Blocknotes Podcast

Nino Amadore

Analisi indipendenti su economia, imprese e trasformazioni della Sicilia. Una volta a settimana, nella tua mail. blocknotes.substack.com

  1. 19 FEB

    Sotto tiro: quando la libertà di stampa finisce sul banco degli imputati

    C’è una domanda che attraversa il nostro tempo – e che riguarda da vicino chi fa informazione, chi amministra la giustizia e chi semplicemente vuole essere un cittadino consapevole: il giornalista è un cane da guardia del potere o un ausiliario delle procure? Attorno a questa faglia si muove Sotto tiro. La libertà di stampa sul banco degli imputati, il libro dell’avvocato Valerio Vartolo, che sarà presentato venerdì 27 febbraio 2026 alle ore 17, nella Sala stampa di Palazzo dei Normanni, su iniziativa della Commissione Biblioteca dell’ARS e dell’Associazione stampa parlamentare siciliana. Un appuntamento che non è solo culturale, ma civile. Il nodo: segreto professionale e diritto a informare Nel volume – come emerge con forza anche nel testo di approfondimento - il punto centrale è il segreto professionale del giornalista. Non un privilegio corporativo, ma una garanzia per tutti: senza tutela delle fonti, il giornalismo d’inchiesta semplicemente muore. Vartolo ricostruisce il conflitto tra una parte della magistratura e la stampa, passando per: * l’uso estensivo dell’articolo 200 del codice di procedura penale; * la tensione tra giurisprudenza italiana e orientamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo; * le querele temerarie e le cause civili milionarie come strumenti di pressione; * il confine scivoloso tra diritto di cronaca, continenza espressiva e libertà critica. Il risultato è un quadro che interroga la tenuta democratica del Paese. Perché una stampa sotto minaccia costante non è un problema di categoria: è un problema pubblico. La presentazione a Palazzo dei Normanni L’incontro si aprirà con i saluti istituzionali di: * Marianna Caronia, presidente della Commissione di vigilanza della Biblioteca ARS * Valentina Chinnici, componente della Commissione di vigilanza della Biblioteca ARS * Roberta Schillaci, componente della Commissione di vigilanza della Biblioteca ARS * Alfredo Pecoraro, presidente della Stampa parlamentare siciliana Dialogheranno con l’autore: * Nino Amadore, giornalista * Giacomo Di Girolamo, giornalista L’ingresso è con prenotazione obbligatoria al numero 338 6406950. Perché questo libro riguarda tutti In Sotto tiro non c’è solo una difesa corporativa del giornalismo. C’è una riflessione più ampia sul rapporto tra poteri, sull’equilibrio tra giustizia e informazione, sull’uso – e talvolta sull’abuso – dello strumento giudiziario. Il libro mette in discussione una visione culturale ancora radicata: quella per cui il cronista dovrebbe essere funzionale all’indagine, non indipendente da essa. E ricorda che il diritto di cronaca vive su tre pilastri – verità, interesse pubblico, continenza – ma che nel giornalismo investigativo la ricerca della verità è spesso un percorso, non un punto di partenza. Il messaggio è chiaro: se l’unico modo per non avere guai è non scrivere, allora il problema non è il giornalista. È il sistema. Una discussione che va oltre il libro C’è poi una domanda che attraversa le ultime pagine e che sarà inevitabilmente al centro del confronto: oggi, nell’era dei social, dei blog, delle inchieste indipendenti, la tutela deve riguardare la categoria o la funzione? Se a essere protetto è il diritto dei cittadini a essere informati, allora la questione non è più solo professionale, ma democratica. Ecco perché la presentazione di Sotto tiro non è un semplice evento editoriale. È un’occasione per misurare lo stato di salute del nostro spazio pubblico. Appuntamento il 27 febbraio a Palermo. Per discutere, senza retorica, di libertà, responsabilità e potere. This is a public episode. If you'd like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit blocknotes.substack.com/subscribe

    14 min
  2. 27 JAN

    Cento milioni e poi si vedrà: come funziona davvero l’emergenza

    Ogni emergenza in Italia inizia più o meno allo stesso modo: una cifra annunciata subito, altre promesse rinviate a quando i danni saranno “quantificati”. È successo anche dopo il ciclone Harry, che ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna. Cento milioni immediati, il resto dopo. Formalmente è un punto di partenza. In realtà è un meccanismo ormai rodato. Lo schema è noto. Il Consiglio dei ministri dichiara lo stato di emergenza, nomina i presidenti di Regione commissari straordinari e affida loro poteri speciali. La comunicazione politica insiste sull’unità nazionale e sulla tempestività. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni parla di Stato vicino ai territori e di strumenti adeguati per intervenire. È una narrazione necessaria, ma non è il punto centrale . Il punto centrale è che, mentre le risorse iniziali sono certe, i danni non lo sono mai. Le cifre cambiano di giorno in giorno, oscillano tra stime regionali e valutazioni nazionali, si correggono, si ridimensionano o crescono. In Sicilia si parla già di oltre un miliardo e mezzo, in Calabria di trecento milioni, in Sardegna di oltre duecento. Il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci invita alla prudenza e richiama un elemento che ritorna spesso nelle emergenze: la presenza di abusi, sanatorie, pianificazioni urbanistiche fragili. È qui che l’emergenza smette di essere solo naturale e diventa strutturale. Ogni volta che si entra nella fase della ricostruzione, il confine tra danno pubblico e responsabilità locale si fa sottile. Le infrastrutture da ripensare, le strade e le ferrovie da ricollocare, i centri abitati costruiti dove non avrebbero dovuto esserlo: tutto questo emerge sempre dopo, quando l’urgenza iniziale è passata e restano le decisioni difficili. Nel frattempo si muove il sistema economico. Le banche annunciano linee di credito dedicate, le Camere di commercio studiano fondi di sostegno, le imprese cercano liquidità per non fermarsi. È un passaggio cruciale, perché l’emergenza non colpisce solo il patrimonio pubblico, ma la continuità delle attività produttive. Anche qui lo schema è noto: prima la liquidità, poi – forse – gli indennizzi. A complicare il quadro c’è il fatto che l’emergenza raramente è una sola. Mentre si contano i danni del ciclone, a Niscemi una frana costringe centinaia di famiglie ad abbandonare le proprie case. Un’altra comunità sospesa, un’altra crisi che si somma alle precedenti. Non è un’eccezione: è la normalità di territori che vivono in uno stato di emergenza quasi permanente. Alla fine, più che la cifra iniziale, conta ciò che succede dopo. Come si ricostruisce, dove si ricostruisce, con quali regole. È lì che si misura davvero la capacità dello Stato e delle amministrazioni locali. Tutto il resto – annunci compresi – è solo l’inizio del racconto. This is a public episode. If you'd like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit blocknotes.substack.com/subscribe

    3 min
  3. 23/06/2025

    Josephine Flasseur: "Palermo oggi città delle opportunità"

    Nel cuore antico di Palermo, tra i vicoli che ancora conservano l’anima popolare della città, è nata una nuova galleria d’arte che è anche un laboratorio di idee, incontri e cambiamento. A fondarla è Josephine Flasseur, artista e direttrice artistica francese, con un passato vissuto tra Parigi e New York, che ha scelto Palermo come luogo in cui mettere radici e dare forma a un progetto artistico indipendente. Josephine racconta il suo arrivo come quello di un’esploratrice in una città che, a suo dire, vive un "rinascimento": uno spazio caotico e al tempo stesso fertile, dove la creazione non è ancora intrappolata dalle logiche del mercato, e dove esiste una possibilità autentica di sperimentare. “A Palermo c’è spazio – dice – non solo fisico, ma anche mentale e culturale. Si può ancora inventare, osare, dialogare”. La galleria – allestita in un ex laboratorio di vetrai e fabbri – è diventata in pochi mesi un punto di riferimento per artisti, curiosi e giovani appassionati d’arte. Non solo mostre, ma anche performance e riflessioni che mettono al centro i grandi temi del nostro tempo: identità, scienza, politica, potere. “L’arte deve essere politica”, afferma Flasseur, “ma con eleganza e profondità”. L’incontro è anche l’occasione per interrogarsi sullo stato della cultura in città: sull’assenza di una borghesia solida che sostenga l’arte, sulla difficoltà a creare un pubblico educato alla fruizione artistica, ma anche sul ruolo che Palermo può giocare nel panorama internazionale, a patto di non cedere all’omologazione turistica e di coltivare con cura la propria identità. “Palermo è un tesoro che i suoi stessi abitanti a volte dimenticano”, osserva Josephine, che oggi sta scrivendo un film ispirato proprio alla sua esperienza palermitana. Un modo per raccontare una città fotogenica e contraddittoria, abitata da personaggi forti e luoghi carichi di energia. Una città che, se accompagnata con consapevolezza, può davvero diventare un modello di rinascita culturale dal basso. This is a public episode. If you'd like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit blocknotes.substack.com/subscribe

    23 min
  4. 04/05/2025

    Vincenzo Nibali: il ragazzino “dannificu” che ha scalato il mondo

    Era un carusu dannificu, un ragazzino che attirava guai come un parafulmine. Eppure Vincenzo Nibali, da Messina, è diventato uno dei più grandi ciclisti della storia. Oggi, a due anni dal ritiro, racconta la sua vita con lucidità e onestà brutale: le sassate contro una vetrata pericolante, le cassette delle lettere fatte esplodere con i petardi, un motorino lanciato contro un muro. «Mancava solo una passante per farla grossa», dice, senza cercare sconti. È cresciuto tra strade complicate e scelte ancora più difficili, ma deve tutto — lo ripete più volte — a due cose: suo padre e la bicicletta. Nato nel 1984, oggi Nibali è l’unico italiano ad aver vinto tutti e tre i grandi Giri (due volte il Giro d’Italia, una la Vuelta e il Tour) e due Classiche Monumento. Ha lasciato un segno indelebile, ma il cammino non è stato lineare. «Messina non era una città mafiosa», ricorda, «ma negli anni Novanta c’era chi andava a scuola con la pistola nello zaino. Dopo aver letto della sparatoria di Monreale ho capito quanto fosse sottile il confine tra due destini opposti». Anche la sua famiglia conobbe l’intimidazione: pizzini minacciosi, una bottiglia di benzina dietro la serranda della cartoleria, la casa messa a soqquadro. «Ma i miei hanno sempre tenuto la schiena dritta. Non si sono mai piegati». La bici entrò nella sua vita a dodici anni, come una fuga in salita: prima verso il santuario di Dinnammare, poi Novara di Sicilia, l’Etna. «Mi piaceva l’oggetto, il viaggio, la vittoria», dice. Le domeniche partivano con l’ammiraglia della Cicli Molonia, e ogni volta che il traghetto approdava a Villa San Giovanni, il signor Molonia diceva: “’Rrivammu in Italia”. E loro ridevano. A 15 anni, dopo aver vinto una corsa a Siena, decise di non tornare più. «Amo la Sicilia, ma non ho mai provato nostalgia. Non ero un tipo affettuoso, il distacco mi venne naturale». I genitori gli lasciarono una frase che lo avrebbe guidato per sempre: “Se ti obbligano a scelte sbagliate, torna. Qui troverai noi e un lavoro.” Parole che divennero una rotta sicura, soprattutto negli anni difficili segnati dal doping. «Quelle parole mi salvarono. Il ragazzino dannificu era svanito». A Mastromarco, in Toscana, la vita non fu semplice: sveglia all’alba, scuola a Empoli, allenamenti infiniti. Ma lì trovò chi credette in lui: Carlo Franceschi, Bruno Malucchi. «Molti siciliani provarono, ma sono rimasto solo io». Per Nibali, tornare al Sud non è un fallimento — lo è solo se lo fai da sconfitto. «Chi riesce viene celebrato, chi rientra a testa bassa viene guardato con disprezzo: “Chissà cosa voleva fare…”». All’inizio della carriera arrivarono anche le batoste: ultimo alla Liegi-Bastogne-Liegi. Ma servì. Al Giro d’Italia passò da terzo (2010), a secondo (2011), fino al trionfo del 2013. Eppure, anche nella vittoria, Nibali non si esaltava. «Vincere mi sembrava normale. Forse ho vissuto sempre col freno a mano tirato. Tranne quando pedalavo». Si riconosceva in una frase di Leonardo Sciascia: “Credo nei siciliani che parlano poco, che si rodono dentro e soffrono.” «Io ero così. In bolla. Non parlavo neanche sotto tortura. Pensavo solo alla bici». Il Tour del 2014 fu il suo apice. Ma anche l’inizio di un periodo soffocante: «Fama, pressioni, richieste continue. Volevamo sparire. Solo dopo il ritiro ho cominciato a vivere davvero». Ha perso una Liegi per colpa di un corridore dopato, e alla Vuelta rischiò lo stesso. «Quanto ho perso per il doping? Tanto, probabilmente. Ma non ho mai pensato di farlo. Mi hanno controllato milioni di volte. Possono farlo anche tra cent’anni». Due anni passati sul Teide, in ritiro, con compagni che sono diventati fratelli. «Lì si diventava un corpo solo. Bastava uno sguardo per capirsi». Nel 2016 perse un oro olimpico in una curva dissestata. «Colpa mia. Ho rischiato per andare più forte. Succede». Oggi viaggia. A marzo ha portato le figlie, Emma e Miriam, a conoscere la Sicilia: Cefalù, Piazza Armerina, la Valle dei Templi. «Siamo passati anche dal Museo Regionale di Messina. Emma mi ha chiesto: “Cosa c’è qui?” Le ho risposto: “C’è Antonello. Un gigante dell’arte.” Vedere Messina attraverso Antonello o i boschi dei Peloritani... ti fa capire che è davvero u megghiu postu nto munnu.» Se questa storia ti ha emozionato, condividila con chi ama lo sport vero, quello che nasce dalla strada e arriva in cima al mondo.Iscriviti alla newsletter per ricevere ogni settimana ritratti, racconti e voci che meritano di essere ascoltate.Perché dietro ogni impresa c’è sempre un carusu dannificu che ha trovato la sua strada. This is a public episode. If you'd like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit blocknotes.substack.com/subscribe

    4 min

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