglia, il limite oggi non è tanto nella capacità cognitiva - già in forte evoluzione grazie all’integrazione di LLM e sistemi di computer vision - quanto nell’hardware, ancora non perfettamente allineato alle ambizioni del software.  Eppure, il punto non è accelerare indiscriminatamente: l’industria impone regole, perimetri, affidabilità. In un ambiente produttivo non c’è spazio per “allucinazioni” o interpretazioni creative, ma solo per output corretti e prevedibili. È qui che emerge una tensione strategica: da un lato algoritmi deterministici, dall’altro modelli generativi. Chi guida davvero? La risposta, almeno per ora, è un equilibrio ibrido, dove l’AI supporta ma non sostituisce la logica industriale. Interessante anche il ruolo dei robot come mediatori tra complessità digitale e operatività umana: semplificano l’interazione, abbassano le barriere tecniche, rendono accessibili sistemi prima riservati a specialisti. Ma attenzione: non si tratta di delegare completamente, bensì di potenziare.  E allora il concetto di “Dark Factory”, fabbriche completamente automatizzate, è davvero vicino? Fabio Puglia è netto: è un processo iterativo, fatto di progressiva fiducia e validazione. Non un salto, ma una traiettoria. E in Europa? Le competenze non mancano, anzi: l’interdisciplinarità è un vantaggio competitivo reale. Quello che manca è il coraggio di sperimentare, di creare sandbox, di accettare il rischio come leva di innovazione. Un messaggio chiaro per gli imprenditori italiani: la robotica va portata “in casa”, testata, compresa. Non come soluzione magica, ma come leva strategica. Perché la vera domanda non è se i robot entreranno nei processi produttivi, ma come e con quale ruolo. E soprattutto: chi sarà pronto quando accadrà?

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